JOYCE CAROL OATES.
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Jack deve morire.
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Titolo originale: Jack of Spades.
Traduzione di: Luca Fusari.
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2016. Editrice il Saggiatore, MILANO.
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Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
          Fondazione Ezio Galiano onlus
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      ad esclusivo uso dei privi della vista.
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Presentazione.
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Andrew J. Rush  il prototipo dell'americano perbene.  un figlio coscienzioso, un marito devoto, un padre premuroso, e vive con la sua famiglia in una pittoresca cittadina del New Jersey. Andrew J. Rush  anche un celebre scrittore di thriller e romanzi del mistero: i suoi libri vendono milioni di copie, sono tradotti in pi di trenta lingue, e la critica non esita a definirlo uno Stephen King in versione gentiluomo.
Ma Andrew J. Rush  un uomo lacerato dagli spettri di un passato oscuro, sepolto negli strati pi sotterranei della memoria eppure ancora vivo e palpitante, come il cuore rivelatore del racconto di Edgar Allan Poe. Per liberare questo emisfero recondito e negato della sua coscienza, Rush decide di crearsi un alter ego, uno pseudonimo enigmatico e controverso sotto il quale scrivere nuove storie, pi viscerali, pi sanguigne. Come per accade per ogni intuizione frankensteiniana o scissione perversa - dal dott. Jeckyll a Dorian Gray, fino allo sdoppiamento di Stephen King e Richard Bachman -, ci che ne nasce  un mostro incontrollabile e furente: Jack of Spades.
All'inizio Jack sembra ubbidire fedelmente al padrone. Il suo stile rude e magmatico  un ordigno letterario di distruzione, spietato e senza limiti. La sua identit indecifrabile e sfuggente gli permette di muoversi tra le pagine come un fantasma, un demone che trascrive dall'inferno i vangeli dell'immoralit. Ma presto Jack inizia a evadere i confini della letteratura, a insinuarsi nella vita privata del suo creatore, divenendone il complice mefistofelico, il suggeritore sanguinario e infine l'antagonista da eliminare, che intrappola Rush in una ragnatela voluttuosa di delitti e crimini dalla quale solo uno dei due potr uscire vivo.
In Jack deve morire Joyce Carol Oates, protagonista assoluta della letteratura americana contemporanea, gioca al massacro dei generi letterari, d vita a un'opera multiforme ed eccentrica, senza margini apparenti, dove realt e psicosi, veglia e tumulto onirico collidono ininterrottamente, generando orribili buchi neri negli stati di coscienza, e rivelando un'unica, inaccettabile verit: c' un mostro sepolto nell'anima di ogni essere umano.
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L'AUTRICE.
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Joyce Carol Oates  nata a Lockport, Stati Uniti, il 16 giugno 1938. Dopo essersi laureata comincia la sua fertilissima attivit di autrice e si stabilisce con il marito a Detroit. Insegna quindi all'Universit di Windsor in Canada e dal 1978 al 2014 all'Universit di Princeton. Dal 1978  anche membro dell'American Academy of Arts and Letters nonch Professor Emerita in the Humanities col corso di Scrittura Creativa. Successivamente  professore alla University of California di Berkeley, dove insegna "short fiction".
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Gi nel 1970 venne consacrata come una delle massime scrittrici del suo paese con il National Book Award, il pi importante premio letterario degli Stati Uniti ed ha vinto anche numerosi altri premi letterari, inclusi due O. Henry Award, la National Humanities Medal e il Jerusalem Prize;  stata inoltre finalista del Premio Pulitzer.
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Autrice e intellettuale americana eclettica, tra le pi prolifiche della letteratura americana. Ha frequentato ogni genere letterario in prosa e in versi: romanzi, racconti, narrativa per l'infanzia, poesie, drammaturgie, saggi; ha pubblicato nell'arco di sessant'anni oltre cento libri. Come ha osservato lo scrittore John Barth "L'opera di Joyce Carol Oates copre ogni angolo della mappa estetica". Oggi  unanimemente annoverata tra i pi importanti autori mondiali.
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Jack deve morire.
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Per Otto Penzler.
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Siamo sull'orlo di un precipizio. Scrutiamo l'abisso: la nausea e le vertigini ci assalgono.
Il primo impulso  allontanarci dal pericolo.
Inspiegabilmente rimaniamo.
EDGAR ALLAN POE, Il genio della perversione.
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I.
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1.
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L'accetta.
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Nell'aria, l'accetta. Chiss come usc un'accetta che si alz e cadde brutale a volermi falciare la testa mentre, accovacciato, tentavo di rialzarmi e perdevo l'equilibrio tentando disperatamente di fuggire, mentre le gambe cedevano e si ud una voce rauca implorare "No! Per favore no, no!" (era la mia voce, questa, strozzata, irriconoscibile?) mentre la lama sbatteva sul tavolo sbeccato vicino alla testa e vi affondava, mancando la testa di pochi centimetri; a quel punto ero caduto a peso morto sul pavimento, duro e rigido sotto il logoro tappeto orientale. Con affanno cercai di rialzarmi, di afferrare l'accetta, tentavo disperato di rubare l'accetta, nella cecit della disperazione le mani annaspavano, e la voce (la mia? di chi mi assaliva?) stridula e dal suono tutt'altro che umano, "No! Nooo", e l'apparizione sfuggente delle dita tozze di chi mi assaliva e delle sue braccia bianche cadaveriche, affusolate e stagne nelle maniche leggere della vestaglia, e un grugnito come di trionfo e furia insieme; e di nuovo il terribile sollevarsi della testa d'accetta, il brillare spento della rozza lama d'accetta, e l'affondo della Morte ormai inarrestabile, irreparabile tuffo in un cranio umano da spaccare con facilit, come un'anguria il cui unico scudo  una buccia spessa, a esporre la polposa materia grigia del cervello in un riversarsi torrenziale di sangue arterioso.
E ancora la voce si alzava incredula No no no no no.
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2.
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"Jack of Spades".
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Tutto era iniziato innocentemente cinque mesi, due settimane e sei giorni prima. Non c'era alcun motivo di sospettare che "Jack of Spades" ne sarebbe rimasto coinvolto.
S, perch qui a Harbourton nessuno sapeva nulla di "Jack of Spades" e non lo sa nemmeno oggi. Nessun familiare di Andrew J. Rush ne sa: non i miei genitori, non mia moglie e i miei figli, non i vicini di casa, n gli ex compagni di liceo.
Qui, in questa comunit rurale suburbana del New Jersey dove sono nato cinquantatr anni fa e dove vivo con la mia cara moglie Irina da oltre diciassette, io sono "Andrew J. Rush", probabilmente il pi celebre tra i miei concittadini, autore di thriller e romanzi del mistero con un tocco di macabro. (Un tocco mai eccessivo, sgradevole-volgare o inquietante. Mai osceno n sessista. Nei miei thriller le donne le tratto con rispetto, a parte qualche obbligatoria performance noir. Di solito i cadaveri sono maschi bianchi adulti.) Al mio terzo best seller, negli anni novanta, i critici cominciarono a dire di me che Andrew J. Rush  uno Stephen King in versione gentiluomo.
Ne fui lusingato, ovviamente. Dopo un quarto di secolo di sforzi vendo libri a milioni, ma milioni a due cifre, non a tre come Stephen King. E bench i miei romanzi siano stati tradotti in ben trenta lingue (bella sorpresa per me, che ne parlo una soltanto) sono certo che King sia diffuso in un numero ancor maggiore di lingue e con pi lucro. E dai miei romanzi sono stati tratti tre soli adattamenti cinematografici (ben poco memorabili) e due soli film per la tv (non certo su canali tematici prestigiosi), laddove King ne ha ispirato un numero incalcolabile.
Sul piano economico, tra Andrew J. Rush e Stephen King non c' confronto. Ma  anche vero che quando al netto delle tasse hai messo via poco pi di trenta milioni di dollari, ai soldi smetti di pensarci: forse proprio come un serial killer, dopo qualche dozzina di vittime, smette di tenere il conto.
(Scusate! Tutto sommato era un commento un po' cinico, una gaffe di quelle che, se avvengono in pubblico, la mia cara Irina mi rimprovera con un calcetto alla caviglia. Non intendevo affatto essere cinico ma soltanto "arguto", con la mia tipica goffaggine.)
Per lusingato che fossi dal paragone con Stephen King non diedi al mio editore il permesso di pubblicarlo sulla fascetta del mio libro successivo senza prima chiedere il permesso a King in persona; lui, lo ammiravo (s, e ne ero invidioso), ma ero ben conscio che una frase del genere gli sarebbe potuta risultare offensiva, oltre che opportunista. Ma a Stephen King non poteva importare di meno, pare. Dicono che ci si fosse fatto una risata: ma poi, che gusto c' a essere uno Stephen King gentiluomo?
(Era il commento altezzoso di una leggenda della letteratura, un gesto secco a scacciare una mosca fastidiosa, o soltanto la risposta bonaria a un collega? Poich Andrew J. Rush  un tipo bonario, scelsi di credere alla seconda ipotesi.)
A mo' di ringraziamento spedii qualche copia dei miei romanzi pi noti a Stephen King, al suo indirizzo di Bangor, nel Maine. Sul frontespizio del pi recente scrissi la facezia:
Non da uno stalker, Steve,
ma da un collega scrittore!
Con grande ammirazione.
ANDREW J. RUSH
"Andy"
Mill Brook House
Harbourton, New Jersey.
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Ovviamente, la risposta che da una persona cos impegnata non mi aspettavo di ricevere non giunse mai.
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Quanti parallelismi tra Stephen King e Andrew J. Rush! Ma sono certo che si tratti di pure coincidenze.
Pare che Stephen King abbia dichiarato, una volta, che la sua straordinaria carriera sarebbe figlia del caso; ecco, anch'io talvolta nutro qualche dubbio sul mio talento di scrittore, mi sento in colpa all'idea che persone pi talentuose abbiano avuto meno fortuna di me e trovo che avrebbero ben donde di essere gelose. Sulla mia devozione al mestiere, sul mio zelo e sull'impegno che ci metto ho invece meno dubbi, per il semplice motivo che adoro scrivere e che quando non riesco a stare alla scrivania per almeno dieci ore al giorno mi viene l'inquietudine. Ma a volte, quando di notte mi sveglio spaventato e per un momento non so dove sono o chi mi stia dormendo a fianco, trovo sconvolgente l'idea di essere un autore pubblicato, prima ancora che l'abbiente e celebre autore di ventotto thriller e storie di suspense.
Ventotto romanzi pubblicati con il mio nome e cognome, noto a tutti: "Andrew J. Rush".
C' un'altra, curiosa somiglianza tra Stephen King e me: come Stephen King speriment anni fa l'utilizzo di un alter ego fittizio, "Richard Bachman", anch'io, dai tardi anni novanta, quando la mia carriera di "Andrew J. Rush" sembrava essersi stabilizzata e non richiedeva pi la dose di energie e ansia che ci avevo speso all'inizio, cominciai a sperimentare l'utilizzo di un alter ego fittizio. Ed ecco "Jack of Spades", figlio della mia irrequietezza per il successo di "Andrew J. Rush".
Sulle prime pensavo di scrivere giusto uno o due romanzi nei panni del pi rozzo, viscerale, schiettamente orrorifico "Jack of Spades", ma poi mi sono venute idee per un terzo, un quarto e un quinto romanzo pseudonimo; questo capita spesso nelle ore pi strambe della notte. Mi sveglio, mi accorgo che sto digrignando i denti - o meglio, che di propria iniziativa i denti digrignano - e poco dopo arriva l'idea per un nuovo romanzo di "Jack of Spades", pi o meno come quando sullo schermo del computer spunta dal nulla un messaggio o un'icona.
Come Andrew J. Rush  legato da tempo a un agente letterario di Manhattan, un editore di Manhattan e un agente di Hollywood, cos "Jack of Spades"  legato, da meno tempo, a un agente letterario (meno celebre) di Manhattan, un (meno celebre) editore e curatore di Manhattan e un (pressoch sconosciuto) agente di Hollywood; ma, laddove "Andy Rush"  un personaggio noto ai suoi sodali nel mondo dell'editoria, cos come ai vicini e amici di Harbourton, nessuno ha mai conosciuto di persona "Jack of Spades", i cui thriller a tinte noir vengono recapitati all'editore per via elettronica e i cui contratti vengono negoziati in maniera altrettanto impersonale. Immortalato sulla sopraccoperta, Andrew J. Rush  un uomo dal sorriso affabile che, occhi stropicciati, stempiato, in posa davanti a scaffali zeppi di libri somiglia pi a un professore di liceo che a un autore di thriller; di "Jack of Spades" invece sembra non esistano foto, e sulle sue quarte di copertina, dove ti aspetteresti di trovare il ritratto dell'autore, c' un sorprendente vuoto (nero).
Anche online non esistono foto di "Jack of Spades" ma soltanto riproduzioni delle sue varie (appariscenti, ammiccanti) copertine, una manciata di recensioni e succinte speculazioni biografiche che, ingenue e convincenti come sono, mi fanno sorridere: Pare che "Jack of Spades" sia lo pseudonimo di un ex detenuto datosi alla scrittura mentre scontava una condanna per omicidio colposo dietro le sbarre di un carcere di massima sicurezza del New Jersey. Pare che attualmente sia in libert vigilata e stia lavorando a un nuovo romanzo.
Ulteriori e altrettanto convincenti versioni identificano in "Jack of Spades" un criminologo, uno psichiatra, un professore di medicina legale, un detective della omicidi (in pensione), un patologo (in pensione) che abita, a seconda, in Montana, Maine, upstate New York e California, oltre che nel New Jersey.
"Jack of Spades"  stato poi associato, con eccessivo azzardo, alla figura di un criminale recidivo, forse un serial killer che dall'adolescenza in poi ha commesso un'infinit di crimini senza mai venire arrestato n identificato. La costante  che il suo vero nome, come del resto il suo domicilio,  "sconosciuto".
Nessuno vuole pensare che "Jack of Spades" sia un semplice pseudonimo, tantomeno lo pseudonimo di un autore da classifica che nella vita non  affatto un criminale ma, anzi, un responsabilissimo padre e marito che trabocca di senso civico. Non sarebbe romantico!
Mantenere un segreto cos complicato si  fatto sempre pi difficile, specialmente in un'epoca di spionaggio elettronico ipervigile, ma per quattro romanzi firmati "Jack of Spades", pi le trattative per il quinto, sono riuscito a mantenere una certa distanza tra Andrew J. Rush e il suo pseudonimo.
Nel senso che chi mi sta accanto nella vita di tutti i giorni non sa nulla della mia identit noir. E quanto sconvolgerebbe i miei sodali scoprire che a loro insaputa Andrew - "Andy" - Rush, nientemeno, si  creato un'identit autoriale segreta! Come se una donna felicemente sposata scoprisse che il marito la tradisce da anni dando per a vedere di essere perfettamente soddisfatto del matrimonio.
Ah, Andrew: come hai potuto! Che scandalo, che scandalo...
Alle prime ore del mattino quando di sobbalzo mi sveglio accanto a Irina che di me si fida ciecamente, sono parole come queste che mi stringono il cuore, nel rimorso.
... E i romanzi di "Jack of Spades"... scandalosi, depravati...
S, lo devo ammettere: se non fossi io a firmarli, i romanzi noir di "Jack of Spades" mi farebbero ribrezzo.
Ovviamente la mia/nostra identit non  (ancora) stata rivelata. Sono deciso a non rivelarla mai.
Per come lo immagino, "Jack of Spades" sarebbe disposto a uccidere pur di mantenere la propria identit, mentre Andrew J. Rush, si capisce, non si sognerebbe mai di fare male a nessuno. (No, mi spiego meglio: probabilmente ho sognato di "fare male" a qualcuno che meriterebbe una punizione. Ma da sveglio e lucido non potrei mai tollerare alcuna punizione non contemplata dal codice penale e quando mi intervistano dichiaro che, considerate le vicissitudini del sistema giudiziario statunitense, corrotto da un razzismo incontrollato, non credo nella pena capitale.) Dei due  "Jack of Spades" a nutrire l'opinione pi alta di s come autore, o "visionario"; Andrew J. Rush coltiva la pi modesta speranza di essere ammirato come eccelso autore di piacevoli thriller. Tuttavia, diversi anni fa Andrew J. Rush ha vinto un premio Edgar per il miglior romanzo d'esordio e in seguito ha ricevuto diverse ulteriori nomination, mentre "Jack of Spades", per ora, non si  mai visto candidare ad alcuna onorificenza.
Be', forse non  del tutto vero. Spesso i titoli di "Jack of Spades" compaiono nelle classifiche online di Best of Noir, Noir Extreme, Noir VM 18 eccetera, e si pu dire che "Jack of Spades" abbia un seguito sotterraneo, di culto, di qualche migliaio di persone, facendo una stima prudente.
Perch l'idea di rivelare il mio segreto mi dia quest'ansia non lo so, in fondo; non sono un delinquente, dopotutto! Calcolare quanti soldi devo al fisco per i guadagni di "Rush" e "Jack of Spades"  complicato, trattandosi non di uno ma di due contribuenti, ma lo faccio con estrema accuratezza; al governo degli Stati Uniti non frodo un centesimo. (In uno dei suoi primi romanzi "Jack of Spades" descrive nei dettagli pi trucidi lo sbudellamento di un ispettore del fisco che ficcanasa nella vita privata di un miliardario psicopatico; ma Andrew J. Rush prova repulsione per questo tipo di prosa sensazionalista.) Anzi, adoro la mia tranquilla, blanda e prevedibile vita di provincia, da "padre e marito integerrimo" pi o meno convenzionale: gli abiti li compro da Brooks Brothers e porto spesso la cravatta, perch mi piace la sensazione della stretta al collo, quella specie di cappio; i miei unici capricci da "bohmien", come mi definiscono scherzando i miei familiari, sono i sandali e le volte in cui tralascio per qualche giorno di radermi, cos da somigliare, nello specchio offuscato, a uno di quegli attori di film d'azione con la mascella squadrata coperta di aculei brillanti, da predatore atavico. Sono stato un figlio bravo e coscienzioso di genitori che oggi invecchiano senza perdere lo smalto in una casa di mattoni rossi e stucco, la casa dove sono cresciuto, su Myrtle Street a downtown Harbourton, e ostentano un commovente orgoglio per il "famoso campione di vendite" che  figlio loro e di cui leggono i libri con grande fierezza e piacere; sono stato un marito bravo e coscienzioso per Irina, conosciuta nei primi anni ottanta alla Rutgers dove eravamo compagni di corso; i miei tre figli, ormai grandi, non avrebbero alcun problema a confermare che sono stato un pap bravissimo, anzi "fichissimo" (parlano cos), con il quale (probabilmente) non si sono mai sentiti a proprio agio fino in fondo, perch quale scrittore  davvero sempre presente quando i suoi figli hanno bisogno di lui? E quale marito  capace, pur adorandola, di essere continuamente, negli anni, presente a sua moglie?
Questi sono, come dire, segreti di Pulcinella. Di quelli che non osiamo articolare per non ferire le persone che teniamo care.
(Poich "Jack of Spades" non tiene caro nessuno n, tantomeno, nessuno lo adora, non si farebbe il minimo scrupolo a rivelare un segreto!)
Bench oggi io tenda all'indole pacificata dell'ultracinquantenne, sono sicuro che da bambino pativo di un pessimo caso di "disturbo da deficit dell'attenzione". Alle elementari mi era pressoch impossibile stare seduto al mio banco e trattenermi dall'attaccare bottone con i compagni o, talvolta, prenderli a pugni. Le maestre avevano un debole per me e mi riempivano di elogi, ma non doveva essere facile avermi in classe, perch a volte mi sembrava di sentire le formiche rosse che mordevano e pungevano sotto i vestiti. Mi sentivo costretto a saltare dalla sedia, a grattarmi dappertutto, a urlare - parole che a malapena sapevo - insulti, oscenit! (Non le pronunciavo mai, ovviamente. A dieci anni avevo imparato a mordermi la lingua, nel vero senso della parola, oltre che l'interno della bocca; avevo imparato a digrignare i denti per costringermi alla calma.) I miei genitori mi sgridavano, quando "avevo le smanie" (le chiamavano cos), ma non mi sembra di avere mai ricevuto un castigo o una punizione corporale.
E poi, quanto mi facevo male! Inciampavo e cadevo, mi sbucciavo le ginocchia, mi slogavo caviglie o polsi; correvo troppo veloce per le scale, cadevo e sbattevo la testa contro la ringhiera; a dodici anni ho rischiato di annegare nel laghetto della cava di Catamount State Park tuffandomi - o forse fu un bambino pi grande a spingermi - dal trampolino alto.
Ancora oggi, spesso, le urla in lontananza: Il bambino! Sta annegando! Salvatelo...
Sotto il trampolino. Forse ha battuto la testa...
Crescendo l'ho superata, questa irrequietezza che di sicuro affligge una certa percentuale di bambini, specialmente piccoli. Per fortuna quand'ero bambino io il "disturbo da deficit dell'attenzione" non era diagnosticato a livello clinico e i bambini irrequieti non andavano in cura, altrimenti mi avrebbero narcotizzato, e danneggiato il cervello. (Non ditemi che somministrare ai bambini farmaci cos potenti non ha effetti a lungo termine.) E di nuovo, alle scuole superiori, di tanto in tanto mi sembrava di sentire l'impulso a sbarazzarmi della mia personalit da "bravo studente" e frequentare i dritti e i buontemponi della scuola, ma sempre in via temporanea... e in segreto. Perch non volevo compromettere una media piuttosto alta e la reputazione di ragazzo pi affidabile e retto dell'annata '79.
Una cosa mi irrita, giusto un po': i miei romanzi firmati Andrew J. Rush non vengono recensiti regolarmente sulla New York Times Book Review, e quando vi compaiono fanno parte di quelle lunghe carrellate sui titoli in uscita; i miei romanzi da "Jack of Spades" non sono mai stati recensiti dalla Review e mai, ci mancherebbe, la Review si abbasserebbe a parlare di tascabili che traboccano di storie rozze dalla scrittura tutt'altro che curata. Tuttavia "Jack of Spades" fa tirature sorprendenti, per essere un autore pressoch sconosciuto e per niente pubblicizzato: il suo primo libro ha venduto circa trentacinquemila copie e si vende ancora; il quarto sta tra le cinquanta e le sessantamila e al momento si parla di una possibile vendita dei diritti cinematografici. (Per me nessun problema, se non va in porto, perch un eccesso di attenzioni per "Jack of Spades" potrebbe traboccare fino a Andrew J. Rush, il che sarebbe inopportuno. E non  certo dei soldi che ho bisogno!) Ma giusto l'altro giorno tra le pagine degli spettacoli del Times  comparso uno strano e inaspettato trafiletto che ho scoperto per puro caso, dal momento che nessuno dei miei cari avrebbe potuto mai farmelo notare:
La Gryphon Books annuncia per l'autunno un nuovo titolo di "Jack of Spades", il quinto; si intitoler Flagello. Continua il giallo di questo autore noir, del quale nessuno conosce l'identit: nemmeno gli editor, i redattori e l'ufficio stampa della Gryphon. Non si sa neanche dove "Jack of Spades" abiti, o se sia vivo/viva e non (come qualcuno ha insinuato) un nome fittizio affibbiato ai manoscritti di un famoso autore misantropo americano presumibilmente morto nel 2006 in "circostanze sospette".
Leggerlo mi ha sbalordito: che fesserie! Che giornalismo irresponsabile! Infondato, tanto quanto le voci su "Jack of Spades" che circolano online. Tuttavia, per un momento di panico ho avuto quasi la sensazione che esistesse davvero un individuo di nome "Jack of Spades", un individuo indipendente, autonomo, pressoch sconosciuto ed estraneo anche a me.
Ufficialmente lo staff della Gryphon Books sa soltanto che "Jack of Spades"  lo pseudonimo di un professionista in pensione, residente nella zona di New York, deciso a mantenere il segreto sulla propria carriera letteraria persino alla sua famiglia; su questo alla Gryphon avevano tutti giurato di mantenere il massimo riserbo. Cos quando ho contattato la capo ufficio stampa della Gryphon Books, con un account di posta elettronica difficile da ricondurre a me e spacciandomi per l'agente che rappresenta "Jack of Spades", e le ho chiesto chi avesse blaterato del mio cliente le cose pubblicate sul New York Times, la ragazza ha risposto che non ne aveva la minima idea. Sapeva soltanto quello che le avevano riferito, o meglio, quello che le aveva riferito l'agente di "Jack of Spades".  un professionista in pensione che vive nella zona di New York, pretende il massimo riserbo sulla sua identit, e noi ne rispettiamo il desiderio.
Ho pensato che forse dopo il quinto romanzo dovrei eliminare "Jack of Spades". Perch non voglio che il suo legame con me, il mio legame con lui, venga alla luce. Per cancellarlo basterebbe semplicemente smettere di scrivere sotto pseudonimo, senza dilungarmi in spiegazioni ad agenti e editor. In poco tempo ci si dimenticherebbe di quell'autore noir, e i suoi libri andrebbero fuori catalogo.


"Pap, e questo?"
Julia, la pi giovane dei miei tre figli, venuta a trovare me e sua madre nel fine settimana, vide per caso una pila di tascabili di "Jack of Spades" su una scrivania del mio studio; i libri, con le loro copertine noir, erano stati lasciati distrattamente in bella vista dopo che la Gryphon me li aveva spediti presso una casella postale nella vicina Hadrian, New Jersey (casella che avevo aperto per le faccende clandestine legate a "Jack of Spades"). Di solito quando porto "Jack of Spades" in questa casa  per nascondere immediatamente i libri in uno spazio sicuro della cantina, in mezzo a quelli di Andrew J. Rush in traduzione che nessuno degna mai di uno sguardo. (Dopo ventotto libri, ciascuno dei quali ha figliato numerose traduzioni, potete immaginare che razza di archivio si sia accumulato tra le ombre della cantina!) Le prime edizioni americane e inglesi dei miei romanzi fanno bella e fiera mostra di s sui ripiani in mogano del salotto;  davanti a quello sfondo di bei volumi, rilegati e stampati come si deve, che di solito "Andrew J. Rush" si fa fotografare.
""Jack of Spades", che nome assurdo! Ovviamente  uno pseudonimo, suppongo."
Con orrore vidi che la mia dolce Julia sfogliava Un bacio prima di uccidere, con quella appariscente copertina da noir che il mio sguardo trovava stomachevole. Sentii il cuore battere irregolare e un calore tremendo (vergogna, senso di colpa) mi riemp la faccia. Che errore madornale lasciare quei volumi dove chiunque, in casa, avrebbe potuto trovarli! L'unica consolazione era che nel mio studio  un continuo arrivare di libri e bozze, come i miei familiari ben sanno; perci sarebbe bastato spiegare che questi "Jack of Spades" erano un semplice dono dell'editore, in cerca di una buona parola da mettere sulla fascetta o in copertina.
La cosa sconcertante, tuttavia, fu vedere che nonostante la smorfia di disgusto Julia non smetteva di ispezionare il libro. Dei nostri tre figli lei  l'intellettuale, laureata in Linguistica e teoria letteraria alla Brown, titolo affascinante e tuttavia inutile che non sembrava averla aiutata granch a trovare lavoro, e perci poi Julia era tornata a scuola, a caccia di una pi utile laurea in Sociologia e servizi sociali alla Rutgers-Newark. (Ovviamente io e Irina eravamo ben disposti a sostenere questa sua nuova avventura accademica senza lamentarci. Dopotutto avevamo i soldi!) Addestrata a "decostruire" la letteratura anzich limitarsi a godersela o prenderla per il suo valore emotivo, alla Brown Julia aveva perfezionato le sue doti di analisi e argomentazione e di conseguenza era diventata un'acuta e instancabile interrogatrice del suo povero padre "Andrew J. Rush", autore di thriller che passati al vaglio della teoria letteraria si dimostravano irreparabilmente antiquati per costruzione della trama, struttura, lingua e "visione": l'equivalente, per esempio, degli abiti Brooks Brothers, delle cravatte insulse e dei Birkenstock di pap.
"Sembra sopra le righe ma interessante. Ovviamente "sessista", vecchio stile. Lo conosci, pa', questo "Jack of Spades"?"
No. Certo che no.
"Non  uno dei tuoi amici scrittori?"
No. Certo che no.
"Com' che scrive?"
Non ho idea. Mai letto.
"Se non ti spiace, pa', magari lo prendo in prestito, questo "Jack of Spades". Una femminista deve sapere cosa passa per la testa del nemico." Distrattamente Julia spost i tascabili in un angolo della scrivania.
A quel punto ero zuppo di sudore.
No no no no no. Non te lo presto.
Per fortuna Julia  un tipo facile alle distrazioni. Sapevo che entro il pomeriggio della domenica, alla sua partenza, si sarebbe scordata di "Jack of Spades"; e ovviamente il suo scaltro pap si guard bene dal ricordarglielo.
A questo punto, in ogni caso, avevo nascosto i pericolosi tascabili nello spazio protetto che concedevo al mio alter ego, una stanza chiusa a chiave che a suo tempo aveva custodito frutta e verdura nell'angolo pi nascosto della cantina sotto la nostra residenza "storica" restaurata. Se deste un'occhiata da quella parte, e peraltro non ne vedo il motivo, il vostro sguardo sarebbe sviato da scaffali di metallo alti fino al soffitto e pieni di thriller di Andrew J. Rush in lingua straniera, degni di nota proprio perch indecifrabili e impenetrabili.

3
Il mandato di comparizione
Giugno 2014

"Sant'Iddio."
Se ti chiami "Rush", non ti lusinga ricevere posta indirizzata a "Rash". In altre circostanze avrei buttato via la busta con irritazione.
Ma l'indirizzo sulla busta era quello giusto, Mill Brook House, 111 Mill Brook Road, Harbourton, NJ, e il mittente era il Tribunale distrettuale della contea di Hecate, Harbourton, NJ, dettaglio che mi spinse ad aprirla, pizzicato dall'inquietudine (avr preso una multa per divieto di sosta? Io, senza volerlo, o magari Irina con la mia auto?) Vidi che non era una multa, sembrava un "Mandato di comparizione". Diedi una rapida scorsa al documento ufficiale verdino su cui qualcuno si era intestardito a scrivere a macchina il mio nome sbagliato: "Andwer J. Rash".
A un'analisi pi attenta notai che il mandato era in realt la fotocopia di un documento del tribunale, con tanto di timbro dello Stato del New Jersey, ma sfocato e granuloso come un sogno ricordato solo in parte. Lo lessi due volte da cima a fondo, con sempre pi impazienza, e la seconda volta l'occhio si fiss su queste allarmanti parole a fondo pagina:
In caso di mancata comparizione del sig. Andwer J. Rash presso il Tribunale distrettuale della contea di Hecate nel giorno e nella data stabiliti, verr emesso nei suoi confronti un mandato di cattura.
Ma come? Mi volevano arrestare?
Lessi e rilessi, pi volte, senza capire.
Perfettamente immobile, quasi senza respirare, stringevo tra le dita la brutta fotocopia del documento.
Perch questo era un mandato di comparizione emesso dallo Stato del New Jersey, Tribunale distrettuale di Hecate, in data 11 giugno 2014, cio tre giorni prima, a seguito della denuncia contro "Andwer J. Rash" sporta da un tale "C.W. Haider" che accusava il denunciato di aver commesso un furto.
"Commesso un... furto?"
Era cos assurdo che risi ad alta voce.
Non una risata rabbiosa, non una risata divertita: una risata incredula.
Stando a quel che riuscii a ricostruire rileggendo con attenzione il documento sbaffato, "C.W. Haider" (mai sentito nominare) accusava "Andwer J. Rash" di aver commesso un furto di natura imprecisata. Il documento era un semplice modulo prestampato in cui si dichiarava che il mandato era stato firmato da "Owen S. Carson", giudice del Tribunale di Harbourton. Sulle righe sottostanti avevano scarabocchiato una firma anche "Albert L. Steadman", pubblico ministero, e "Iris Flaherty", segretaria comunale. Il resto del documento conteneva informazioni generiche sul tribunale, con particolare attenzione allo Sportello contravvenzioni; non c'erano ulteriori riferimenti a "Andwer J. Rash" n ai termini in cui lo si accusava di aver violato la legge.
Con orrore vidi che alla data dell'udienza mancavano pochi giorni: luned mattina alle nove presso l'aula di Chapel Street, a Harbourton, il pittoresco edificio in pietra calcarea del 1741, monumento storico dello Stato del New Jersey, che qualche anno prima io e Irina avevamo contribuito a far restaurare promuovendo una campagna di raccolta fondi.
Il mandato di comparizione rischiava di trasformarsi in una citazione a giudizio o in un mandato di cattura: se "Andwer J. Rash" non si fosse presentato presso il pittoresco tribunale locale era passibile di arresto.
L'aria che mi sfiorava la testa era di burrasca nonostante il caldo e il sole accecante: una combinazione che disorientava.
Nel mio stato emotivo ricordavo a malapena dove fossi. Una vocetta infantile protest: Ma non ho rubato nulla, io! Sono innocente.
Non ero in studio ma fuori, sulla via davanti a casa (bench dalla strada la nostra vecchia casa colonica fosse pressoch invisibile). Come spesso facevo a quest'ora di met pomeriggio, mi ero preso una pausa dal lavoro per raggiungere, a piedi lungo il sentiero sterrato, la cassetta della posta; a volte ci andavo e tornavo di corsa, a volte in sella alla mia vecchia bici inglese demod dalle ruote troppo strette. Il vialetto, lungo poco meno di quattrocento metri, attraversava i resti di un vecchio pascolo invaso da erba, fiori selvatici e alberelli. Era una delle splendide passeggiate della mia vita, che mi faceva piangere, che in qualche modo ero riuscito a fare mia.
Preoccupato, tornai verso casa. Del resto della posta - bollette, riviste, volantini, un pacco di corrispondenza dei fan inoltratomi dal mio editore, persino la busta della mia agenzia letteraria che probabilmente conteneva un assegno pesante - mi importava talmente poco che lo rovesciai su un tavolo in cucina in attesa che lo scovasse Irina.
Dentro casa, dove la luce non era cos forte e l'aria non cos scossa dal probabile arrivo di un temporale estivo, mi torn un briciolo di calma. In fretta salii le scale che portavano allo studio, chiusi la porta e telefonai al tribunale dove, dopo qualche squillo, ad alzare la cornetta e rispondere fu la svogliata Flaherty, segretaria comunale, con voce tanto sbiadita e accidiosa quanto il documento mal fotocopiato. Mi presentai cercando di non tradire emozioni e le domandai di spiegarmi il perch del mandato di comparizione; le ci volle un po' per identificarmi e controllare i registri; lo fece sbuffando a pi non posso. Poi, da burocrate scafata, con voce gelida, sulla difensiva, si limit a dirmi che "in conformit a quanto stabilito" dal mandato del tribunale mi sarei dovuto presentare a corte luned mattina, con o senza "rappresentanza legale". Il giorno dell'udienza si sarebbero meglio definite l'accusa e le "prove" a mio carico, se ce n'erano.
""Prove". Di che cosa?"
Prove: mi bast dirlo ad alta voce per sentirmi sconvolto. Forse speravo che la segretaria comunale rispondesse che il mandato era partito per errore e che non c'entravo nulla.
Anzi, aspettavo ancora che facesse una risata e si scusasse. Perch sembrava non finir pi di leggere il documento che lei stessa aveva firmato.
Ribad testarda ci che mi aveva gi detto e che mi serv a ben poco.
""Le prove del furto": ma furto di che cosa, per l'esattezza?"
Alzai la voce, esasperato. La Flaherty, scocciata, disse che lo avrei scoperto il giorno dell'udienza e che lei non ne aveva la minima idea.
" un'accusa seria, "furto". Comincio a pensare che sia un tentativo di diffamazione."
Al silenzio della Flaherty risposi dichiarandomi stupito che, vista l'accusa, non fosse venuto a casa mia un poliziotto ad arrestarmi, con un mandato; e la Flaherty: "Signor Rash, questo non  il tribunale penale,  il tribunale civile. Mica la arrestiamo".
Il tribunale civile! Ma certo. Nell'agitazione non ci avevo fatto caso.
"Ma  scritto sul documento. Rischio l'arresto."
"Signore, quello sarebbe per "disobbedienza a un ordine della corte". Non per un crimine."
"Ma... se non sono colpevole di un "crimine"..."
"Signore, su questo si pronuncer il giudice."
Formuletta che la Flaherty snocciol con la scioltezza di un pappagallo ben addestrato, forse per tentare di mettermi in soggezione.
"Signorina Flaherty! Lei forse non coglie l'assurdit della situazione. Perlomeno, mi dica: chi  "C.W. Haiden"?"
"Su questo non siamo tenuti a informarla, signore."
"Ma... questa persona, che non conosco, mi accusa di furto. E questo "furto" che cosa implica?"
"Gliel'ho detto. Le informazioni non sono disponibili. Al momento sono sola in ufficio e anche se volessi esaudire la sua richiesta non potrei."
Alla Flaherty, indignata, tremava la voce. Sembrava sul punto di chiudere la conversazione. Le domandai impaziente se in qualche modo potesse chiarirmi i termini della denuncia, per prepararmi a luned, ma lei disse: "Signore, non lo so. Forse le conviene procurarsi un avvocato. Di solito funziona cos, nei processi."
"Processi? Mi rinviano a giudizio?"
"Non so, signore. Lo scoprir all'udienza."
"Ma lei mi sta consigliando un avvocato, e io sono innocente, non ho idea di cosa diamine stia succedendo."
La Flaherty ammutol. Tratteneva il fiato. Adesso dire cosa diamine equivaleva a una qualche specie di molestia verbale? Rischiavo una denuncia per molestie sessuali?
"Signor Rash, c'..."
""Rush". Mi chiamo "Rush"."
"Signor Rush, c'..."
"Sul documento il mio nome non  scritto giusto una volta. Mi chiamo "Andrew J. Rush"..."
Quanto mi sembrava patetico avere immaginato che a Harbourton il nome "Andrew J. Rush" fosse "celebre". La segretaria municipale non mi aveva mai sentito nominare, sicuro.
"... e questa copia del mandato si fa fatica a leggerla,  sbiaditissima! Dev'esserci un errore e luned non voglio finire in tribunale per un errore non mio."
"Signore, la corte si riunisce luned alle nove di mattina. Fino a quel momento non posso darle altre informazioni."
"Ma la prego,  irritantissimo..."
"Signor Rash, sto per riattaccare. Le consiglio di trovarsi un legale, se  preoccupato."
""Preoccupato"? Ma scherza? Certo che lo sono: mi danno del ladro, minacciano di arrestarmi, mi obbligano a trovarmi un legale..."
"Questo sta a lei, signore. Nessuno la "obbliga"."
"Lo sa anche lei quanto diamine costa un avvocato! Perch dovrei pagargli una parcella esorbitante se sono innocente, pulito, se non so neanche per cosa mi hanno denunciato?"
Mi sfugg un guizzo di rabbia. Come se, con tutti quei soldi, Andrew J. Rush non potesse permettersi un avvocato!
"Signore, a risentirci."
"Aspetti! Signorina Flaherty, devo sapere..."
Ma era caduta la linea. A questo punto la mia voce era rauca e risentita.
E pensavo: Sono io che lo denuncio.  uno scandalo.
Pensavo: Ma non ho mai rubato niente, io, o s?
Gi dal giorno precedente, quando la mia cara figlia Julia aveva innocentemente preso e sfogliato Un bacio prima di uccidere di "Jack of Spades", sentivo che sarebbe successo qualcos'altro, di incontrollabile. Se c' una cosa che mi spaventa e mi manda in bestia  perdere il controllo.
Come se "Jack of Spades" fosse venuto a rannicchiarsi in un angolo della mia vita senza che ce lo avessi invitato, ad attirarsi tutta la luce addosso, dentro, come un buco nero.
Immaginavo Irina mentre, sorpresa e preoccupata, origliava la conversazione al telefono da un altro angolo della casa. Dei due era la pi emotiva, la pi facile a perdere la calma, ma a volte succedeva che mi sentisse parlare con foga mentre ero solo nel mio studio, al piano superiore della casa, sopra il garage - "implorante, sembri" - in momenti in cui ero sicuro di non aver aperto bocca, nemmeno al telefono; diverse volte alla settimana mi sveglia in piena notte da un sonno profondo e turbolento e dice che parlo, digrigno i denti, "chiedo aiuto".
In quei momenti, colto cos di sorpresa, mi occorre qualche secondo per riconoscere Irina, la mia cara moglie. Pi di una volta ho temuto, nel momento in cui Irina mi scuote per farmi svegliare, di avere l'impulso di spingerla via con violenza.
Gi macchinavo su come nascondere questa notizia inquietante a Irina e al resto della mia famiglia. Non volevo neanche immaginare che un'"udienza" presso il Tribunale di Harbourton fosse pubblica e rischiasse di finire sulle pagine dello Harbourton Weekly.
Squill il telefono. Risposi al volo, convinto che potesse essere una pentita e pietosa Flaherty che richiamava con qualche informazione utile; invece era Irina, dall'interno del piano di sotto, che chiedeva se andasse tutto bene.
"Tutto bene? Certo che s, amore. Sono un po' in difficolt con il nuovo romanzo. Tutto qui."
Era cos. Stavo avendo qualche difficolt a modellare la struttura di un nuovo thriller che continuava a trasformarsi in una cosa molto pi complessa, oserei dire embricata, di quanto avessi in programma e di quanto fosse prudente, considerate le restrizioni del genere. Il titolo provvisorio era Doppia faccia e il suo andamento doveva essere chiaro: la contrapposizione tra "buono" e "cattivo" della storia in una serie di capitoli alternati nell'ultimo dei quali il "buono" prevale sul "cattivo". I lettori di questo genere hanno tutto il diritto di pretendere che tra loro e l'autore esista una sorta di contratto implicito, a sancire che il "cattivo" ricever una giusta punizione e che il normale caos del mondo subir una radicale semplificazione, permettendo un finale plausibile e al tempo stesso inaspettato.
Dovessero mettercisi loro, gli intellettuali snob che ridicolizzano le limitazioni del nostro genere (compresa la cara Julia, che adoro), si troverebbero in difficolt enorme anche solo a imitarlo, un thriller di successo: un thriller in cui il cattivo viene inseguito fino alla cattura, e punito; e in cui ci sia un finale degno di tal nome.
I finali dei thriller di "Jack Spades" sono pi crudeli, perch pi primitivi. Il male che tracima ovunque  troppo per ripulirlo con cura e di solito muoiono tutti, o per la precisione muoiono ammazzati. Spesso non ho neanche idea di come finir, un libro di "Jack of Spades", finch l'ultimo capitolo non mi corre incontro di colpo come un veicolo lanciato a tutta birra; i thriller di Andrew J. Rush sono invece modelli di chiarezza organizzati con cura mesi prima di scriverli, e raramente capita che sorprendano l'autore.
Positivo, per l'autore e per i lettori. In sostanza a nessuno piacciono le sorprese.
Irina domandava se avessi bisogno di lei in studio, se fossi in ansia, e io le dissi che no, grazie, non era necessario. Conoscevo soltanto un rimedio all'ansia: il lavoro.
All'ora di cena, le dissi, sar uscito dal pantano sgobbando. Come sempre.
"Se lo dici tu, Andrew... Hai avuto un'altra nottataccia, sai."
Non direi.
"Be', mi sembra di ricordare..."
Niente affatto, Irina. Ma grazie! Ti amo.
E riattaccai prima dell'eco mormorata del ti amo.
Tipico della mia cara moglie, esagerare cos. Si era appena immaginata che stessi parlando a voce alta e aveva male interpretato il mio umore. Sembrava anche avere un ricordo errato della notte precedente, che era stata anonima come un mare cupo e placido nel quale la turbolenza delle onde  indecifrabile.
Quant' tenera tanta premura in una moglie, quando non  esasperante!
Tenevo in mano un bicchiere di vino (bianco e acido, il mio preferito) che non ricordavo di avere versato.

4
L'accusa

"Sant'Iddio."
Non riuscivo a lavorare, ovviamente! Il cuore mi batteva forte e avevo il fiato corto, come se qualcosa o qualcuno mi stringesse un elastico sul petto.
Sull'elenco del telefono di Harbourton non sembrava risultare alcun "C.W. Haider", ma c'erano diversi Haider domiciliati nelle vie pi vecchie, quelle storiche, nei dintorni della piazza. Nessuno rispose alle prime due chiamate, qualcuno rispose al secondo squillo della terza, una persona la cui voce era squillante e ansiosa, da bambino precoce o da adulto leggermente ritardato. "S-s? Pron-to?"
Chiesi se potevo parlare con "C.W. Haider" e la voce rispose squillando: "Sono io! Sono io "C.W. Haider"".
Un bambino! O una donna che si fingeva bambino.
Con imbarazzo mi presentai. Mentre scandivo "Andrew J. Rush" mi parve di sentire, all'altro capo della linea, un momento di silenzio, di indugio.
"Chiamo per quel mandato di comparizione che ho ricevuto oggi dal Tribunale di Harbourton. "C.W. Haider", che lei dice di essere, mi accusa di furto. Ma non capisco in che cosa consisterebbe questo "furto", signorina Haider ("signorina", vero?). Lei davvero dice che le ho preso qualcosa, sapendo benissimo che noi neanche ci conosciamo?"
Silenzio. Di nuovo il respiro sulla cornetta.
"Pronto? Parlo con la... signorina Haider? Mi sente?"
E lei, a mezza voce, cantilen un infantile "S-".
"Lei mi accusa di furto, vuole portarmi in tribunale, potrebbe per cortesia spiegarmi perch? Che cosa le avrei rubato, io?"
"Lo sa."
"Lo so? Che cosa?"
"Lei sa che cosa si  preso, Rush."
Adesso la voce era pi forte, pi secca e aveva quasi perso quel po' di infantile.
"No. Non lo so. Non so "che cosa mi sono preso". E non so chi diamine sia lei, "C.W. Haider", non so niente di lei. Credo che mi debba perlomeno la cortesia di una spiegazione."
"Be', la deve smettere. La storia  andata avanti per troppo tempo e voglio che smetta. Il giudice mi dar una mano a farla smettere."
La voce si alz fino a strillare. Riuscivo a vederle gli occhi, brillavano indignati e feriti.
"Smettere cosa?"
"Lo sa, Rush. Lei sa benissimo che cosa mi sta facendo."
"E che cosa le starei facendo?"
"Ruba. Mi ruba le pagine che mette nei suoi libri. Cose che sono mie, che si  preso. Lei  un pla-gia-rio: lei mi ha plagiata. E io la smaschero davanti al mondo."
""Furto", "plagio"... lei mi sta accusando di plagio? Ma  uno scandalo."
"Certo che lo ! E lei sar smascherato, e punito! Rivoglio indietro il maltolto, e pretendo le sue scuse. E lei mi deve dei soldi: i diritti d'autore."
" uno scherzo? Sei qualcuno che conosco?"
"S! Sono qualcuno che conosce: Sono qualcuno a cui ha rubato."
"Ma... com' possibile? Rubato cosa? Come?"
"Da casa mia. Lei  venuto a rubarmi in casa, e deve smetterla, e la smetter."
"Ma... non  vero! Io non la conosco, non so neanche dove abita: non ho idea di cosa stia dicendo. "Pagine", "romanzi"..."
"Il giudice la punir, luned! Vedr, allora. Il mondo intero vedr. Ladro! Plagiario! Finir in rovina, glielo garantisco."
La donna fece un urletto, una risata improvvisa e infantile. Cadde la linea.


 pazza.  pazzia.
Niente a che vedere con te.
Chiama un avvocato. Non ti ci immischiare.
Frastornato, incredulo. Rimasi a lungo alla finestra ottagonale dello studio (guardavo il prato erboso, uno scorcio del Mill Brook dall'altra parte della strada) senza essere capace di fare altro. I miei pensieri sbattevano come grandi ali squilibrate. Rovina, aveva detto. Finir in rovina.
Pla-gia-rio. Peggio ancora.


Ammazzala e stop. Zittisci la voce, e la minaccia se ne va.
Da millenni  la strategia pi efficace.
"Jack of Spades" non avrebbe tentennato. "Jack of Spades" aveva pronta la soluzione a qualsiasi problema.

5
Il bravo cittadino

"Dev'essere un malinteso. Perch avr scelto me?"
Da una parte ero tentato di pensare che "C.W. Haider" fosse malata di mente e che in questa bizzarra accusa non ci fosse nulla di strettamente personale contro "Andrew J. Rush"; d'altro canto, per, pi ci pensavo e pi mi sentivo minacciato, concretamente sotto assedio.
Fino a quel momento non ero mai stato accusato di alcun crimine, neanche di piccole infrazioni. In cinque decenni abbondanti di vita avevo accumulato al massimo una manciata di multe per divieto di sosta o eccesso di velocit.
Non ero mai stato denunciato. Non mi avevano mai "arrestato".
Non avevo mai ricevuto un mandato di comparizione. Di cattura.
Volont di ribadire, a C.W. Haider: sono una brava persona! Sono uno che adora la sua famiglia, un cittadino solerte con la sua comunit.
Sono una persona che gli altri rispettano, ammirano, adorano.
Non sono un rubagalline.
Non sono un plagiario!
Non mi manderete in rovina!
Fu nel 1998 che io e Irina prendemmo la decisione di comprare Mill Brook House, che  il nome di casa nostra. Una tenuta invasa dalle piante, un po' scalcagnata ma bellissima, quattro ettari e mezzo a nord di Harbourton con vista sulle anse del Mill Brook, il torrente che passa di qui.
Comprammo la tenuta, o meglio, depositammo una caparra e accendemmo il mutuo, con i soldi dei miei primi romanzi. Non eravamo ricchi, per nulla!, ma d'improvviso sembrava che avessimo i soldi, che potessimo permetterci un tenore di vita che mai avrei potuto immaginare all'epoca in cui avevo cominciato a scrivere e far circolare le mie opere con l'ottimismo cieco di uno che va a pesca con cinque o sei lenze.
Fino a quel momento avevamo vissuto in una casetta di campagna nei sobborghi di New Brunswick, dove io insegnavo inglese alla Highland Park High School e Irina lavorava in una scuola montessoriana. Monotonia  la parola che salta in mente: anche se cerco di scacciarla come si scaccerebbe una mosca rumorosa,  monotonia che assai vergognosamente salta fuori.
Vite monotone per gente monotona.
Prima che dal nulla emergesse "Jack of Spades".
Spesso andavamo a trovare i miei a Harbourton, sessantacinque chilometri a sudovest, il posto dov'ero nato e cresciuto e avevo, anzi ho, ancora tanti amici d'infanzia. Altra vita monotona era stata quella, probabilmente, ma in fondo ne serbo ricordi felici. Mio padre aveva un negozietto in citt (calzature, borsette) che se la passava tutto sommato bene nel contesto dei bottegai di Harbourton e non si lamentava mai della vita, sebbene quando avevo circa tredici anni, davanti al negozio di pap su Main Street, una vetrina delle tante che esponevano la propria merce sulla via, una consapevolezza mi diede le vertigini: E se nessuno comprasse pi? Tutto a un tratto, da questo momento: nessuno?
Una consapevolezza che terrorizza, a tredici anni.
Non  un terrore da teste spaccate, da sangue versato, di morte.  il terrore monotono della vita di tutti i giorni.
Ho detto che la mia  stata un'infanzia felice? Nelle interviste lo dico.
L'infanzia del figlio unico, a cui nessuno contende l'amore di mamma e pap,  quasi sempre felice.
Il Nord di Harbourton  una distesa di campi ondulati, campagna splendida che costeggia il Mill Brook, terra di ricchi latifondisti, uomini d'affari e politici in pensione. Per chi  cresciuto qui  un sogno romantico poter comprare, un giorno, una delle vecchie ville di campagna sulla sponda del Mill Brook.
Ma... possiamo permettercela? Domand Irina.
Possiamo permettercela, tesoro! Te lo giuro.
Impiegammo oltre un anno per ristrutturare la casa colonica del XVIII secolo con le sue stanze piccole, i pavimenti di legno obliqui e le irritanti scale ripide e strette. In origine la cantina aveva il pavimento in terra battuta e un soffitto basso, opprimente; tante finestre di casa erano isolate male e riscaldare i locali era una spesa proibitiva. Aggiungemmo qualche stanza, costruimmo un'ala per gli ospiti. In una stanza adiacente al soggiorno, dalle pareti piene di libri, cominciai a raccogliere i miei titoli preferiti in prima edizione, quando riuscivo a reperirli: gialli e thriller americani degli anni trenta, quaranta e cinquanta; una miscellanea di riviste che contenevano, tra gli altri, i "racconti weird" di H.P. Lovecraft; prime o vecchie edizioni di Edgar Allan Poe, Ambrose Bierce, Algernon Blackwood, M.R. James, Robert W. Chambers, Richard Matheson; storie di fantasmi di Henry James e Edith Wharton; la fantascienza filosofica di Isaac Asimov, Philip K. Dick, J.G. Ballard; una parete intera di contemporanei di met/tardo XX secolo dalla A alla Z passando per Barker, King, Le Guin, Morrow, Straub...
Il mio studio, che  comparso sia sul New York Times Style Magazine che su New Jersey Life,  al piano superiore, costruito sopra il garage (che ai tempi era una stalla). Questa stanza piena di luce ha abbaini e finestre affacciati su una sponda erbosa che declina verso un grosso stagno sul quale gli uccelli (germani reali, oche del Canada, cigni) nuotano languidi. Pi in l c' un bosco di caducifoglie che fa sempre parte dei nostri terreni; ancora pi in l, appena visibile dallo studio, la curva grigio-azzurra del Mill Brook.  qui che, seduto a un tavolo da disegno tecnico, compongo i miei romanzi al computer, partendo da appunti scarabocchiati a mano; sulla parete accanto al tavolo appendo cartine, sinossi, i ritratti abbozzati dei "personaggi", cronologie. Perch sono un pianificatore meticoloso: anche chi non apprezza i miei libri per via dell'inevitabile finale positivo deve ammettere che, nell'architettare un thriller, nessuno  scrupoloso quanto Andrew Rush.
Sul davanzale di una finestra davanti al tavolo da disegno ci sono i miei talismani magici: foto di famiglia, l'Edgar per l'opera prima, ricordi e portafortuna.
In un piccolo frigorifero le scorte di energia pronte all'uso: succo d'arancia, barrette di mandorle e yogurt, Coca Light, vino bianco.
Sono cos felice qui.
Qui c' la mia anima.
Voi non oserete separarmi dalla mia anima.
All'altro capo della stanza, davanti a una finestra pi piccola c' un tavolo pi piccolo, potrebbe essere un pezzo d'antiquariato, pieno di graffi strani che sembrano fatti da un coltellino, comprato da un venditore di Mill Brook Valley.  l che a mano, sui fogli gialli di un bloc notes, compongo i romanzi di "Jack of Spades"; poi, quando ho accumulato diversi capitoli, trasferisco il materiale sul tavolo da disegno e lo batto a computer.
Cartella: "J.S."
Quando scrivo come "Jack of Spades" sono velocissimo ed  difficile che torni indietro. A differenza di "Andrew J. Rush" non sono affatto meticoloso nel decidere la trama: anzi, quasi nemmeno penso in termini di trama.
Succede una cosa, e poi un'altra.
E un'altra.
E poi... arriva la (sgradevole) sorpresa.
Quando scrivo come "Jack of Spades"  difficile che scriva prima di mezzanotte. Quando il resto della casa  buio. Quando sono in perfetta solitudine, e non rischio interruzioni. Quando il pi acido dei vini bianchi non basta pi e qualche oncia di Scotch whisky  buonissima: buonissima.
"Jack of Spades"  il premio per avere scritto un minimo di dodici pagine del mio romanzo, cio del romanzo che pubblicher con il nome di "Andrew J. Rush".
Se posticipo l'attivit di "Jack of Spades" alle prime ore del mattino posso dare per scontato che le energie non si affievoliranno come invece, inevitabilmente, accade quando scrivo da "Andrew J. Rush".
A rotta di collo. Montagne russe.
E di colpo... i binari sono spariti nel vuoto.
A volte mi ritrovo a Catamount Park. Dove da ragazzini ci si teneva dentro la paura delle montagne russe e del trampolino alto, alla cava. E altre cose.
Catamount Park  un parco pubblico di Far Ridge, un'ora circa da Myrtle Street, Harbourton, dove abitavamo all'epoca.
Quando eravamo bambini. Fratelli.
Alla cava, arrampicarsi sui massi deformi color argilla fino al promontorio roccioso. L c' il trampolino alto.
Alla cava c'erano due trampolini: quello alto, quello basso. Pi coraggioso, meno coraggioso. Per i grandi, per i piccoli. I bambini, le ragazze, quasi tutti gli adulti nuotavano nella parte "sicura" della cava. Gli adolescenti, i ventenni e persone pi grandi che sapevano nuotare bene o volevano fare un po' di scena si arrampicavano sui massi fino al promontorio roccioso che era il punto pi alto.
Non sempre i pi piccoli erano i benvenuti. A seconda di chi c'era, e dell'ora.
E in lontananza, la musica tintinnante della giostra. Le grida e le risate dalle montagne russe.
Certi di noi (ragazzini) erano ossessionati dal trampolino (alto).
"Andrew? C' qualcosa che non va?"
Irina, dietro di me.
Non mi voltai: non subito. Non l'avevo sentita arrivare ma i peli sulla nuca avevano cominciato a rizzarsi d'apprensione.
"Mi  sembrato di sentir parlare qualcuno. A meno che non fosse una tv con il volume alto."
Niente tv. Non qui.
La mia cara moglie si era svegliata alle 2,35 del mattino, non vedendomi a letto era venuta a cercarmi e mi aveva trovato in studio, in un'ala lontana della casa, seduto allo scrittoio d'antiquariato pieno di graffi con una sola lampada accesa, immerso nella scrittura: scrivevo rapido, a mano, sul bloc notes.
Cercai di mantenere la calma, di sorridere calmo, s, e di sorridere con gli occhi oltre che con la bocca. "Irina! Perch non dormi, tesoro?"
"Dormivo, Andrew. Sono andata a letto alle undici. Ma... mi mancavi."
Si avvicin, esitante. A piedi nudi, indossava una camicia da notte di seta beige. Il suo corpo sembrava rarefatto, appiattito. Il seno piccolo, molle, morbido, il gonfiore appena percepibile della pancia. I capelli corti biondo scuro, screziati di grigio, erano schiacciati sulla tempia. Alla luce smorta la sua faccia era pallida e inconsistente come una maschera di carta, con rughe leggere. Dietro lo sguardo preoccupato, ombre come macchie.
Moglie, madre, compagna.  bello, da parte tua, amarla.
Ma perch la ami? Non  forse una di quelle che hanno sfibrato il tuo amore?
Una moglie  un parassita emotivo. Tu sei l'organismo ospite del parassita.
Facilmente, una caduta spaccherebbe la testa alla moglie.
Di notte, sulla scala ripida: facile.
Posai lesto la penna e misi da parte il bloc notes di fogli gialli cos che, se Irina si fosse avvicinata, se (con aria innocente) avesse abbassato lo sguardo, non avrebbe visto che cosa scrivevo.
Quando scrivo, Irina rispetta il mio bisogno di privacy;  difficile che entri nella mia stanza senza invito.
Anche i miei figli, da piccoli, rispettavano il bisogno di privacy di pap. Era difficile che li punissimo, e se anche fosse stato era per metterli in riga.
Ridicolo, giocare al "pap"!
Troppi anni a giocare al pap!
Non pi pap di quanto "Jack of Spades" sia pap.
"Non volevo interromperti, Andrew. Vieni a letto quando puoi."
Irina non sembrava convinta. Probabilmente voleva avvicinarsi, toccarmi la spalla, la nuca: un gesto da moglie. Mi vide in faccia un'espressione che la blocc?
Una donna  particolarmente desiderabile quando si sente, o immagina di sentirsi, sgridata ma con sottigliezza. Nell'istante in cui si volta, quand' di profilo, e potresti ancora trattenerla...
"Irina, tesoro: aspetta!"
Mi alzai di colpo dal tavolino, mi affrettai a raggiungere la cara donna che da un quarto di secolo era mia moglie. Il cuore mi batteva forte di brama, speranza, desiderio di stringerla forte e di farmi stringere forte da lei.
Al diavolo "Jack of Spades", almeno per quella notte.


Il mattino dopo, rientrato in studio percepii che qualcosa era alterato. Mi veniva da pensare che ci fosse passato un intruso!
Sulle prime non capii che cosa fosse diverso o fuori posto, poi sulla scrivania piccola vidi la lampada in orizzontale, come se qualcuno l'avesse rovesciata; la lampadina era in pezzi. Controllai l'interruttore, era ancora in posizione "acceso".
Un bicchiere da sei once (vuoto) che puzzava di whisky aveva disegnato un cerchio sul legno antico del tavolino.
Una dozzina e pi di fogli gialli erano coperti da scarabocchi indecifrabili, lontanissimi parenti della mia scrittura, e la penna con cui avevo scritto era per terra, un paio di metri pi in l, come scagliata via in un impeto di rabbia.


"Come ci si sente a essere una "celebrit locale"? Il "pi celebre autore" della contea di Hecate? Uno dei grandi "best seller" del New Jersey?": questo mi sono sentito chiedere da intervistatori benintenzionati, che non sembrano accorgersi dell'imbarazzo profondo che certe domande possono scatenare in uno scrittore anche solo minimamente onesto.
Senza scompormi mi affretto a dichiarare che sono molto grato per il "modesto successo" che ho avuto, e cerco di cambiare argomento.
Tuttavia,  vero che il "successo" dei miei libri ha cambiato notevolmente la vita mia e della mia famiglia. Ho sperato di esprimere la mia gratitudine con atti di generosit verso i meno fortunati.
Per esempio, ho contribuito a un fondo "d'emergenza" per scrittori, uno di quelli amministrati dal sindacato. Ho finanziato borse di studio alla Harbourton High, dove mi sono diplomato nel '79. Io e Irina abbiamo fatto donazioni al rifugio per animali della citt e contribuito alla costruzione di una nuova ala della biblioteca pubblica, che ha allestito una mostra permanente intitolata I BEST SELLER FIRMATI ANDREW J. RUSH, DALLA CONTEA DI HECATE (Imbarazzante! Ma non interferisco nelle operazioni della biblioteca). Facciamo donazioni annuali ai programmi per l'alfabetizzazione in citt disgraziate del New Jersey, come Newark, Trenton e Camden, e abbiamo partecipato alle raccolte fondi per l'alfabetizzazione organizzate dalla NJN (New Jersey Network, la tv locale della zona). Abbiamo contribuito a ristrutturare il vecchio e scalcagnato Cinema Arts Theatre sulla South Main dove talvolta, il venerd sera, Andy Rush indossa i panni dell'aspirante maestro di cerimonie e presenta classici della suspense e del noir come L'ombra del dubbio, La donna che visse due volte, Diabolique, Niagara, Shining, Scomparsa. Abbiamo donato per il nuovo campo da softball e alla Little League di Harbourton, dove da bambino giocavo (non male) anch'io. (Anzi,  imbarazzante ricordare che il nuovo campo da softball porta il mio nome: "Andrew J. Rush Field".) Adesso che i nostri figli sono grandi e vivono per conto loro, Irina ha ricominciato a lavorare (part time) alla Friends School della vicina Hadrian, la scuola progressista e privata dei quaccheri, dove insegna arte ed  attiva nell'Associazione genitori-insegnanti. Da diversi anni Irina Rush  tra i coordinatori del Programma alfabetizzazione del New Jersey.
Nel 2010 l'"Associazione per la cittadinanza responsabile" del New Jersey mi ha assegnato il suo premio annuale. Appena un anno fa ho ricevuto dal governatore dello Stato una medaglia per le mie attivit filantropiche. E l'anno prossimo, cos mi  stato promesso (cio, voci insistenti ne parlano) avr l'onore di entrare nella Hall of Fame del New Jersey, affiancando "i pi preziosi benefattori" delle arti.
E i miei romanzi pi acclamati devono ancora venire. Ne sono certo.
Maledetta, non sono un ladro e non sono un plagiario e non consentir che mi si mandi in rovina.

6
"La seppelliamo"

" soltanto una causa molesta, Andrew. Il giudice la respinger. Chiediamo il rimborso delle spese legali e un'ingiunzione che blocchi questo genere di "molestie all'artista"."
Parlava con una tale avvocatesca fiducia e apprensione per me, che sentii un'ondata di sollievo, ma anche la lieve incredulit di chi si aspettava un'esecuzione capitale e scopre che la sentenza di morte  sospesa.
Quel mattino avevo fatto ci che avrei dovuto fare non appena ricevuto il mandato di comparizione dal Tribunale di Harbourton: chiamare il mio editor di New York, che mi aveva messo in contatto con l'ufficio legale della casa editrice; nel giro di pochi minuti ecco Elliot Grossman, avvocato, a rassicurarmi che non c'era nulla di cui preoccuparsi, assolutamente. "Non pensarci pi, a questa ridicola "denuncia". Non ha futuro, te lo garantisco. Andrew? Mi senti?"
Lo sento? Stringevo il telefono cos forte che sentivo male alle dita.
"S... ti ho sentito, Elliot. Grazie..."
E non seppi cos'altro aggiungere, meravigliato. Insomma, il mandato di comparizione era una faccenda banale, e le mie paure totalmente infondate? "W.C. Haider" non era una minaccia alla mia reputazione? Alla mia carriera? Alla mia vita?
Al telefono Elliot Grossman sembrava un uomo di notevole ragionevolezza. In casa editrice non mi era mai capitato di avere a che fare con lui, non avevamo mai avuto ragione di parlare di questo o altri argomenti. Al telefono mi aveva chiesto di faxargli il mandato e dopo averlo letto mi aveva richiamato per ridimensionare le mie paure. Sembrava cogliere che sono uno di quelli che, pur sapendosi "innocenti", alla semplice ipotesi di una causa legale vanno nel panico.
"Mi occupo volentieri del caso, Andrew. Altroch! Sono un grande fan dei tuoi libri."
Risposi mormorando un vago grazie.
Non so se fosse sincero, ma lo trovai gentile, premuroso. Specialmente davanti a uno scrittore come Andrew Rush, cos insicuro del proprio lavoro.
"Arrivo a Harbourton luned mattina per l'udienza, nove in punto, Andrew. Ma da solo, non c' bisogno di te. Se qualcuno ti "rappresenta" non c' motivo che venga tu, e ti consiglio di non farlo."
"Davvero? Avevo capito che il mandato implicasse..."
"No.  un'udienza, non un processo. Il primo a stupirsi che per una denuncia cos frivola si presenti qualcuno sar il giudice. Dubito seriamente che abbiano preparato un "mandato di cattura" nei tuoi confronti:  ridicolo. Il giudice sar lusingato quando vedr che un editore di spicco come il nostro manda un "consulente legale": chiuder l'udienza in cinque minuti. Le denunce come questa non sono rare, come non sono rare le cause assurde contro persone presumibilmente famose o ricche.  un tipo di ricatto che la legge conosce bene, e il giudice di Harbourton lo giudicher in quanto tale. Data la natura della querelante, per come l'hai descritta, immagino che la corte la conoscer gi: la classica svitata."
Grossman snocciolava scariche di parole ben scandite con l'entusiasmo di quelli che per lavoro tengono discorsi, con un piacere per le parole virtualmente cinetico.
"Negli anni mi  capitato diverse volte di rappresentare scrittori denunciati per "furto", "plagio" e, pi spesso, "diffamazione" e "disturbo della privacy". Grazie al Primo emendamento dimostrare un'accusa del genere  un'impresa, anche quando  fondata... il che non  il nostro caso, sono sicuro."
Sono sicuro. Non mi parve abbastanza veemente.
"Andrew, hai detto che non la conosci, questa "C.W. Haider", no? Non sei mai stato a casa sua, non hai mai letto niente di suo, vero?"
"Certo che no!"
"Perch a volte capita che uno sconosciuto mandi un manoscritto a un autore, e leggere i manoscritti non  consigliabile, anzi, se puoi  meglio rimandarli subito al mittente segnalando che non li hai letti e mettendoci data e firma. Se conservi un manoscritto, pu voler dire che l'hai letto; e l'autore, o l'autrice, potrebbe passare poi al setaccio tutto quello che scrivi per controllare se l'hai "plagiata". Non  raro, Andrew. Ti  andata bene che finora non ti  mai capitato."
Disperatamente cercavo di pensare: avevo mai ricevuto qualcosa da "C.W. Haider"? Ero troppo imbarazzato per dire a Grossman che negli anni mi era capitato di ricevere e leggere manoscritti di sconosciuti e, ingenuamente, di avere persino risposto a qualcuno di loro mandandogli suggerimenti per le revisioni; nella maggior parte dei casi gli autori mi ringraziavano, ma di solito il passo successivo era la richiesta di presentarli a un agente o un editor, il che portava la corrispondenza a un altro, diversissimo livello, non sempre con buon esito.
Dissi a Grossman che ero quasi certo di non avere mai ricevuto manoscritti n lettere da "C.W. Haider" n di averle mai scritto; e lui disse, ridacchiando: "Se le hai scritto, Andrew, lo scopriremo presto. Si sar tenuta tutte le lettere."
Mi rivel poi che di tutti gli scrittori da lui rappresentati in vent'anni di carriera l'obiettivo pi frequente di denunce sgangherate era nientemeno che Stephen King, e c'era da aspettarselo; ma fino a quel momento King era riuscito a non impelagarsi in cause davvero serie perch di norma bastava poco, per dimostrarne la ridicolaggine.
"Hai rappresentato Stephen King?" Che scoperta incoraggiante.
"Certo. Pi di una volta."
"E... gli rodevano, le accuse?"
"All'inizio s. Ma poi ci si  abituato, in fondo Steve  un "personaggio pubblico",  come andare in giro con un bersaglio disegnato sulla schiena.  l'altro lato della celebrit, attiri l'attenzione di chi non ha tutte le rotelle a posto."
"Le hai sempre vinte, le cause di Stephen King?"
Non era da me fare domande cos dirette e curiose, ma dovevo. Grossman rise, indecifrabile.
"Be', Andrew: per correttezza nei confronti di Steve non sono tenuto a dirti di pi. Di certe cause esistono i verbali, sono pubblici e puoi leggerli, altre le abbiamo risolte fuori dal tribunale, in privato. Naturalmente, dopo che qualche anno fa Steve ha cambiato editore ho smesso di rappresentarlo. Non ho idea di che cosa sia successo, se  successo qualcosa, negli anni successivi. Volevo soltanto che lo sapessi per placare l'ansia, perch ti sento ansiosissimo: volevo dirti chiaro e tondo che non sei solo. Per un autore di best seller queste controversie sono la normalit, da sempre."
""Fuori dal tribunale"... vuol dire che Stephen King ha dovuto pagare? Perch diamine avrebbe dovuto pagare?"
"Andrew, per favore. Non  raro che un cliente ricco accetti di patteggiare con un querelante aggressivo, per chiarire i malintesi ed evitare pubblicit negativa. Patteggiare non vuol sempre dire scucire milioni di dollari, come senti dire o leggi sui giornali; sono riuscito a patteggiare anche per diecimila dollari, e una volta, quella  indimenticabile, per soli novecentonovantanove dollari."
"Ma se lo scrittore  "innocente"..."
"Ma certo! Certo che lo scrittore  "innocente!"  difficilissimo che uno scrittore del calibro di Stephen King o Andrew J. Rush "plagi" un dilettante o un pazzo."
Balbettando dissi a Grossman che in questo caso credevo che la querelante mi stesse accusando di esserle letteralmente entrato in casa ad arraffare chiss cosa...
Ma avevo quasi il mal di mare. Non riuscivo a dire con chiarezza ci che pensavo, e nemmeno mi sarei potuto costringere a riesaminare il mandato di comparizione, che a questo punto avevo letto, riletto e riletto fino alla nausea.
Grossman rise. "Andrew,  assurdo! Fintanto che non ne parlano i giornali  davvero divertente, ammettilo. "Furto con scasso", magari dalla finestra, per rubare idee dai romanzi di "C.W. Haider"."
Non lo trovavo divertente. Non risi.
Fintanto che non ne parlano i giornali.
Meglio cancellarla subito, l'accusatrice.
Con il suo fare entusiasta, ma non pi rassicurante come all'inizio, Grossman parl per un'altra mezz'ora; deline la strategia per l'udienza del luned, che imponeva qualche indagine urgente, e ribad che secondo lui era meglio che ne restassi alla larga. "Altrimenti la querelante ti vede, ti riconosce al volo e si sente ringalluzzita. Se  fuori di testa come pensiamo, rischia di far venir fuori una sceneggiata. Proprio quello che vogliono gli stalker: esasperare il confronto con i vip."
Stalker? Vip? Le parole di Grossman mi sciamavano intorno come zanzare. Cercavo di sentirmi almeno un minimo lusingato dal pur stravagante appellativo vip; cercavo di non andare nel panico davanti a stalker.
A quanto ne sapevo, a quanto indicava il mandato, a quanto avevo intuito dopo la nostra breve telefonata, C.W. Haider non era (ancora) una "stalker".
A ogni modo abitava a Tumbrel Place, non lontano dal tribunale e dal municipio. A spanne, meno di otto chilometri da Mill Brook House.
Ecco un'altra paura che Grossman mi aveva fatto nascere senza volerlo: stalker.
Meglio eseguire l'attacco preventivo, amico mio.
Meglio uccidere subito.
Come se gli fosse appena venuto in mente, Grossman domand se avessi mai parlato con "C.W. Haider": al telefono, magari.
Il mal di mare aument. Perch era ovvio che non avrei dovuto chiamare la persona che risultava aver sporto denuncia; lo sapevo e l'avevo chiamata lo stesso. Con vergogna dissi a Grossman che s, purtroppo l'avevo chiamata il pomeriggio precedente, subito dopo aver ricevuto il mandato di comparizione. "Volevo solo sapere di che cosa mi accusa, che cosa dice che avrei rubato. La conversazione non  andata bene."
In un momento di incredulit Grossman tacque. Il fatto che un uomo cos loquace fosse senza parole non era buon segno.
"Non sembrava lucida; faticavo a capirla. Ha una risata strana, acuta, sguaiata..."
Non sapevo pi cosa dire. Mi sentivo un bambino che non soltanto ha disobbedito ai grandi, ma ha disobbedito in maniera stupida.
"Caspita. Questa non ci voleva, Andrew. Non avresti mai dovuto tentare di contattare la querelante, lo sai bene. Pensavo che un uomo della tua intelligenza ed esperienza..." Grossman tacque, piccato. Non osavo immaginare la sua espressione in quel momento.
Con vergogna cercai di spiegare: "Era solo per farle qualche domanda. Una conversazione breve. Sono stato cortesissimo. Ha detto che le avevo preso qualcosa "da casa sua" e che "doveva finire"...".
"Non l'hai minacciata, spero?"
"Certo che no. Non sarei capace di minacciare nessuno."
"Possiamo fingere che non sia successo. Forse possiamo cavarcela. Se ci fosse un processo (ma sono sicuro che non ce ne saranno, per favore non andare nel panico) i tabulati telefonici diventerebbero prove a tuo carico, non potresti negare. Ma siccome non  un processo, nessuno deve testimoniare. E tu nemmeno ci sarai. Quindi speriamo che vada per il meglio. Pu darsi che lei non citi nessuna telefonata."
Ancora blateravo, imbarazzato. Volevo almeno riconquistare il rispetto di Elliot Grossman. "La cosa peggiore  che lo sapevo bene, che non avrei dovuto chiamarla. Ma, ecco, speravo che ascoltasse la voce della ragione. Che capisse che sono una brava persona..."
Non riuscivo a dirglielo: Volevo evitare di chiamare un avvocato. Ho paura degli avvocati.
"Andrew, dovresti sapere che la tua avversaria legale non vuole crederti una brava persona e che non puoi fare niente per convincerla che non sei il suo nemico ma una brava persona. Non  stata una mossa furba contattarla, amico mio, ma se non altro me l'hai detto. Grazie. Se davvero non l'hai minacciata, se non hai cercato di persuaderla a ritirare la denuncia, se lei non ha registrato la conversazione... credo che ce la caveremo."
Il tono di Grossman era cambiato. Perentorio, brusco.
"Ti chiamo subito dopo l'udienza, Andrew: non stare a chiamarmi tu. Non pensarci, lascia perdere. Te lo garantisco: questa "C.W. Haider" non ci dar problemi. La seppelliamo."

7
Un bacio prima di uccidere

"Andy, Julia  arrabbiata per qualcosa."
Il tono di voce impacciato di Irina lo conoscevo. Significava che l'irritazione della nostra figlia pi giovane aveva a che fare con me e che mia moglie stava usando tutta la cautela possibile per parlarne, come se - che cosa assurda, e ingiusta - temesse la mia reazione.
Mi infastidisce tantissimo quando un mio familiare usa cautela con me. Mi sconcerta, davvero.
"Cosa? Perch  arrabbiata?"
"Per un romanzo che ha letto, di un certo "Jack of Spades", un nome cos. Dice che secondo lei quello ti conosce,  un tuo amico-scrittore misterioso, e dice che, chiunque sia, nel romanzo ha messo una cosa che  successa a lei."
"Alt, Irina. Non ti seguo. Cosa stai dicendo?"
Era la vigilia dell'udienza. Domenica sera, meno di dodici ore alle nove del mattino, al Tribunale della contea di Hecate.
Ovviamente a Irina non avevo detto nulla. Meglio risparmiare certi turbamenti alla mia cara moglie.
Il cuore mi batteva forte. In colpa, in colpa.
 difficilissimo essere un genitore irreprensibile.
"Te lo dir Julia, Andy. Ma ha chiamato subito me, e piangeva. Questo orribile "Jack of Diamonds"..."
"Chi? Cosa?"
"... un autore di thriller che si fa chiamare "Jack of Diamonds", o "Jack of Hearts", una specie di autore di thriller pieni di violenza, sicuramente misogino, un animale, alla Mickey Spillane..."
Come se Irina avesse mai letto un libro di Mickey Spillane!
Nella mia collezione di thriller americani in prima edizione c'era un certo numero di titoli di Spillane, anni cinquanta, comprati nei negozi di seconda mano; ma da quando ci eravamo stabiliti a Mill House e avevamo riordinato le librerie ero certo che nessuno dei miei familiari li avesse toccati.
"Dice Julia che nel libro di questo "Jack of Hearts" che ha appena letto c' una scena che descrive quasi al millimetro la volta in cui ha rischiato l'osso del collo cadendo da quel ponte pedonale malridotto a Battlefield Park. Soltanto che nel libro la bambina muore."
Che ricordo malinconico! Avrei preferito non ripensarci.
Julia aveva quattro anni. Era una bambina vivace, curiosa. All'epoca abitavamo a Highland Park, vicino a New Brunswick; un giorno la portai a Battlefield Park, a pochi chilometri, e l (che vergogna) finii per distrarmi lavorando agli appunti di una scena da scrivere mentre Julia si allontanava lungo un torrente inseguendo certe papere e senza che me ne accorgessi saliva su un ponte pedonale in disuso; era cos piccola che non le fu difficile superare lo sbarramento, ridendo per quant'era stata scaltra a scappare da pap nonostante pap le avesse detto di non allontanarsi (pap le aveva sicuramente intimato di non allontanarsi). E di colpo il piedino di Julia affond nel legno marcio del ponte. Lei si mise a strillare mentre un pezzo di ponte crollava, cadde nel torrente che stava due o tre metri pi gi, ma la caduta fu miracolosamente ammorbidita dalla vegetazione, e a parte qualche graffio, livido e il trauma della caduta la piccola non si fece niente.
"Julia dice che in questo romanzo c' una scena che  quasi identica al suo incidente, ambientata persino in un posto che si chiama "Battle Park", non nel New Jersey ma a nord dello Stato di New York."
"Una coincidenza..."
La mia voce era debole, tremava.
Battle Park! Che modo stupido di rinominarlo, se l'originale era Battlefield Park.
"A Julia ho detto che ovviamente  solo una coincidenza. Ma strana e inquietante, no?"
"Immagino di s, se Julia la prende cos sul personale. La bambina nel libro le somiglia?"
Domanda strana! Per fortuna Irina non se ne accorse.
"Ha detto Julia che nel libro la bambina muore: si spacca la testa cadendo. Il padre che l'ha portata al parco  un cattivo che in realt  il suo patrigno, non il padre naturale. Odia i figli di sua moglie e fa capitare apposta le "disgrazie" che li uccidono."
La ricordavo vagamente, la trama di Un bacio prima di uccidere. Era tipico dei miei romanzi pseudonimi che, dopo averli scritti di fretta, in una sorta di ispirazione al calor bianco nelle prime ore del mattino, non li ricordassi granch nemmeno al momento della pubblicazione, figuriamoci a distanza di anni.


"Ha detto Julia che la trama del romanzo  molto ingegnosa, ma repellente. Nessuno sospetta che sia il malvagio patrigno a organizzare le "disgrazie"; lui  pieno di sensi di colpa, che sembrano sinceri, e prova rimorso, almeno finch non succede un'altra "disgrazia" a un altro figlio. Ha detto Julia che non  riuscita ad arrivare in fondo."
"Ah, bene! Lascialo perdere, "Jack of Spades"."
""Jack of Spades"? Cos si chiama?"
Irina mi guardava come se qualcuno le stesse puntando una luce accecante in faccia. Amo tantissimo la mia cara moglie, ma ci sono momenti in cui la sua dolcezza unica, l'ingenuit della sua dolcezza, mi irrita profondamente.
"S, cara. Sono dieci minuti che mi stai parlando di "Jack of Spades", di Julia che  rimasta sconvolta da un suo romanzo."
"S. Julia  sconvolta. E sconvolge anche me pensare che un episodio privato, intimissimo della nostra vita sia stato sfruttato da uno sconosciuto... Se  cos che  andata."
"Be', tesoro,  un gran bel "se"! Dubito che potremmo denunciare "Jack of Spades" per violazione della privacy, con una prova cos debole."
"Nessuno vuole denunciare nessuno. Ma..."
Ero nervoso, impaziente. Volevo dire chiaro e tondo a Irina che non ero affatto io il responsabile di quest'ultima crisi di Julia.
Da quand'erano adolescenti, e pure adesso che sono adulti, ci sono troppe crisi di un tipo o dell'altro nella vita dei nostri figli. Una telefonata a casa, una conversazione con Irina, l'ultimo fallimento, l'ultima delusione o un colpo di sfortuna o un tradimento, la necessit di sostegno emotivo, il bisogno di soldi: tutto gi visto fin troppe volte.
Tuttavia io sono la quintessenza del padre americano, il caro vecchio pap con le braccia aperte, il sorriso con le fossette, il libretto degli assegni.
Pap e le sue fossette quando ride. Che stronzo.
Non l'avevo avvertita, Julia, di non leggere "Jack of Spades"? Non li avevo nascosti, gli stramaledetti libri? Ovviamente mi aveva disobbedito: com'erano sempre stati abituati a fare, lei e i suoi fratelli maggiori, quando abitavano in questa casa, all'ignaro pap.
Avrei voluto controbattere a Irina che non ero amico di "Jack of Spades" e che pure se lo fossi stato non gli avrei mai raccontato dell'incidente di Catamount Park che quasi era stato fatale a nostra figlia. E in ogni caso, Julia non era morta. O s?
Quanto mi sentivo strano! Sudore in faccia, sotto le braccia, dentro i vestiti. In mano un bicchiere di vino - vino bianco acido, da un'enoteca locale del New Jersey il cui proprietario  "grande ammiratore" di Andrew J. Rush -, che non ricordavo di avere versato.
Forse a portarmelo era stata Irina. Per placarmi, per levarmi un po' d'ansia.
Adesso ricordavo: non Catamount Park, era Battlefield Park.
E Julia non era morta. No.
Irina mi stava dicendo che quella sera Julia sarebbe venuta a cena da noi, ma in realt veniva per parlare con me di Un bacio prima di uccidere. Irina non aveva in programma di partecipare alla conversazione: " tra voi due. Sai quanto diventa emotiva, lei, e quanto si fidi del tuo parere. Spero che tu sia paziente con lei, Andrew".
Ma che irritazione. Vagamente sfrontato, da parte di mia moglie, insinuare che sono meno paziente di lei con i nostri figli.


"Pap, non pu essere una coincidenza! Non ci credo."
Julia mi guardava, le leggevo in faccia dolore bambinesco ed esasperazione. Come se in qualche modo, in un modo che sapeva solo lei, la colpa fosse di pap.
A quanto sembrava, nonostante la settimana prima avesse lasciato il romanzo di "Jack of Spades" a casa mia, Julia si era ricordata dello strambo pseudonimo e aveva recuperato per conto suo Un bacio prima di uccidere.
Lamentosa diceva: "Nel romanzo la bambina muore cadendo e spaccandosi la testa sui sassi del letto del torrente. Il patrigno  dispiaciuto, pi o meno, nonostante sapesse che rischiava di cadere. Poi, pi avanti, c' un'altra "disgrazia" che capita al fratello, e il fratello muore. A quel punto ho smesso di leggere".
Sorrisi e cercai di consolare mia figlia. Sin da bambina Julia era troppo seria.
" tutto inventato. Da un autore "inventato"."
"In che senso, "inventato"?"
"Nel senso che "Jack of Spades"  uno pseudonimo, come ben sai."
"Hai detto che non lo conoscevi. L'autore."
"Non lo conosco. Pu anche darsi che "Jack of Spades" sia una donna, infatti."
Julia rise. "Ah, no, pap. "Jack of Spades"  maschio, anzi: macho da schifo. Senza dubbio."
Macho da schifo. Mi fece sentire un po' in colpa, ma anche orgoglioso, l'idea di essermi nascosto cos bene. Nemmeno i miei familiari riuscivano a riconoscermi!
Garantii a Julia che stava esagerando. Meglio lasciar perdere la coincidenza, mettere da parte quel romanzo offensivo e dimenticarlo.
"Possibile che sia davvero una coincidenza, pap? Tutto qui?"
"Tutto qui."
"Stranissimo! Mi urta."
"Urta anche me."
"Questo "Jack of Spades", sei proprio sicuro di non conoscerlo?"
"S."
"Hai idea di chi possa essere?"
"Si dice che sia un "professionista in pensione" che vive nella zona di New York.  un autore noir relativamente nuovo e molto minore, con un piccolo seguito. Non degno della tua attenzione, Julia."
" una persona cattiva, si capisce."
"Davvero? Non sono mai riuscito a finire un suo libro, ne ricevo di continuo dai suoi editori in cerca di qualche buona parola da stampare sulla fascetta. Sono cos brutali, violenti, e chi commette il male non riceve mai la giusta punizione. Come film d'azione per adolescenti."
"Ah, no, non direi, pap. Non sono cose da adolescenti. Sono romanzi che ti fanno pensare: ma non pensieri belli."
Davvero perspicace, Julia. Fu una rivelazione stupefacente, ero restio a crederle.
Ma insistette: "Senti, pap, io credo che questo autore conosca te e la nostra famiglia. Ha basato la "disgrazia" di Un bacio prima di uccidere su una cosa che  successa a me. Mi fa sentire a disagio".
"Julia, c' un sacco di gente che crede di vivere in un libro o in un film.  come vederti riflessa allo specchio e credere che quella sia davvero tu."
Mi sentivo scavato in faccia un sorriso contorto come un cavatappi.
"Pap, per piacere! Se ti metti allo specchio, quello che vedi riflesso sei tu."
Julia rise. Ma che cosa c'era di divertente?
Avevo un ricordo vaghissimo di Un bacio prima di uccidere. Non so neanche come va a finire. Avrei voluto ribattere a Julia: Ma nella vita reale sono il tuo affettuoso pap. E poi, alla fine, mica sei morta.

8
"Avr giustizia"

Poi, il luned mattina, non riuscii affatto a stare lontano dall'udienza.
Certo, lo avevo promesso a Elliot Grossman, che pi di una volta mi aveva chiesto chiaro e tondo di non farmi vedere. Ma non ci riuscii.
L'ansia era troppa per restare a casa. Mi venne il terrore che Grossman avesse frainteso il mandato, che "Andwer J. Rash" fosse tenuto a presentarsi in tribunale e rischiasse, in caso contrario, l'arresto per disobbedienza alla corte.
E in parte mi ossessionava la curiosit per "C.W. Haider". Nessuno mi aveva mai denunciato per nulla, tantomeno per "furto" o "plagio". Avevo passato quasi tutta la notte sveglio a immaginare l'udienza. Dovevo vedere il nemico.
Il Tribunale distrettuale della contea di Hecate  un bell'edificio in pietra calcarea che conserva intatta quasi tutta la facciata, del XVIII secolo; l'interno, invece,  stato completamente ristrutturato. Somiglia quasi a una vecchia chiesa, al centro di uno spiazzo erboso che scambieresti per il sagrato. Gli arredi curati dell'interno ricordano quelli di un club privato o di una locanda d'epoca, con pannelli di mogano a rivestire le pareti, soffitti bianchi, piastrelle scure, lampade incassate nei muri. L'atmosfera non ha niente a che vedere con quella abrasiva e amplificata dei grandi tribunali urbani; qui  sommessa, cordiale.
Poich le udienze e i processi sono aperti al pubblico, al varco d'ingresso non mi chiesero i documenti. La fila procedeva affabile e senza fretta, e con gran sollievo notai che nessuno mi riconosceva.
La corte in cui si teneva l'udienza era un anfiteatro piccolo, una sorta di tribunale fittizio, con sei sole file di posti che (a un mio rapido calcolo) potevano ospitare al massimo settantadue persone; quando il giudice Carson entr in aula e apr la seduta, erano piene soltanto per un quarto. Nelle prime due o tre file c'erano i convocati dal tribunale, insieme ai loro consulenti legali; mano a mano che le udienze venivano aggiornate c'era gente che usciva ed entrava. L'atmosfera era formale, l'andirivieni continuo; chi di noi si era seduto a osservare dall'ultima fila aveva una visione chiara dell'intera aula.
(Nella speranza di non apparire imbarazzato o diffidente stabilii che non mi sarei azzardato a incrociare lo sguardo dei miei compagni di fila e avrei tenuto la faccia parzialmente nascosta. Addirittura, come "Jack of Spades" che non usciva mai in pubblico senza una specie di travestimento, anche minuscolo, sfoggiavo un paio di occhiali da vista con la montatura grossa e nera, che mi cambiavano i connotati senza stravolgerli, e una giacca sportiva di seersucker beige pescata dal fondo dell'armadio, smessa da almeno vent'anni. Perch avevo il terrore che i giornalisti locali "fiutassero" questa patetica udienza, che Andrew J. Rush ne uscisse come un ladro e un plagiario, o peggio.)
Haider contro Rush era il terzo caso all'ordine del giorno. Mentre si discutevano i primi due ebbi il tempo di inquadrare meglio Elliot Grossman: un avvocato dall'aria "newyorkese" (cio ebrea) che se si fosse guardato in giro mi avrebbe riconosciuto dalle foto di copertina; ma non si volt. Ebbi il tempo di contemplare la donna dall'aspetto bizzarro seduta in prima fila, vistosamente sola, proprio davanti al giudice.
Era senza dubbio "C.W. Haider", la querelante. A prima vista spiccava per un'incredibile somiglianza con una Ayn Rand dai capelli bianchi, stessi tratti mascolini e mascella sporgente, stessa aria aristocratica e risentita della celebre scrittrice. Dimostrava come minimo sessantacinque anni, aveva capelli bianchi scompigliati e a stento contenuti in un basco rosso cupo schiacciato sulla testa; portava vestiti dall'aria costosa ma della taglia sbagliata, di un'altra epoca: spalline imbottite per un aspetto pi massiccio e muscoloso, tailleur di gessato grigio con pantaloni e doppiopetto a bottoni grandi, d'osso, scarpe in pelle con la punta tozza. Si era impossessata di oltre un terzo della prima fila, ci si era sbracata per dissuadere altri avventori.
Di profilo C.W. Haider somigliava a un uccello predatore. Se avesse gettato lo sguardo sul resto dell'aula sarei indietreggiato, in balia del senso di colpa.
Mentre si dibatteva il primo caso, C.W. Haider non fece alcun tentativo di nascondere l'impazienza. Con enfasi sbuffava, mugugnava, cambiava posizione, frugava tra le sue cose: una borsetta in pelle di rettile dalle dimensioni cospicue, un ancor pi ingombrante borsone fatto di quadrati di materiale metallico, luccicante, e poi una pila di raccoglitori e un portacarte extralarge. La sua irrequietezza sconfinava nella maleducazione e attirava le occhiatacce del giudice Carson; si capiva che il messo e altri funzionari del tribunale conoscevano gi la signorina Haider, che pure nella sua boria non li degnava della minima confidenza.
Al telefono Grossman mi aveva detto che, per quanto ne sapeva, la Haider si sarebbe presentata senza avvocato, "Probabilmente non  riuscita a trovarne uno, visto quant' ridicolo il caso", e si sarebbe difesa da sola, tanto per esasperare un altro po' il giudice Carson.
(Sulle prime non mi parve di conoscerlo, Owen Carson, giudice di lungo corso della contea di Hecate, ma poi capii che ci eravamo gi incrociati per vie traverse: le nostre mogli avevano fatto parte del comitato organizzativo di un gal di raccolta fondi per la biblioteca di Harbourton ed erano, fino a un certo punto, amiche; di sicuro avevo stretto la mano pi di una volta a Owen Carson e mi sembrava di ricordare un gratificante commento di Irina, o della signora Carson: Owen  un tuo ammiratore. Gli piacciono i thriller, anche se dimentica tutto due secondi dopo averli finiti!)
Quando finalmente alle 10,58 si apr l'udienza Haider contro Rush, la Haider era a un passo dall'esplodere di frustrazione e ira. Concitata si alz in piedi (era di proporzioni sorprendentemente compatte, una tracagnotta bassa non certo valorizzata dalle spalline imbottite e dal tailleur) e si present al giudice in qualit di querelante, "La que-re-lante", che "da anni subiva furti", "pla-gi", con un tono di voce sfacciato, nasale, infantile, che subito riconobbi per averlo udito al telefono.
Che il giudice Carson conoscesse gi bene la querelante era indubbio. Quando le domand con cautela e gentilezza se non avesse un avvocato a rappresentarla lei esplose, veemente: "Signore, non ho un avvocato perch non voglio e non ho bisogno di un avvocato e nessuno pu parlare per me. Stavolta, come l'ultima volta, la giustizia  dalla mia parte. Vedrete".
In aula un mormorio di sorpresa, divertimento. La discussione si anim come se qualcuno avesse alzato il volume del televisore. Impassibile e cortese, Carson rimprover la donna dai capelli bianchi che l'aveva chiamato "Signore" anzich "Vostro Onore"; la donna dai capelli bianchi ribatt secca: ""L'onore" ce lo si deve guadagnare, signore. Vedremo se la sua corte lo merita".
Si cap subito (capii subito) che la causa della Haider era persa, che la Haider stessa era una causa persa: una svitata il cui diritto di sporgere denuncia contro un concittadino veniva accolto pro forma in tribunale ma che l'arcigno giudice sembrava deciso a liquidare il pi in fretta possibile.
Non mi era sfuggito il commento: stavolta, come l'ultima. La Haider era gi stata qui a sporgere denuncia.
Sulle prime mi sentii sollevato. C.W. Haider era una pazza, come avevo pensato. Non poteva avere la meglio su di me.
Persino Elliot Grossman, il super avvocato metropolitano spedito dall'editore di fama mondiale, ebbe qualche problema con la Haider, che lo interrompeva senza lasciargli finire le frasi; diverse volte Carson dovette usare il martello, come un giudice della tv che cerca di riportare l'ordine in un'aula comicamente indisciplinata. Gli spettatori che nel corso delle prime udienze avevano sonnecchiato si divertirono parecchio.
L'indignata signorina Haider sembrava priva di quello che si potrebbe definire un contegno pubblico convenzionale o normale. Non si rendeva conto, o non poteva importargliene di meno, di quanto fosse irritante la sua voce, e sgradevole e irritante quel suo atteggiamento di superiorit. Nonostante l'esasperato Carson le imponesse l'ordine, non smetteva di parlare ad alta voce come se farsi udire fosse l'unica cosa che contava; come se si rivolgesse a una giustizia pi alta di quella del Tribunale distrettuale della contea di Hecate. "Signore, cio, "Vostro Onore", sono qui, in qualit di cittadina, a chiedere i danni e l'emissione di una diffida contro ulteriori furti, plagi e invasioni della mia privacy a opera di quella canaglia di "Andrew J. Rush" che non ha il coraggio di affrontarmi oggi e ha scelto invece di nascondersi dietro un avvocato. Dimostrer che ho ragione io e avr giustizia."
La voce della Haider grondava sarcasmo. Pi che mai i suoi lineamenti aguzzi ricordavano un uccello predatore, occhi svelti e naso come un becco.
Un benevolo giudice Carson consent alla Haider di presentare almeno a grandi linee la sua accusa anzich dichiararla immediatamente infondata, come avrebbe fatto al suo posto un giudice meno gentiluomo. Con un'indulgenza da parente giovane nei confronti di un'anziana (Carson avr avuto al massimo sessant'anni: con la testa calva e lucida, sguardo vagamente miope) concesse all'esasperata querelante di parlare a lungo e di sfoderare la batteria di "prove" che aveva portato con s: dattiloscritti ingialliti; una dozzina di libri mastri che erano i suoi diari; diverse copie di libri miei, sottolineati e commentati a penna rossa. (Fu un trauma, prima che Haider identificasse i libri, vederne da lontano le coste e riconoscerli; capire che questi erano davvero i miei libri; come se qualcuno stesse mettendo una fetta della mia vita privata in bella mostra, con il chiaro intento di distruggermi.) I dattiloscritti erano, secondo la Haider, sue storie "inedite" e capitoli di romanzi in lavorazione; anche i diari erano suoi, cominciati nel 1965, quando la querelante aveva diciotto anni; i libri, tutte edizioni hardcover, erano in effetti di Andrew J. Rush, e contenevano sottolineati i passi che, a detta della Haider, le erano stati "rubati".
Con voce stridula e teatrale la querelante lesse estratti dal suo materiale e dai libri di Andrew J. Rush: "Vedete? Questo  "furto"; "pla-gio". Oltre a rubarmi le parole, quella canaglia ruba dalla mia vita".
Le accuse proseguirono incontrollate per un po'. Che sofferenza, se fossi stato al tavolo della difesa con Elliot Grossman! Gi cos mi veniva da piangere di mortificazione. Avevo sentito leggere i miei libri da professionisti attenti ma mai la mia prosa era stata scandita ad alta voce in tono cos accusatorio e beffardo; la costruzione ingegnosa delle frasi, le similitudini "intelligenti", le parole desuete ("claustrale", "vizzo") pescate dal mio vecchio e malconcio Dizionario dello scrittore sembravano sbrodolature compiaciute e patetiche. Non soltanto la Haider mi accusava di plagiare la sua prosa, ma la prosa stessa, sviscerata al perplesso pubblico della corte, era brutta da far male.
La voce di Haider si alz stridula: "Poich queste opere di C.W. Haider che egli ha razziato sono ancora inedite,  chiaro che la canaglia si  introdotta in casa mia, cio nell'abitazione del mio defunto padre Walter Haider, al civico 88 di Tumbrel Place, per rubarle con un qualche aggeggio fotocopiante...".
Nell'aula, mormorii e risatine. Che incubo!
Grossman aveva ragione, venire qui era stato un errore tremendo. Pensai:  stato Jack of Spades a portarmi qui. In futuro devo evitare di cedere agli impulsi anarchici e impulsivi di Jack of Spades.
Finalmente Carson interruppe la querelante a met frase e le segnal che stava ripetendo per l'ennesima volta lo stesso discorso. Esort Grossman a dare una risposta "concisa, per favore".
Secondo la tesi di Grossman il caso era da considerarsi prima facie assurdo: l'accusato Andrew J. Rush era un "eminente e storico maestro del genere "thriller"" i cui esordi risalivano ai tardi anni ottanta; aveva firmato ventotto best seller tradotti in altrettante lingue, o forse pi; dulcis in fundo, Rush era un concittadino noto per le attivit filantropiche e a favore della comunit locale. Se pure nelle sue opere in prosa affiorassero "parallelismi" con la scrittura della querelante, "echi", come la querelante aveva appena letto alla corte, non era chiaro se davvero le opere in prosa di quest'ultima precedessero quelle dell'accusato, poich la querelante non aveva pubblicato nulla e non era in grado di fornire date di composizione dimostrabili. Come capo d'accusa, "furto di vita privata" non poteva sussistere, perch nulla nei romanzi di Rush era evidentemente, ovviamente o letteralmente riconducibile alla vita privata di C.W. Haider; se pure ci fossero state "coincidenze" non erano null'altro che "coincidenze". Grossman insisteva perci affinch non si procedesse.
Furiosa, la Haider obiett che i diari erano "datati": da lei; e che in caso di dubbio la "datazione" l'avrebbe potuta effettuare un laboratorio scientifico. Grossman le rinfacci che i diari erano datati "dalla stessa querelante" e fintanto che un laboratorio scientifico accreditato non li avesse datati con precisione la sua denuncia non stava minimamente in piedi. Di nuovo chiese il non luogo a procedere: non c'erano motivazioni degne e la denuncia non era che un deliberato tentativo di danneggiare l'accusato.
La Haider era sempre pi agitata. Il basco le era caduto dalla testa e la sua aria di superiorit stava andando in pezzi. Il giudice Carson, sulla cui gentilezza e cortesia lei aveva fatto fino a quell'istante cieco affidamento, smise di venirle incontro e la interrompeva a colpi di martelletto, la zittiva, insisteva perch lasciasse parlare Grossman. Ma la Haider non riusciva a smettere, come agitata da un demone interiore: "No! No, no! Queste sono le mie pagine, signore! Anch'io sono una scrittrice: autrice di prosa e poesia! Lui  entrato con scasso a casa mia: per anni!"; "Questi sono i miei ricordi preziosi, Vostro Onore, perch questo  successo a me"; "Il plagiario mi ruba i ricordi preziosi, cose successe a me, alla mia famiglia, e le ficca nei suoi romanzi in modo che non siano andate cos ma sia tutta una nefasta BUGIA".
Di nuovo Grossman chiese il non luogo a procedere, in virt di accuse "fragilissime, inconsistenti e artefatte", e con un colpo secco di martelletto Carson gli diede ragione. A questo punto il giudice era rubizzo, bruciava di sdegno, mentre la Haider era cos agitata, cos scompigliata che il commesso e un vicesceriffo corsero ad accompagnarla fuori dall'aula.
"La prego di lasciare il tribunale con calma, signora Haider. Subito."
"Signore, sono qui per farmi sentire. Avr giustizia. Non me ne andr finch non avr giustizia."
In qualche modo accadde: il commesso (corpulento, di mezza et) era a terra e (chiss se  vero o sono stato io, nella confusione del momento, a immaginarlo) la Haider lo scalciava con le scarpe a punta tozza, come una porta testarda che si non vuole aprire.
La Haider si dimenava tra le mani che la trattenevano; mezza dozzina di mani, a questo punto. La Haider gridava, la Haider strillava. I manoscritti ingialliti caddero a terra, lo schedario si rovesci; una cascata di fogli, documenti, diari. I libri di Andrew J. Rush furono scalciati e calpestati. La Haider sembrava in preda a una specie di attacco di crisi epilettica; diversi agenti in uniforme cercavano di trattenerla. Forse l'ho immaginato, che gli occhi della donna afflitta si fossero rovesciati, che la bocca aperta fosse umida di saliva come la schiuma della follia... A voce alta il giudice Carson dichiar chiuse le udienze mattutine. In tutta fretta usc da una porta secondaria. Pover'uomo! Glielo leggevo in faccia l'orrore, il disgusto. Il giudice di un piccolo tribunale di provincia non  abituato alla realt concreta e brutale: soltanto alle parole. Ma adesso le parole erano esplose in una realt concreta e brutale.
Ci ordinarono di uscire dal tribunale. Insieme ad altri andai in corridoio mentre la donna dai capelli bianchi scompigliati strillava e singhiozzava sulla soglia, sbracciandosi tra i funzionari: Giustizia! Avr giustizia!
 raro udire il suono della follia. Il vero, straziante suono della follia altrui.


Visto? Il nemico  sconfitto.
Se serve un'ulteriore punizione, un'ulteriore punizione sar inflitta.

9
Vincitore

Al telefono, Grossman era trionfante.
"Vittoria totale, Andrew! Quasi mi spiace che non ci fossi,  stato uno spettacolo."
"Davvero?!" Riuscii a fingere una certa sorpresa, un filo di apprensione.
"S, cio,  stata la querelante a dare spettacolo. Poveretta,  fuori di testa come pensavamo." Ma Grossman rideva euforico.
Mi aveva chiamato per darmi la buona notizia mentre tornavo a casa in auto. Avevo visto il suo nome sullo schermo del cellulare ma la paura infantile che contro ogni evidenza il giudice avesse sentenziato contro di me mi aveva impedito di rispondergli subito.
La scena del tribunale era stata irreale, quasi un sogno. E in effetti sembrava uscita da un incubo, con C.W. Haider dai capelli bianchi scompigliati non soltanto sconfitta ma pure umiliata in pubblico. Sentivo ancora i suoi strilli, i singhiozzi, le pretese di giustizia.
Pensai: Ma non sono io il responsabile.  stata lei a cercarsela, la disgrazia.
"Il giudice non ha autorizzato a procedere, come immaginavo. Ha concesso alla querelante di articolare la sua denuncia ridicola: le ha dato tanta di quella corda con cui impiccarsi. Come immaginavo, "C.W. Haider" si  dimostrata la scema del villaggio, non cercava neanche soldi, mi sa, forse pi una pubblica scusa da te, e quelli che ha definito "danni". Evidentemente viene da una famiglia del posto molto nota ed  ricca, o ha ereditato un bel po' di soldi. Le risate che ti saresti fatto, Andrew, a sentire che tu, autore multimilionario, le saresti piombato in casa a rubare pagine: letteralmente! Idee e citazioni rubate dai suoi manoscritti e diari... che saranno state migliaia di pagine di diari scritti a mano. Ges! Ovviamente non aveva uno straccio di prova: sembrava convinta che l'avrebbero presa in parola e via. Si rivolgeva alla corte neanche fosse una nobile o una regina. Pi che altro ha ripetuto che certi suoi manoscritti avrebbero anticipato i tuoi romanzi, "derivati" da cose che aveva gi scritto lei, ma non c' modo di datare i manoscritti, non ci sarebbe neanche se qualcuno si degnasse di prendere sul serio un'accusa cos ridicola. Ovviamente quella non ha mai pubblicato una pagina, se non a pagamento. Sono decenni che ha un romanzo in lavorazione. Diceva anche che avresti rubato eventi della sua vita: scritto, letteralmente, degli affari suoi, o trasformato certi dettagli al punto da renderli "una nefasta bugia"." Grossman rise di gusto. Infastidito da un fischio all'orecchio avevo capito solo un po' delle sue parole, ma coglievo quelle pi ripetute: squilibrata, patetica, matta, annullato.
"Insomma, il caso  chiuso, Andrew. Tu non c'entri pi nulla: puoi scordarti di "C.W. Haider". Provo a far emettere un decreto ingiuntivo per impedirle altre molestie e pretender che la querelante paghi la mia parcella e le spese processuali. Anche se non sei tu a pagarmi, anche se la casa editrice mi salda in anticipo, a quelli come la Haider  sempre una buona idea chiedere il massimo risarcimento possibile, per scoraggiarli a fare ricorso. Immagina se foste andati davvero a processo e in giuria ci fosse stato uno svitato paranoico in sintonia con lei: rischiava di andarti davvero male." Grossman era sempre pi scosso da giusta indignazione. Dovetti accostare, per ascoltarlo bene.
Ero uscito dalla corte con le vertigini, evitando di incrociare altri sguardi, sperando che nessuno mi riconoscesse. Sentir leggere la mia prosa da quella voce fastidiosa e strafottente mi aveva straziato. In particolare avevo cercato di evitare Elliot Grossman che cincischiava sui gradini del tribunale e parlava animatamente con i colleghi; era un tipo di quelli che si sanno imporre, molto New York nei modi, inebriato dalla vittoria ma in pieno anticlimax da fine anticipata dell'udienza. Grossman era venuto in limousine da midtown Manhattan fino a Harbourton, New Jersey, e aveva concluso la sua giornata di lavoro prima delle 2 di pomeriggio, ancora sovraccarico di adrenalina.
Uscito dal parcheggio del tribunale avevo udito una sirena e visto un'ambulanza accostare davanti all'entrata. La circondava una piccola folla che lasciava il minimo spazio di manovra all'intervento lesto dei soccorritori.
Subito avevo distolto lo sguardo. Non avevo voluto vedere nemmeno con la coda dell'occhio la donna dai capelli bianchi collassata.
Ma con un bel po' di fortuna, muore adesso.
Lei muore e nessuno ti scoprir.
Con la sua voce crudele e briosa Grossman aveva ricominciato a vantarsi di quanto fosse andata bene l'udienza, esattamente secondo le sue previsioni. Si aspettava un complimento? Che lo ringraziassi, ancora?
"Cos avrai qualcosa da scrivere in uno dei tuoi thriller, eh Andrew?"
Che insulto bruciante. Come se non avessi di meglio da fare che scrivere della patetica C.W. Haider!
Annebbiato dal mal di testa ringraziai Grossman. Lo elogiai e gli garantii che avrei raccontato al mio editore quanto se l'era cavata bene, ma... "Non credo sia il caso di perseguitare la querelante. Lasciamolo perdere, questo caso patetico."
"In che senso "lasciamo perdere?" Spiegati."
"Non voglio chiederle... quello che hai detto: la parcella, le spese. Lasciamo perdere, e basta."
"Andrew, la querelante ha perso la causa e le tocca pagare. Dovrebbe farlo anche solo per la sfacciataggine che ci ha messo. Perch far pagare il tuo editore?"
"Pago io. Pago io onorario e spese. Mandami la parcella."
"Ma per piacere. Sei innocente. Il mio onorario lo paga l'editore. E bene. Haider ha perso, paga lei. Le spese sono un deterrente nei contenziosi infondati. Altrimenti sarebbe pieno di scemi che fanno causa ad altri scemi e i tribunali scoppierebbero. Questa viene da una famiglia benestante, in fondo."
Insistetti, non volevo umiliare ulteriormente C.W. Haider. Era andata in ospedale, no? Era crollata in tribunale e l'avevano dovuta portare via in ambulanza.
"Come fai a saperlo, Andrew?"
"Me l'hai detto tu."
"Davvero? Non ricordavo."
Cominciai a sudare dalla fronte e nei vestiti. La testa pulsava di dolore. Non riuscivo a ricordare se Grossman me ne avesse parlato.
"Certo, l'hai detto tu che la Haider  collassata in tribunale e che hanno chiamato l'ambulanza. Pochi minuti fa, me l'hai detto."
"Davvero?!" Grossman sembrava sinceramente perplesso.
In fretta balbettai che dovevo riattaccare, che non potevo guidare e parlare al telefono, che ci saremmo sentiti un'altra volta.
Pass qualche minuto prima che riprendessi le forze e mi schiarissi le idee quel tanto che bastava a rientrare a Mill Brook House.


Entrai in casa, era silenziosissima. Non avevo notato se l'auto di Irina fosse sul vialetto. Sembrava non ci fosse nessuno.
Neanche la donna delle pulizie. Nessuno.
Il silenzio mi invest, a ondate.
Sono tutti morti, e tu sei libero.
E senza colpa.

10
Candido come un giglio

E poi, aspettai.
Lo Harbourton Weekly usciva il mercoled.
Ero pronto a un desolante titolo in prima pagina: Rush, scrittore locale, denunciato al Tribunale della contea di Hecate per furto e plagio.
Le radio e le tv locali non avevano parlato degli eventi di quel luned. Nessun giornalista aveva cercato di contattarmi. Neanche Irina sembrava aver colto che nella mia vita c'era stato uno sconquasso, e ovviamente non gliene parlai.
Quando infine lo Weekly arriv con la posta e lo aprii in tutta fretta, in prima pagina non vidi n il mio nome n la mia foto, nulla. Niente "Rush", niente "Haider".
Lentamente tornai a casa. Mi tremavano le mani, gli occhi erano pieni di umidit.
Nel terrore improvviso mi fermai, aprii lo Weekly per controllare la rubrica "Voci dalla corte" a pagina sei, persino il "Registro degli arresti": niente.
Nessuna traccia, sul giornale.
Mi si apr il cuore. Risi ad alta voce, di gratitudine. Provai l'euforia di chi  scampato alla punizione, anche se non avrei saputo dire perch.

II

11
Delitto perfetto

 l'ora e aspetto.
Di Andew J. Rush il delitto perfetto.


In piena notte risvegliarmi con una scossa nel cuore. E male alla bocca come se avessi stretto i denti.
Che ora era? A malapena distinguevo le cifre sulla sveglia del comodino.
L'ora prima dell'alba che  "non ancora l'alba". L'ora del lupo, la chiamano, quella in cui pi rischia la morte chi  gravemente malato.
Non lo vedi? Davanti a te?
Il tuo nemico: inerme.
Il tuo nemico: aspetta.
Dall'altra parte del letto Irina dormiva. Traslocando a Mill Brook House avevamo comprato un letto "king size" grande come un campo nel quale due corpi vivi, che respirano ed emettono calore, possono giacere la notte senza badare l'uno all'altro.
 pur vero che a volte Irina mi chiede: "Andrew, stai bene?".
Oppure: "Andrew? Hai fatto un brutto sogno?".
Oppure: "Andrew! Stavi digrignando ancora i denti".
Stavolta Irina non era (evidentemente) sveglia. Qualcosa mi aveva destato di colpo al culmine di un sogno talmente caotico e confuso che l'avevo dimenticato all'istante - o meglio, qualunque cosa fosse stato, forse, brevemente, riguardava la donna dai capelli bianchi scompigliati -, e non ero pi in grado di rievocarlo.
Era in questo modo, in questi momenti, che Jack of Spades mi parlava pi chiaro. Ma non sempre coglievo il senso delle sue parole beffarde.
... aspetto.
... delitto perfetto.

12
La tentazione

"Andrew? Hai un minuto?"
Era Grossman. Non avevo intenzione di rispondere al telefono ma mi sentii obbligato dal senso del dovere.
Dall'udienza al Tribunale di Hecate era passata una settimana. Il mio terrore di finire alla berlina dei giornali e delle tv locali si stava lentamente placando ed ero tornato al lavoro, o quasi. Continuavo a controllare la casella e-mail con trepidazione e non rispondevo quasi mai al telefono, a meno che la chiamata non venisse da qualcuno che conoscevo bene e di cui mi potevo fidare.
Avevo sperato di non doverlo sentire pi, l'avvocato del mio editore. L'episodio era stato uno sconquasso davvero difficile da spiegare a parole. Per quanto mi riguardava, il caso era chiuso.
Ero deciso a non pensare mai pi a C.W. Haider, anche se nei momenti di debolezza mi ritrovavo a fissare il vuoto e udire la furiosa irata voce: Avr giustizia!
Chiss, forse la donna dai capelli bianchi scompigliati era morta in ospedale. A quanto ne sapevo poteva esserle venuto un colpo o un infarto sull'ambulanza. Per un momento fugace pensai che forse Grossman chiamava per dirmi questo, e non capii se provavo sollievo o colpevole rammarico.
Ma la voce di Grossman era in ebollizione, mi riempiva l'orecchio.
"Interessantissimi sviluppi, Andrew! Pronto per una sorpresa?"
No. Basta sorprese.
"Direi di s."
"Ricordi che l'avevo predetto, che questa C.W. Haider doveva essere una "scema del villaggio"? Pare proprio che lo sia. Ha sporto denuncia contro altri scrittori, scrittori grossi, come ha fatto con te. Dopo una piccola indagine il mio assistente ha scoperto che qualche anno fa Haider ha tentato di fare causa a Stephen King. All'epoca non rappresentavo King, ma conosco l'avvocato che lo difese, l'ho chiamato, e indovina un po', Andrew..."
Per un momento mi parve di non capire.
Stephen King? Ha fatto causa... anche a lui?
Andrew J. Rush non  cos speciale per lei, in fondo?
Grossman mi stava spiegando che la denuncia sporta dalla Haider contro Stephen King era pressoch identica a quella contro Andrew J. Rush, a parte la selezione dei passi incriminati.
C'era persino, identica, la ridicola accusa di furto con scasso.
"Prova a immaginartelo: quant' probabile che Stephen King venisse a Harbourton, New Jersey, per fare irruzione in casa sua?"
Grossman rise di gusto. S, era proprio una fantasia assurda.
"Nell'ottobre 2004 ci fu un'udienza nel tuo stesso tribunale, con la Haider a "difendersi da sola" davanti allo stesso giudice." Grossman lo trovava particolarmente buffo.
Cercai di abbozzare una risata. "Davvero! Lo stesso giudice..."
Stephen King, allarmato dalla donna che gli aveva addirittura inviato lettere minatorie presso il suo editore, aveva ingaggiato un detective che indagasse su di lei. Aveva paura che quella se ne andasse nel Maine a perseguitare lui e la sua famiglia; paura che fosse tanto matta da arrivare a uccidere, o a provarci. Ma il detective non fece scoperte particolarmente pericolose, e King lasci perdere.
"Sicuro che non ti abbia mai scritto lettere minatorie, Andrew? Magari sono arrivate all'editore ma non te le hanno inoltrate."
Non sapevo come rispondere. Mi sentivo vagamente stordito e incapace di formulare un pensiero coerente. Mi sentivo quasi soffocato dalla risata esuberante di Grossman.
"Negli anni la tua avversaria ha cercato di fare causa a John Updike e John Grisham, Norman Mailer e Dean Koontz, Peter Straub e James Patterson e pure a Dan Brown! Ma sempre invano."
Ridemmo insieme. Era divertente. O no?
Lentamente cominciavo a sgonfiarmi. Come un palloncino punto da uno spillo.
"Davvero una virtuosa, la tua "signorina Haider"! Notevole repertorio di stili e temi."
"S... be'... tutto sommato non c' da sorprendersi."
 una sorpresa totale. Tutt'altro che lusinghiera.
"Insomma, Andrew, vorrei querelarla. Come ho detto, il prossimo passo dovremmo farlo noi."
Lo capivo, che probabilmente era cos. Un avvocato sapeva cosa fare, nel mio interesse. La posizione di Grossman era la pi logica, ma l'istinto mi diceva di resistere.
"Ma... sai come sta? Pu darsi che non sia nemmeno viva..."
"Il mio assistente ha chiesto. Era "sotto osservazione" a New Brunswick, pare che soffra di epilessia congenita o qualcosa del genere, gli attacchi le vengono quando  irritata o si arrabbia. C' un domestico di famiglia con cui ha parlato il mio assistente,  stato molto disponibile. Ha detto che "combattere i nemici"  l'unica cosa che tiene in piedi la Haider dopo che suo padre  morto e l'ha lasciata sola al mondo. Non soltanto i nemici letterari ma anche i vicini di Tumbrel Place e le autorit cittadine. Ah, tra l'altro, ha sessantasette anni."
Sessantasette! Avevo sperato di pi. Saperla cos giovane era desolante. Con la volont d'acciaio della pazza, C.W. Haider rischiava di essere la mia nemesi per altri vent'anni.
"Se non disapprovi, Andrew, io andrei avanti con i miei piani. Faccio emettere una "diffida a molestarti" ulteriormente e chiediamo tutti i risarcimenti del caso. Ti chiedo soltanto un paio di firme e siamo a posto."
Ma l'istinto continuava a dirmi di resistere, di obiettare. In questa spiacevole situazione la condotta di Andrew J. Rush doveva essere nobile.
"Te l'ho detto, Elliot: non voglio punirla, io. Questa storia mi ha lasciato l'amaro in bocca."
"Ma la vittima eri tu! Immagina se non avessi avuto un editore disposto a proteggerti e ti fosse toccato assoldare un avvocato, ma di Manhattan, non di Harbourton, New Jersey. (Non costo poco, Andrew: ecco perch dovresti seguire i miei consigli.) Immagina se il giudice della contea non fosse stato ragionevole e il caso fosse finito a giudizio. Immagina se avessi perso la causa, hai idea di quanto ti sarebbe costato il risarcimento: milioni? Avresti dovuto fare appello al Tribunale di Stato del New Jersey, e sta' tranquillo che neanche questo ti sarebbe costato poco. Ne sono successe, di cose pi bizzarre e ingiuste, nella storia della legge americana."
"Ma... precisamente, che cosa faresti? Quanto dovrebbe pagare?"
Con pazienza Grossman spieg un'altra volta il suo piano. Ipotizz una somma: molto pi di quanto mi aspettassi.
"Te l'ho detto, Andrew: la seppelliamo."
Per un momento la tentazione mi venne. Era come arrampicarsi su un trampolino, un trampolino alto, a premere (con delicatezza, quasi senza farsi notare) contro la schiena nuda di qualcuno e spingerlo nel vuoto.
Ero tentato di accettare il consiglio dell'aggressivo avvocato, querelare e punire. Sconfiggere un'altra volta il nemico. Seppellirla.
Ma dalla mia bocca usc:
"Capisco, Elliot. Ma continuo a non volerla querelare."
"Ges! Cosa sei, una specie di... cristiano? Quacchero?  corretto, nei confronti del tuo editore, pretendere che sia l'azienda a pagare?"
"Te l'ho detto, pago io onorario e spese. Voglio soltanto dimenticare questo spiacevole episodio e tornare alla mia vita."
"Be'... nobilissimo da parte tua. Da vero gentiluomo."
(Mi stava prendendo in giro? Immaginavo il ghigno sarcastico.)
"Mi dispiace per quella donna, tutto qui. La malattia mentale non  una scelta n un'opzione, e non la dovremmo confondere con la condotta criminale.  normale che messa com' fosse convinta di avere ragione."
"Stessa cosa che si poteva dire di Hitler, o di Gengis Khan. O dei nostri politici criminali di guerra. Non fa una grinza."
"La Haider non  una Hitler o una Gengis Khan.  una vecchia sola, convinta di essere una scrittrice. Dopo il colpo che ha preso rischia la disabilit permanente. Non voglio renderle la vita pi disperata, mi basta avere vinto la causa."
"Benissimo, Andrew. Lasciamo perdere. Per adesso, almeno."
"Per favore, evitiamo di trascinarla oltre. Mi vergognerei come un ladro se qualcuno sapesse che stiamo perseguitando questa donna. Non ho pi voglia di pensare a "C.W. Haider"."
"Bene!  raro che la vittima di una denuncia sia cos generosa, ma ovviamente "Andrew J. Rush" non  un uomo qualunque. Puoi almeno promettere che non la contatterai? N in ospedale n a casa?"
"Ma certo! Perch mai dovrei farlo?"
"Mi hai gi detto che le hai telefonato una volta."
"Era per tenermela buona, per chiederle di lasciar cadere la denuncia. Non ho pi alcun motivo per chiamarla."
"Be', magari ti viene lo scrupolo di convincerla che sei "innocente". Mi sa che non hai capito che nella legge il punto non  "l'innocenza":  la decisione del giudice a stabilire "l'innocenza" o "la colpa". Non importa che tu abbia rubato tutti e ventotto i tuoi romanzi dalle mensole di C.W. Haider o che non ne abbia letta nemmeno una riga; l'unica cosa che conta  la sentenza. L'opinione altrui, per esempio della litigiosa C.W. Haider, conta zero."
Mi sentivo tremendamente insultato ma mi costrinsi a mormorare un assenso.
"Risentiamoci, per. Non mi va di chiuderla cos. Sono un professionista e so quanto posso essere utile ai miei clienti: non  soltanto questione di opinioni. Almeno promettimi che starai alla larga da quella."
"Ma certo che no. Cio... certo che non tenter di contattarla."
"Se ti molesta di nuovo chiamami subito."
"S."
"Prometti? Se torna a darti fastidio mi chiami subito."
"S. Ti chiamo subito."
"E io, Andrew, non avr la minima piet. Basta "bravo ragazzo", eh? La seppelliamo."


Quella sera andai a letto ben prima di mezzanotte. Troppo esausto per prendere la penna e il bloc notes giallo, per versarmi un po' di whisky e sedermi al tavolino malconcio, immerso nella seducente prosa di Jack of Spades.
Ma dormii a intermittenza. Sospiravo, mi rigiravo come un grosso pesce nella rete.
E chi la tira, la rete?

13
Immunit

Ora possiedi l'immunit.
Nessuno creder pi alle accuse della strega.


Spesso Jack of Spades stuzzicava.
Spesso Jack of Spades sfotteva.
Negli interstizi della mia vita, la vita in cui ero lo scrittore Andrew J. Rush, il rumore di certe parole sibilanti ricordava quello di una fuga di gas.
Specialmente nel mio piacevole studio sopra l'ex stalla. In quello che era stato il mio porto sicuro mi sentivo vulnerabile, teso.
Qualunque cosa tu voglia fare, C.W.  il tuo bersaglio.
Guarda che cos'hai davanti! La sfida pi deliziosa.
"Non ho il minimo interesse per C.W. Haider. Non intendo neanche informarmi sul suo stato di salute."
S, ecco la mia decisione.
Nelle settimane successive al mandato di comparizione, e all'udienza. Nelle settimane successive al collasso in tribunale. Le grida.
Giu-sti-zia!
Eppure sembrava che il mio lavoro non andasse bene. Le venti pagine di sinossi di Doppia faccia non mi dicevano pi niente. Passavo quasi tutto il tempo a rileggere, rivedere. Prima del mandato di comparizione avevo abbozzato circa centoventi pagine del nuovo romanzo, ma ora la corrosione quotidiana me ne rendeva sopportabile una sessantina, non di pi.
Tutto ci a cui durante la crisi mi ero dedicato con diligenza mi sembrava, ora, falso. La mia prosa, sbeffeggiata in tribunale dalla donna con i capelli bianchi scompigliati, mi si svelava piatta e poco convincente. Sembrava che i "personaggi" che pensavo di aver creato con affetto, le cui fattezze disegnate a matita erano appese al pannello di sughero vicino al tavolo, cospirassero contro di me, alle mie spalle, per dire banalit vuote da cartone animato.
Vedi? La strega ha scagliato una maledizione contro di te.
Come hai intenzione di esorcizzarla?

14
Nipote

L'avevano trasferita in una clinica psichiatrica di New Brunswick. Lo sapevo, con la massima discrezione avevo fatto diverse telefonate.
"Vuole parlare con la signora Haider? Al momento  in sala ricreazione. La vedo da qui."
In fretta dissi all'infermiera di no. No, grazie. Non volevo turbare mia zia.
"Non credo che la turberebbe.  tanto sola. Ha fatto ottimi progressi ma le visite dei parenti danno sempre una grossa mano. I pazienti pi anziani, in particolare, hanno bisogno di "legare" con qualche volto familiare, per tenere lontano il delirio. Ha detto che  nipote della signora Haider?"
La spiegazione fu che s, ero il nipote della Haider, ma nient'altro che il figlio di un suo fratellastro di Duluth, Iowa (era nell'Iowa, Duluth?) troppo lontano per andare a trovarla, al momento.
"Be', speriamo di poter dimettere presto la signora. Al momento  la paziente pi brillante e loquace. Certo, ne ha di cose su cui brontolare.  davvero una bella brontolona." L'infermiera rise, come se io, parente della Haider, potessi apprezzare il sarcasmo.
"Quindi la zia fa progressi? La dimettete presto?"
"Sissignore. Ma lei, come si chiama? Le dico che ci siamo sentiti."
"Stephen. Mi chiamo Stephen."
"Stephen... Haider?"
"No. Stephen King."
Silenzio incredulo. Poi: "Cio, come lo scrittore? Stesso nome dello scrittore, quello famoso?".
"Stesso nome, s. Ma non la stessa persona."
"Ah, bene! Dir alla signora Haider che  nei suoi pensieri, signor King!"
"Stephen, diamoci pure del tu."
"Stephen. Caspita!"

15
"Non mi piace, no"

"Se non ti spiace, Andrew. Credo che sia il caso di andarci..."
Titubante Irina parlava. Discutevamo delle sue ore di lavoro alla Friends School, che a me sembravano troppe per lo stipendio (modesto) che riceveva.
"Ci sar quasi tutto il corpo docenti... Non rimango per il buffet."
"Ma figurati, tesoro! Se vuoi, resta pure."
"E infatti non voglio. Voglio cenare con mio marito ovviamente..."
Per placare la mia cara moglie che sembrava mortificata in una maniera che commuoveva e al tempo stesso irritava, le dissi che poteva partecipare in totale tranquillit alla cena con i colleghi a casa del preside. Sarebbe parso maleducato o poco professionale, avrebbe dato l'idea che Irina fosse meno attaccata al lavoro rispetto ai colleghi, se fosse corsa a casa da un marito che (dopotutto) vedeva sette giorni alla settimana. Io avrei colto l'opportunit per uscire a cena con un amico (fresco di divorzio) di Harbourton.
Inoltre avevo in programma di passare alla biblioteca cittadina per donare una scatola di libri accumulati in estate. Diverse volte l'anno donavo libri alla biblioteca locale, volumi che ricevevo dagli editori; non sempre, ma talvolta, sfruttavo l'occasione per regalare uno o due tascabili di Jack of Spades, i cui romanzi, avevo notato, la biblioteca non comprava mai.
(Una volta avevo chiesto notizie al riguardo parlandone con la bibliotecaria capo, vecchia amica, che arricciando il naso mi aveva detto: "Ah, be', libri come quelli mica li compriamo". Ma vidi poi che nessuno batteva ciglio se un volume di Jack of Spades veniva donato e poi esposto sullo scaffale "thriller" insieme a rivali venerati come Michael Connelly, James Ellroy, Mary Higgins Clark e, nientemeno, Andrew J. Rush.)
Quando l'avevano chiamata a insegnare arte alla Friends School di Hadrian mia moglie era stata molto felice, e io lo ero stato per lei. Da che i ragazzi se n'erano andati, Irina aveva cercato con vari esiti di concentrarsi sulla sua arte, paesaggi ad acquerello, ceramiche vetrinate, macram, ma nulla come l'insegnamento le dava energia. Doveva anche badare alla casa e ai terreni, e le piaceva, e ci spendeva somme notevoli (con la mia approvazione, naturalmente); concedeva generose quantit di tempo libero alle societ di beneficenza locali e militava in diversi comitati di raccolta fondi. Poche parole pesano quanto "raccolta fondi" nel cuore di un marito, ma ho cercato di darle sostegno in queste iniziative. Ho sempre voluto che la mia cara moglie, sempre soggetta a sbalzi di umore e "melancolia", fosse felice e produttiva.
Al tempo stesso, non voglio che gli altri si approfittino della sua gentilezza d'animo.
"Se proprio qualcuno se ne deve approfittare, amore, preferisco essere io."
La risata di Irina fu un breve sussulto. Mi chinai a baciarle la guancia calda e la sentii irrigidirsi appena, perch non sempre le aggrada quello che lei stessa definisce il mio lato giocoso.
Quando ci eravamo conosciuti, ai tempi della Rutgers, poteva certamente sembrare che fossimo alla pari; anzi, da studenti la media di Irina era migliore della mia. Nei laboratori di scrittura che peraltro frequentavamo insieme l'alunna pi ammirata dai compagni e dall'istruttore era Irina Kacinzk, con la sua prosa "poetica" alla maniera di Virginia Woolf; non Andy Rush, le cui storie hemingwayane erano piatte, sincere fino all'imbarazzo e inchiodate a una trama rigida, con scene "d'azione" melodrammatiche e dialoghi hollywoodiani. Il primo racconto di Irina che lessi, la storia di una ragazza sorda, muta e cieca evocata in maniera brillante e persuasiva, mi colp tantissimo. Pensai, con l'ingenuit del diciannovenne: Ecco, questa  la ragazza che sposer.
Non mi importava che durante i laboratori Irina fosse spesso troppo timida per parlare; n che rispetto alle altre ragazze della Rutgers non fosse particolarmente attraente o sessualmente provocante ma, anzi, irradiasse un fascino discreto, con quei capelli biondo cenere, gli occhiali con la montatura di metallo, lo sguardo intenso. Una persona intelligente, ovvio. Di quelle che impari ad apprezzare soltanto imparando a coltivarle e che, se femmine, si sentono lusingate dall'interesse di personalit pi forti delle loro.
Tra le tante ragazze che avevo conosciuto nessuna mi era sembrata cos colpita da me come fu Irina. A volte quasi non lo riconoscevo, l'"Andy Rush" che vedevo riflesso nei suoi occhi.
"Irina? Chiamami "Andy", per favore."
"Mi sa che preferisco "Andrew"."
Non so come, ma mi lusingava, cos. Chiunque altro mi chiamava "Andy": un nome comodo quanto una vecchia scarpa da ginnastica. In "Andrew" c'era dignit, un che di profondo, complesso. Forse cominciai a innamorarmi di Irina Kacinzk perch vedeva in me pi di quanto ci vedessi io all'epoca.
Naturalmente  capitato che Irina mi chiamasse "Andy". Nei momenti di affetto pi intenso, quando si sente a suo agio con il mio amore, mi chiama addirittura "tesoro" o "mio adorato".
Ma  "Andrew" che le viene pi spontaneo, perch sembra implicare una vaga distanza tra noi: "Andrew" il marito, padre, protettore, che provvede ai suoi bisogni.
Irina ha smesso di scrivere poco dopo il matrimonio. Io ero stato il suo lettore pi entusiasta e avevo continuato a incoraggiarla, a setacciare le bozze dei suoi racconti e romanzi, ma il germe del dubbio e della sfiducia ha finito per contaminare la sua autostima di scrittrice. Con delicatezza la mettevo in guardia: "Tesoro, tu badi troppo alla precisione e alla perfezione. Non c' bisogno di tirare a lucido ogni maledetta frase: basta dire quello che vuoi dire".
Ma Irina si fece sempre pi esitante. Spero che non fosse perch pretendevo di leggere qualunque cosa scrivesse, offrendole le mie critiche pi sentite, sincere e affettuose.
Avevamo cominciato alla pari, in un certo senso, da insegnanti nella zona di Highland Park, ma sin dall'inizio lei aveva guadagnato meno di me; fuori dall'universit, il bel curriculum e l'entusiasmo dei professori non contavano granch. Tante volte in quei primi e difficili anni dovetti rassicurarla che non importava affatto (davvero, non importava affatto!) che la sua paga non fosse quasi mai pi del settanta percento della mia, e che la dovessimo spendere quasi interamente perch qualcuno si occupasse dei bambini ancora piccoli.
Come in una fiaba, con il passare degli anni ci scambiammo i posti. Irina mi aiutava a rivedere i miei primi racconti seri, me li batteva persino a macchina; fu lei a darmi idee per trame che non fossero intricate come quelle che scrivevo, ma vivaci e sorprendenti; era Irina a suggerirmi dialoghi quando i miei si facevano piatti e ripetitivi. Aveva scritto una tesi di laurea sui temi dominanti delle fiabe e da l mi consigliava di partire per i miei thriller, per dare loro quella che lei stessa definiva gravitas. Ricordo benissimo che mentre aspettava il nostro primogenito, all'ottavo mese di gravidanza, ribatt a macchina con gran dedizione un mio racconto di quaranta pagine, lo corresse, lo sped alla venerabile rivista Ellery Queen che prontamente accett di pubblicarlo.
Da quel momento gli agenti cominciarono a scrivere a Andrew J. Rush. Ne scelsi uno di Manhattan che lavorava per alcuni tra i pi venduti autori di thriller della nazione e da allora sono rimasto con lui. All'inizio con i racconti non ebbi molta fortuna, ma il mio primo tentativo di romanzo (grazie anche all'aiuto della mia cara moglie) fu accolto con entusiasmo e incoraggiamento; nel giro di due anni firmai il contratto per un secondo libro, con un (moderatamente) generoso anticipo, da un editore con un catalogo di thriller, polizieschi e noir piuttosto forte.
Da allora non sono mai rimasto senza progetti, mai senza un piano d'azione. Ed  raro che mi guardi indietro.
Rinunciato a scrivere, Irina si  data all'"arte". Dal momento che non me ne intendo per nulla la incoraggio a prescindere, anche quando capisco (mi sembra di capire) che i suoi acquerelli sono di una bellezza soltanto banale, tutt'altro che originali; e cos le ceramiche vetrinate e i macram, intercambiabili con quelli prodotti dalle sue amiche della zona, che seguono i corsi della Cooperativa artisti di Mill Brook Valley e le cui case si riempiono di creazioni artigianali come navi che poco a poco affondano appesantite da un carico sempre pi ingombrante.
Ovviamente, di questo non ho mai fatto parola con la mia cara moglie che ci mette tanto impegno.
Mi  capitato di trovare, in giro per casa, certi suoi quaderni. Irina ha smesso di scrivere in prosa ma c' stato un periodo in cui ha provato con la poesia: pi che altro versi a caso, raffinati (mi sembrava) ma privi di senso.
E a volte mi  capitato di vederla piangere.
Sulle prime non voleva ammettere che stava piangendo.
Soltanto: "Ero qui a pensare".
Oppure: "Non  niente, un po' di malumore. Giusto perch non so bene che cosa fare".
Oppure, dopo una qualche mia domanda: "Forse  una sciocchezza, come la solitudine. Lasciamo perdere, per piacere".
Oppure, di colpo, un giorno, asciugandosi gli occhi rabbiosa: "Tu mi rubi le idee, Andrew. Non mi  rimasto niente di mio".
Rimasi sconvolto. Quasi non riuscivo a crederci.
"Irina, ma  ridicolo! Non ti ho mai rubato nessuna idea, sei stata tu a concedermele e pensavo che ci tenessi a farlo."
Era vero! Irina fece un sorriso pallido, e non disse di no.
"Anzi, Irina, sei stata tu a rubare a me qualche idea."
Alludevo a certi suggerimenti che le avevo dato riguardo ai suoi acquerelli. E, anni prima che smettesse di scrivere, riconobbi (mi sembrava di riconoscere) palesi variazioni tematiche, di ambientazione, di personaggi e dialoghi, ispirate ai miei romanzi, di cui pure preferivo non fare parola con la mia cara e fragile moglie.
Il fatto era che i figli stavano raggiungendo e superando l'adolescenza. E se da una parte i figli non avevano pi cos tanto bisogno della mamma, dall'altra era dolorosamente vero che la mamma aveva ancora bisogno di loro. La spinsi ad andare dallo psicologo; ne vide una schiera, con il tempo. Ricominci a scrivere, ma non mi faceva pi leggere niente. (Non feci domande.) Andavamo in vacanza a St. Bart's, a Parigi e Nizza, Roma, Firenze e Venezia. Ci stavamo anche per due o tre settimane. In quegli intervalli riuscivo a concludere un po' di lavoro (perch portavo il laptop e gli appunti ovunque andassi: sono uno che si d da fare, io!) mentre Irina vedeva i posti, scattava foto, faceva amicizia con gli altri turisti.
Al ritorno Irina sembrava sempre riprendere un po' di energia. Ma poco dopo rieccola in preda al malumore, alla "melancolia".
Perlomeno, insegnare alla Friends School era un'esperienza che le ridava vigore giovanile. La scuola privata la pagava quattro soldi e sembrava bearsi della propria esclusiva "specificit", con il suo corpo insegnante di semidilettanti grato di partecipare a una missione meritevole. Questi colleghi di Irina che avevo conosciuto sembravano persone pi coscienziose della media, ed erano in maggioranza donne. Il preside era un maschio, con una prestigiosa laurea a Princeton; e il miglior amico di Irina a scuola era un insegnante di matematica di origini orientali e dal nome impronunciabile, "Huang Lee" o qualcosa del genere.
L'avevo incrociato una volta sola, a una serata di raccolta fondi per la biblioteca di Harbourton. Fui stupito di scoprire che "Huang Lee" non era affatto il rigido e distaccato asiatico-americano che mi aspettavo, ma un tipo sveglio che faceva ridere i suoi ascoltatori (bianchi). Irina mi aveva accennato che "Huang Lee" era uno degli insegnanti pi amati della scuola, e che "tutte le alunne si innamoravano di lui".
Non riuscii a non ridere. Ai miei tempi, alla Highland Park High School, tutte le alunne si innamoravano dell'insegnante di inglese, il professor Rush.
Mi domandai: ci sarebbe stato anche "Huang Lee" alla riunione? E "Huang Lee" (che immaginavo sposato, con figli piccoli) si sarebbe trattenuto anche per cena?
Dalla finestra ottagonale dello studio guardai Irina andare via sulla Subaru station wagon (il meno lussuoso dei nostri veicoli: l'altro, che di solito guido io,  una moderna Jaguar). La guardai svoltare a sinistra su Mill Brook Road, verso Hadrian, che dista una decina di chilometri. Per un momento ebbi il curioso impulso di seguirla.
Non mi piace, no.
Frasi come questa Jack of Spades le infilava nel flusso dei miei pensieri, frasi casuali e inspiegabili e da non prendere sul serio.
Non mi piace, no. E nemmeno a te dovrebbe.

16
Tumbrel Place I

Uscita Irina raggiunsi Harbourton in auto, sulle nostre strade di campagna tortuose e strette. Con un inchino da gentiluomo consegnai la scatola di libri alla biblioteca. Jody Harkness (la bibliotecaria capo) non c'era, ma la mia presenza scaten una fiammata di interesse tra gli altri bibliotecari che mi davano del lei, rispettosi.
"Quando esce il suo prossimo libro, signor Rush? Spero presto!"
"Presto, s."
Alle sei del pomeriggio c'era ancora una luce da mezzogiorno bench il cielo fosse coperto sin dalla mattina. Mi resi conto che avevo dimenticato di organizzare la cena con il mio amico allo Harbourton Inn.
A Harbourton, dov'ero cresciuto, avevo tanti amici e tantissimi conoscenti con cui ero in rapporti amichevoli. Ma stava cominciando a essere snervante, sembrava non riuscissi quasi pi a frequentarli. (Non volevo pensare che da quando ero diventato una specie di celebrit locale i vecchi compagni di liceo si sentissero a disagio in mia compagnia. In effetti, per, doveva essere imbarazzante per loro e le loro mogli invitare Irina e me a cena nelle loro case modeste, dopo che noi li avevamo avuti ospiti a Mill Brook House.)
Mi ritrovai a guidare lentamente per le vie di Harbourton. Lentamente, lungo Chapel Street in direzione del centro storico: tribunale, ufficio postale, chiesa episcopale e canonica in mattoni rossi, Tumbrel Square, l'acciottolato del vicolo di Tumbrel Place. In questo esclusivo e vecchio quartiere c'erano pochi pedoni. Di giorno ci trovavi giardinieri, facchini, postini; a quest'ora, al calar della sera, sembrava deserto. Era un quartiere di case grandi, distinte, un tempo splendide, lontane dalla strada: "residenze signorili" dell'Ottocento. La pi vecchia risaliva addirittura a prima della Rivoluzione e, prima della battaglia di Trenton, aveva ospitato sotto le ripide tegole del suo tetto (non era improbabile) il generale George Washington.
La residenza al civico 88 di Tumbrel Place era una casa in stile edoardiano, grande, spoglia, di mattoni cos vecchi che sembravano sbiaditi. Un tipo di dignit petulante, aveva. Il tetto era di un verde luminoso, coperto da un velo di muschio. Intorno alla casa querce monche, mutilate dai temporali. Sapevo che la signora Haider dai capelli bianchi scompigliati non poteva essere a casa, ma ebbi un sussulto quando la immaginai mentre, affacciata placida a una finestra del secondo piano, mi vedeva passare e parcheggiare poco pi avanti, di fronte alla canonica della chiesa episcopale.
Ora possiedi l'immunit. Nessuno le creder pi.
La maledizione dev'essere esorcizzata.
Ormai avevo stabilito che era cos, che con la sorpresa del mandato di comparizione nella cassetta della posta mi era piovuta addosso una specie di "maledizione". Con l'apparizione della strega dai capelli bianchi scompigliati che aveva cercato di distruggermi.
Eppure, stranamente, mi sembrava che la "maledizione", una sorta di malessere impalpabile, letargico, come il fetore umido di un fungo velenoso annusato da vicino, che mi impediva di concentrarmi sul mio lavoro, mi fosse piovuta addosso gi prima dell'arrivo del mandato.
Un nemico nella mia vita pacifica. Del quale non sospettavo l'esistenza.
Troppo a lungo ero stato fiducioso e ottimista con il prossimo.
Parcheggiai la Jaguar, inforcai un paio d'occhiali vecchi, con la montatura di tartaruga e lenti che mi facevano due occhioni da pesce. Il lercio cappellino da baseball verde scuro che avevo trovato per caso nel parcheggio della biblioteca me lo schiacciai per bene in testa.
Sul sedile posteriore dell'auto c'erano la mia sacca verde scuro e una scatola delle dimensioni di un libro, che conteneva un volume piuttosto pesante. Era avvolta in carta da regalo argentata e abbellita da un fiocco di seta bianca, preso dal repertorio di accessori per pacchetti della mia cara moglie. Sentivo il cuore battere forte per l'impazienza. Jack of Spades rise.
Molto ingegnoso, Andrew! Ma vediamo come la sfanghi.
Senza fretta, con l'andatura comoda di un residente del quartiere trasandato-signorile, tornai all'88 di Tumbrel Place con la scatola incartata e la sacca (vuota). (Con sollievo verificai che alle finestre non sembravano esserci sagome dai capelli bianchi.) Dalla South Main Street, qualche isolato pi in l, giungeva il rumore del traffico, ma qui nella storica Tumbrel Place c'era un silenzio di tomba.
Un cancello in ferro battuto, che per aprirsi richiese un certo sforzo. In fondo al selciato logoro la porta d'ingresso, di quercia, e il campanello.
Nessuno rispose. (Non c'era nessuno?)
Allora, con educazione, usai il batacchio a forma di aquila americana.
Ma nessuno rispose.
Meditavo se non fosse il caso di sgattaiolare (discreto, invisibile) lungo il sentiero lastricato che a lato della casa portava a un tunnel di cespugli ingarbugliati sul retro, o se non fosse avventato e rischioso, quando inaspettatamente la porta si apr, con mia sorpresa, e mi ritrovai davanti un uomo, nero e basso, tarchiato, con un gran torace e ciuffi di capelli grigi alzati, in giacca attillata di gabardine e pantaloni scompagnati, che mi accolse con un'occhiataccia feroce.
"S? Che vuole?"
Dedussi lesto che questo belligerante individuo doveva essere il custode di casa Haider. Era cos basso, neanche un metro e cinquanta, che per guardarmi storto doveva allungare il collo.
Gli domandai se fosse casa Haider, questa, e lui, brusco: "S. Casa Ha'der. Che vuole?"
Gli dissi che ero un venditore di libri usati nonch editore di volumi di alta qualit venuto da Bangor, Maine, amico e collega scrittore della signorina Haider. Avevo portato un libro "in edizione speciale" che lei stessa mi aveva chiesto diversi mesi prima e che solo di recente ero riuscito ad "acquisire". Domandai se potevo consegnarlo alla signorina Haider di persona, dal momento che era un'edizione molto, molto rara.
"Nah. La signorina Ha'der mica aspettava gente."
Adesso, per, il custode mi guardava con meno ferocia. Tra il cappellino unto, gli occhialoni e i modi da gentiluomo non era impossibile che fossi un eccentrico letterato, anzi, un plausibilissimo "amico e collega" di C.W. Haider.
Aggiunsi, con un sorriso disarmante:
"Mi dispiace davvero di irrompere cos in casa vostra ma... avevo un appuntamento, ecco. Mi chiamo King. Steven."
"King." Sbatt gli occhi diffidenti. "Mi sta dicendo che lei ... quel famoso scrittore?!"
"No, io sono Steven, lui Stephen."
"S ma...  una specie di scrittore?"
"S, e anche editore, interessato a pubblicare le opere della signora Haider."
Che invenzione ispirata! Il custode fece un gran sorriso.
"Sar contenta, signore. Cio, signor King. La signorina Ha'der sar felice, sul serio."
Che cosa commovente, il servo nero cos sinceramente affezionato alla sua padrona! Disse che si chiamava Esdra Staples.
""Esdra". Molto piacere di conoscerla."
Gli offrii una stretta di mano. Per un momento, incredulo, tentenn (ovviamente Esdra Staples sapeva quale fosse il suo posto) e poi la accett. La mano di Esdra era la met della mia - e io non ho le mani piccole -, notevolmente forte e calda.
"Al momento la signorina Ha'der non  in casa, ma pu consegnare il libro a me. Gli bader come si deve. La signorina si fida di me per tutto."
"Credo che la mia cara amica volesse ricevere il libro direttamente nelle sue mani. Non soltanto  un pezzo raro, ma per lei ha anche un certo valore sentimentale."
"Eh, peccato davvero, signor King. La signorina non c'."
"Quando torna?"
"Mica l'ha detto." Esdra rimaneva sulla difensiva. Corrugava la fronte, ansioso, quasi tormentato.
"E dove sarebbe andata?"
Sembravo cos sinceramente preoccupato che Esdra abbass la guardia.
"La signorina Ha'der  stata male, la stanno curando. In un posto a New Brunswick. Dicono che torna presto."
"Oh! La signorina Haider  malata?"
"Le  gi capitato, quand' morto il vecchio signor Ha'der ed era in lutto.  "andata a ricoverarsi" e dopo qualche settimana stava bene, ed  tornata a casa."
"Davvero! Sembra, come dire, ottimista..."
Provai davvero una gran compassione, e del rimorso. Non era colpa mia se C.W. Haider si era fatta venire l'attacco di convulsioni che l'aveva messa al tappeto, ma mi rendevo ben conto che anni di frustrazione, rabbia e fallimenti possono portare un aspirante scrittore alla follia e all'esaurimento.
Spiegai a Esdra che io e la signorina Haider avevamo una relazione esclusivamente "epistolare", "cio, siamo amici per posta", ma non ci eravamo mai conosciuti di persona; gli dissi che la signorina Haider si era offerta di prestarmi diversi volumi della sua biblioteca per aiutarmi in una ricerca sul romanzo gotico americano. Anzi, speravo di citare un po' dei suoi scritti, nel mio studio.
"S, sempre a scrivere sta. Sar contenta di saperlo. Ma mica mi ha detto che passava qualcuno a prendere libri..."
"Se li vedo, li riconoscer, Esdra. Ovviamente."
Con un'ingenuit quasi toccante, tale era la sua buonafede, Esdra mi accompagn dentro casa Haider. C'erano stanze buie che puzzavano di umido e sembravano sbarrate, inutilizzate. Lenzuola da spettro sopra i mobili, persino sui candelabri. Sul retro c'era una stanza comoda e ingombra di cose, con una splendida e vecchia scrivania di mogano zeppa di libri e carte, un divano di pelle e sedie d'epoca imbottite, un grande camino di pietra. Alle pareti, quasi soltanto scaffali stipati di libri. Per terra un tappeto orientale, qui sgualcito e l ancora vivo nei colori dell'intreccio fitto. Pensai: questa  casa sua. Non ho il diritto di introdurmi in casa della donna.
Sdraiato sul divano, sopra una trapunta, un gatto dal pelo lustro e nero mi guardava con occhi brillanti come monete d'oro. Dimenava la coda, ma non scatt sulle zampe n fugg allarmato.
Esdra raccontava che la signorina Haider "stava tutto il tempo a scrivere" sin da quando lui lavorava l, all'epoca in cui il signor Haider, il padre, lo aveva assunto.
"Nel senso che la signorina Haider ha una "missione", un "messaggio" per il mondo, lei dice.  un sacco che tenta e ritenta di farsi pubblicare un libro in un posto vero, non dove lo scrittore paga lo stampatore. Sar felicissima di vederla, signor King..."
Mi domandai se Esdra avesse mai letto qualcosa della sua padrona. Ed era al corrente delle sue "missioni" in tribunale? Sapeva, sospettava che lei non fosse del tutto sana? Oppure la sua era una fedelt indiscussa, nel momento in cui, codardo, non aveva mai desiderato scavare troppo a fondo nelle attivit della padrona di casa?
Mi domandai se C.W. Haider non avesse pi parenti, o perlomeno parenti con cui fosse in rapporti amichevoli. La dignitosa e vecchia casa edoardiana si stava deteriorando da secoli e la vita della famiglia, per cos dire, che la abitava si era rattrappita in un'unica stanza. Senza il "custode" che cosa sarebbe stato della famiglia, o della padrona?
Esdra Staples somigliava davvero a un nano, a un servo delle favole. Era compatto, basso, ma senza le deformit del torso tipiche dei nani. Indossava pantaloni da lavoro lisi e quella che sembrava una vecchissima e deforme giacca nera da maggiordomo, con i polsini arrotolati. Da un commento che fece mentre mi accompagnava dentro capii che non abitava a Tumbrel Place ma pi lontano; veniva qui almeno una volta al giorno per raccogliere la posta, dar da mangiare al gatto, controllare che fosse tutto a posto.
"Lo lascio qui, Esdra. Grazie!"
Posai il pacchetto argentato in bella mostra sulla scrivania. La Haider lo avrebbe visto non appena fosse entrata.
Portare il dono, il libro, era stata un'ispirazione nata dal nulla, nella notte (precedente). Avevo preso dalla libreria Misery di Stephen King e lo avevo "autografato":
A C.W. Haider con eterna gratitudine
Il tuo amico e sincero ammiratore
STEVE KING
Bangor, Maine

Avevo modificato la mia grafia, ovviamente. Ci avevo disegnato anche una faccina buffa, sorridente.
Quanto si sarebbe infuriata la Haider, tornando qui!
Forse era uno scherzo cattivo ma, come aveva sottolineato Jack of Spades, nessuno aveva costretto C.W. Haider a querelare King, Rush e gli altri.
 lei contro te. Ti ha scagliato una maledizione.
Esdra mi disse che potevo cercare tra le librerie della signorina Haider, ma che lui non poteva aiutarmi granch. Doveva finire un lavoro in giardino, stava raccogliendo pezzi di albero sparsi in giro da un recente temporale. Per quanto ci si impegnasse sembrava incapace di stare dietro a tutti i guasti e le riparazioni della casa, al suo ritorno la signorina Haider si sarebbe un po' intristita, vedendoli...
Ringraziai Esdra e gli dissi che potevo fare da solo anche senza il suo aiuto.
Mentre il fedele custode puliva il giardino con il rastrello, riuscivo a osservarlo dalla finestra, oltre un tetto di rampicanti troppo cresciute. Dubitavo, per, che il leale custode potesse vedere me.
Lei contro di te. Senza piet.


"Oddio!"
Da uno scaffale presi due volumi vecchi, anzi, antichi: Frankenstein, o il moderno Prometeo di Mary Shelley. Le pagine erano rinsecchite e la rilegatura rovinatissima ma la data era il 1823: un vero pezzo da collezione. Non avevo idea di quanto potesse valere oggi, ma immaginai che da solo superasse il prezzo dell'intera collezione di "prime edizioni" che custodivo a Mill Brook House.
Accanto ai volumi di Frankenstein c'era una copia altrettanto antiquata dell'Ultimo uomo (1826), autografata da Mary Shelley; e poi volumi di Bram Stoker: Dracula (1897), La dama del sudario (1909), La tana del verme bianco (1911). Erano tutti autografati dall'autore, la cui firma a inchiostro era sbiadita ma ancora leggibile.
E poi ancora, diverse prime edizioni di Sheridan Le Fanu, compreso Un oscuro scrutare (1872). Avevo sentito parlare dell'eminente gotico irlandese Le Fanu e sapevo che aveva molto influenzato il Dracula di Bram Stoker, ma non ne avevo mai letto nulla.
Con dispiacere scoprivo che la biblioteca Haider conteneva rarit molto pi vecchie e preziose di quelle che avevo fieramente accumulato nella mia: una prima edizione autografata di Giro di vite di Henry James (1899), laddove io avevo soltanto una prima edizione senza autografo; una prima edizione autografata de La casa vuota di Algernon Blackwood (1906) laddove io avevo soltanto una seconda edizione non autografata; prime edizioni autografate della Pietra di luna, La donna in bianco, Senza nome di Wilkie Collins, laddove io avevo soltanto edizioni pi recenti e non autografate. E in un volume snello e consunto, datato 1846, c'era Il genio della perversione di Edgar Allan Poe: una delle opere tarde e meno note del tormentato genio, un'opera di finzione sotto forma di memoriale; o un memoriale sotto forma di opera di finzione? Quanto banali risultavano le acquisizioni di Andrew J. Rush a confronto con la collezione Haider. (Tuttavia, e mi vergogno molto, devo confessare che in realt ho letto meno di un decimo della mia biblioteca. Le mie letture voraci le ho fatte da adolescente e da giovane scrittore ventenne. Da qualche anno il possesso/sfoggio dei libri, capolavori o meno, mi appassiona pi della lettura.)
Altrove, sugli scaffali, meno interessanti per me, c'erano edizioni complete e rilegate in pelle dei vecchi devoti classici inglesi: Shakespeare, Milton, Thackeray, Dickens, Sir Walter Scott. Volumi di poesia di Byron, Wordsworth, Tennyson, Hardy, Matthew Arnold. E ancora, ulteriori stranezze: una dozzina di libri di un'autrice che mai avevo sentito nominare, tale Ivy Compton-Burnett; almeno una dozzina di Iris Murdoch che, pur senza averli letti, conoscevo.
Ovviamente mi dissi che gli Haider erano una vecchissima famiglia del New Jersey, le cui radici arrivavano a prima della Rivoluzione; un Haider era stato assistente di campo del generale George Washington, un altro governatore del New Jersey all'inizio del '900. Come aveva ereditato questo edificio in un quartiere ancora prestigioso di Harbourton, cos C.W. Haider aveva ereditato questi libri preziosi. Forse suo padre o suo nonno erano stati collezionisti seri. Non era certo merito suo.
Tenendo d'occhio dalla finestra il custode nero che rastrellava solerte le erbacce del prato, infilai nella sacca diversi libri rari: i due volumi di Frankenstein, La tana del verme bianco, Giro di vite; fui abbastanza scaltro da risistemare i libri in modo che sugli scaffali non si vedessero buchi.
Non merita questi libri! Non li degna di uno sguardo da anni.
Al vincitore le spoglie.
A questo punto il gatto dal pelo nero e lustro era saltato gi dalla sua tana sul divano e mi si avvicinava emettendo un rauco, quasi beffardo miaaaaauuu: dimenava ancora la coda, mi fissava con occhi come monete d'oro.
"Gattino! Come ti chiami, "Satana"?"
Risi, perch il nome mi era uscito dal nulla.
""Satana"? Ti chiami cos? Gatto gattino?" Mi inginocchiai a coccolarlo, perch era bellissimo e sembrava invitarmi; ma lui miagol arrabbiato, rizz il pelo lucido come un gatto di Halloween e mostr i denti in un'espressione tutt'altro che cordiale.
"E allora tornatene all'inferno, "Satana". Da dove sei venuto."
Il secco rifiuto del gatto della Haider mi fer, perch di solito gli animali mi vogliono bene, specialmente i cani. Ovviamente, nonostante la loro bellezza, si sa che i gatti sono meno prevedibili.
Esplorai la stanza con pi cura e vidi che comunicava da una parte con una cucina (soffitto alto, arredo vecchio stile) e dall'altra con un soggiorno (mobili coperti, puzza di umido). Qui c'era un grado di disordine che era pi un accumulo, o meglio, la manifestazione dell'accumulo: mucchi di vecchi quotidiani, riviste, volantini e dpliant pubblicitari. Una pigna isolata, che si alzava da terra come una stalagmite, di vecchi libri, compresi volumi che sembravano della biblioteca pubblica di Harbourton, presi in prestito da chiss quanto tempo. Un giorno non lontano, l'interno della dignitosa e vecchia casa edoardiana rischiava di diventare pressoch intransitabile. Stretti corridoi da incubo da attraversare, per la donna dai capelli bianchi scompigliati...
Vicino al camino, ecco quello che doveva essere l'angolo preferito della Haider, una poltrona vittoriana senza pi eleganza, coperta da una specie di velluto di ragnatela, con la seduta floscia come chiappe mosce; accanto alla sedia, un tavolo pieno di libri pubblicati di recente (che sorpresa) tra cui non uno ma ben due Stephen King; con allarme notai anche Fuori e dentro, il mio romanzo del 2004. (Haider aveva forse passato al setaccio le frasi di questo giallo dalla trama intricatissima con l'intento di trovare "fonti", "influenze"? Non osai prendere il libro per sfogliarlo e leggere i suoi appunti. Meglio non sapere.)
Che cosa pu dimostrare, la strega!  pazza, screditata.
 stata emessa una diffida contro di lei per proteggere te.
Il camino era grosso quanto il camino di Mill Brook House del quale ero piuttosto fiero, e costruito con lo stesso tipo di rocce e stucco. Questo tuttavia era pieno di cenere, a differenza del nostro che invece era tenuto ragionevolmente pulito dalle giovani guatemalteche che il luned venivano a sbrigare le faccende di casa. Qui gli alari di ottone avevano un gran bisogno di una lucidata. La legna era disseminata davanti al focolare in disordine, come se ce l'avessero rovesciata; e sempre davanti al focolare c'era un'accetta, anch'essa gettata l alla bell'e meglio. Veniva da un'altra epoca, aveva una testa di aspetto rozzo e l'impugnatura di legno consunta; la lama non doveva essere affilatissima, ma qualcuno (Esdra? La Haider, nientemeno?) aveva arditamente cercato di usarla per tagliare dei tronchetti, spargendo schegge ovunque. C'erano anche un mucchio di rami, coperto di ragnatele, e qualche vecchio e scoloritissimo giornale per terra. Riconobbi dai caratteri svolazzanti lo Harbourton Weekly.
Sulla pellicola granulosa di cenere per terra, vicino al focolare, una miriade di impronte di zampe. Sembravano tracce di un sabba di streghe: quante zampette! Ma di sicuro appartenevano tutte a Satana.
Il pavimento della cucina era di linoleum, fastidiosamente appiccicoso. Il fornello era vecchissimo, i fuochi arrugginiti; il frigorifero un General Electric come minimo degli anni settanta che emetteva un suono sordo e gutturale, da indigestione. Per terra, su tovagliette intrecciate, tovagliette che dovevano essere state piuttosto costose, c'erano almeno cinque ciotole per il gatto, con acqua e cibo; si capiva che Esdra teneva ben pasciuto e idratato il gatto nero della padrona. E nella porta della cucina che dava sul retro c'era uno sportellino basculante di plastica che doveva essere riservato al felino. Il viziatello poteva entrare e uscire di casa a piacere, insomma.
Chiss perch di colpo mi ritrovai a pensare al Gatto nero di Edgar Allan Poe: la creatura amata dal padrone eppure da lui strangolata a morte per non si sa bene quale motivo e murata; e dal muro proviene il miagolio raccapricciante dell'animale (morto) che fa impazzire il padrone...
"A me non succeder."
(Perch lo dissi ad alta voce? Ma poi, lo dissi ad alta voce? A volte non sono certo di aver parlato da solo o di aver semplicemente pensato qualcosa. O se sia stato qualcun altro a parlarmi.)
Probabilmente la Haider non risistemava la cucina da decenni. C'era un odore di cibo rancido, latte guasto, frutta andata a male; sporcizia, polvere, pena. E tuttavia non era fastidioso, come la puzza di un vecchio lenzuolo che hai tenuto nel letto per anni e lavato di rado.
Anche qui, si vedeva, la Haider dai capelli bianchi scompigliati aveva una sedia preferita, al tavolo di assi. Delle varie sedie, soltanto una aveva il cuscino (sporco) ed era rivolta verso un tavolo con sopra un televisore cos piccolo che lo scambiai per un giocattolo. Appesa a una catena, dall'alto, penzolava una lampadina, un bulbo. Ebbi un moto di piet per la zitella solitaria: qui la Haider consumava i suoi pasti sola, qui cercava di leggere o guardare la tv.
Mi venne il sospetto che fosse stata la sua famiglia a emarginare lei, e non il contrario. C'era senz'altro qualche parente pi giovane convinto che un giorno, forse, l'anziana gli avrebbe lasciato qualcosa in eredit. In ogni caso, mi faceva pena.
Non  colpa tua se la donna  il nemico.
Non  colpa tua, la donna ha cercato di distruggere pubblicamente Andrew J. Rush.
Vero! Non potevo dimenticarlo.
Tornai nell'altra stanza e da una libreria presi uno dei vecchi volumi sbiaditi di Le Fanu che infilai nella sacca. E anche una copia dell'Isola del dottor Moreau di H.G. Wells, che prima non avevo notato e che di sicuro era un pezzo da collezione come gli altri. E infine, perch ero stato incapace di resistere, lo snello Genio della perversione. Fuori dalla finestra, ignaro di un furto cos sfacciato, il fedele custode ammucchiava detriti con il rastrello.
Non le mancheranno, questi.  ricca, sbadata: non merita certi tesori.
Posata sulla scrivania della Haider la scatola avvolta nell'argento mi ero allontanato svelto e avevo evitato una parte della stanza. Avevo paura che dalla scrivania si propagasse l'aura della donna dai capelli bianchi scompigliati, un'aura di frustrazione, fallimento, furia, follia, e che respirarla mi potesse contagiare.
Sulla scrivania faceva mostra di s una macchina da scrivere Remington di tanti anni fa, un modello pesante, da ufficio; accanto, dattiloscritti ordinati. (Nel terrore che mi contaminassero, non osai abbassare lo sguardo sul titolo di alcun dattiloscritto di C.W. Haider.) Su uno scaffale alto, sopra la finestra, e lungo quanto la parete, disposti in ordine cronologico, c'erano i diari: che orrore vederli, cos tanti, dagli anni sessanta ai decenni successivi, diligenti, ostinati, fino al presente, 2014. Avrei potuto facilmente allungarmi a prenderne uno ma proprio non mi andava di leggerli. Una libreria pi piccola, vicino al tavolo, custodiva le opere di C.W. Haider. Le pi vecchie in assoluto, degli anni sessanta, erano pubblicazioni scolastiche in cui comparivano componimenti in prosa e in versi di "Corin Wren Haider". (Ecco come si chiamava la mia nemesi! "Corin Wren", un nome di quelli che evocano sorrisi di compatimento tra i compagni di classe.) C'erano libri stampati in proprio, alcuni in edizioni lussuose, con scritto "C.W. Haider" sulla costa. Il primo, presumibilmente il pi vecchio, si intitolava Haider & Haider: Pot-pourri di versi, scritto a quattro mani da W.J. Haider e C.W. Haider: padre, figlia? La data di pubblicazione era il 1973.
Per curiosit mi fermai a spulciare gli altri titoli nella libreria. Uno riportava, a lettere dorate, il titolo Doppia faccia!
Fu una scoperta sconvolgente, un colpo al cuore.
Com'era possibile che C.W. Haider avesse scritto un racconto lungo settanta pagine, pubblicato da un editore a pagamento nel 1999, omonimo del mio romanzo in lavorazione, che da diversi mesi mi creava tanti problemi...
Possibile che la Haider avesse "donato" copie dei suoi libri alla biblioteca di Harbourton? Quante probabilit c'erano che l, in totale innocenza, avessi notato quel titolo cos intrigante e me ne fossi dimenticato?
In tutta sincerit, nessuna.
Avevo pensato che Doppia faccia fosse il titolo ideale per il mio romanzo, che prometteva di essere uno dei miei libri pi forti e geniali. Un titolo ispirato che non era stato facile scegliere. E non potevo cambiarlo proprio adesso, perch la struttura della trama rispecchiava il titolo, e viceversa.
Andrew J. Rush, alias lo Stephen King gentiluomo, ha creato con il suo ventinovesimo romanzo una storia di intelligenza e originalit insolite...
Rompendo clamorosamente con lo stile dei suoi libri precedenti, Andrew J. Rush, "lo Stephen King gentiluomo", ci ha sorpresi con...
Cos immaginavo le prime recensioni.
Magari persino la mia prima recensione lunga sul New York Times.
(Mi ero spinto anche, spudoratamente, a immaginare che Stephen King in persona recensisse Doppia faccia sull'ambita prima pagina della New York Times Book Review. Ma ora iniziai ad avere il sentore che non sarebbe mai successo.)
Adesso Doppia faccia sembrava guardarmi beffardo. Ma dopo mesi di fatica non potevo immaginare di cambiare titolo...
C.W. Haider sarebbe andata su tutte le furie una volta scoperto che le avevo "rubato" un titolo. Nonostante la diffida mi avrebbe denunciato di nuovo. Sperai di non spingere la pazza a gesti disperati.
A quanto ne sapevo, la Haider non era mai venuta a Mill Brook House. Doveva ancora passare allo "stalking" ipotizzato da Elliot Grossman.
Se entra in casa tua per minacciarti, hai il diritto di ucciderla.
Se ti ha scagliato una maledizione, hai tutto il diritto di difenderti.
A questo punto mi ero messo sulla sedia da scrittura di Haider, perch le ginocchia avevano cominciato a cedere. Questa era una sedia da tavola, con lo schienale dritto e il cuscino di chintz macchiato. Non tentai nemmeno di guardare a quale nuovo progetto stesse lavorando Haider (avevo tanto terrore di restarne "influenzato" quanto ne avrei avuto di prendere l'ebola), ma non riuscii a resistere alla tentazione di spulciare la piccola e coraggiosa biblioteca di libri pubblicati in proprio da C.W. Haider: dovevano essere perlomeno tanti quanto i miei, pubblicati da un editore "autentico".
Ecco un altro libro, un racconto lungo, dal titolo accattivante: Glowering (1974).
Per curiosit sfogliai il primo capitolo. E il secondo, e il terzo... Mi fece rizzare i peli sulla nuca, perch la storia narrava di una giovane e idealista scrittrice di polizieschi, tale "Corrin Wingate" che (ingenuamente) accetta un lavoro da custode in un isolato albergo di lusso a Styxl Lake, sui monti Adirondack, grosso modo a nord di Saranac Lake, in bassa stagione, mentre l'albergo  sepolto sotto la neve. Oltre a essere una scrittrice "dotata", la giovane ha il dono del "secondo sguardo": vede il futuro, ma sfocato; non ha il potere di cambiarlo. La giovane porta con s a Styxl Lake una cugina compagna di viaggio, e insieme a loro viaggiano due gatti; subito dopo l'arrivo al maestoso Hotel Styxl vengono assalite da presenze allucinatorie/demoniache; di l a poco la giovane donna non riesce pi a scrivere e come la cugina compagna cade vittima di fantasie paranoiche... Scritto in uno stile purtroppo sovraccarico, irritante, "poetico" nel senso pi pacchiano del termine, Glowering racconta una storia avvincente di disintegrazione nell'isolamento della natura; i capitoli sono troppo lunghi, melodrammatici e assurdi, ma presi singolarmente camminano benissimo con le proprie gambe. Una scena, in particolare, quando il gatto della scrittrice viene posseduto da un demone e aggredisce prima l'altro gatto e poi la sua padrona, incanta... e terrorizza.
Glowering fu pubblicato diversi anni prima dello Shining di Stephen King (che ricordavo essere del 1977: all'epoca io, scrittore agli esordi, ne ero rimasto colpito). Che strano!
Possibile che il giovane King si fosse in qualche modo appropriato dello sconosciuto Glowering di C.W. Haider? Impossibile a credersi, eppure...
Un altro racconto lungo di C.W. Haider, contenuto in quella stessa libreria, si intitolava L'io ombra. Novanta pagine che sembravano ancora inedite; il dattiloscritto era racchiuso tra due copertine marmorizzate e datato (a penna) febbraio 1983. Una rapida occhiata alle sue pagine (strabordanti, "poetiche") faceva capire che si trattava di un racconto gotico con protagonista una giovane e idealista autrice di polizieschi ("Carroll Wheeler") che si vede sopraffatta dal suo pseudonimo o alter ego (maschio); costui pubblica "nauseanti, dissoluti romanzi dell'orrore", mentre lei scrive "apprezzate opere di narrativa"; lui comincia a ottenere un certo successo commerciale, lei soltanto il plauso della critica e una manciata di premi. Nel tentativo di esorcizzare lui, lei brucia i suoi libri e ne getta le ceneri in un fosso paludoso; dopo pochi giorni di "tonificante, gioiosa libert dai ceppi del male", lei soccombe a lui, che in qualche modo (non si capisce come)  riuscito ad assassinare met degli abitanti del "borgo storico" del New Jersey dove  ambientato il racconto. Una storia dell'orrore assurda e melodrammatica che (devo confessarlo) non riuscii a finire bench la trama mi fosse pi che familiare: l'andamento ricordava La met oscura di Stephen King, che doveva essere stata scritta diversi anni dopo L'io ombra di C.W. Haider.
Ma, di nuovo, era impensabile che Stephen King fosse venuto chiss come in contatto con il racconto (inedito) della Haider. Anche se la disperata aspirante autrice gli avesse spedito il manoscritto, King non lo avrebbe degnato di uno sguardo; se lo avesse degnato di uno sguardo, non sarebbe andato oltre il primo o il secondo paragrafo, perch la prosa era tipicamente infiorettata e "alta".
Con cautela rimisi L'io ombra sullo scaffale. Non volevo pensare (non avevo intenzione di pensare) alla mia sempre pi difficile relazione con Jack of Spades.
Su un altro ripiano c'era l'ennesimo manoscritto rilegato di C.W. Haider, Le sorelle streghe della contea di Hecate (1979) che sembrava anticipare Le streghe di Eastwick di John Updike. (Ricordai che, ridendo, Grossman aveva citato anche Updike tra gli autori querelati da Haider.) E poi, sempre della Haider, I racconti di fantasmi del Chilliwick Club (1974), un lungo romanzo dalla cronologia complessa, affollato di personaggi, che doveva aver preceduto il celebre e complesso La casa dei fantasmi di Peter Straub.
Coincidenza? Per forza.
Neanche per idea.
E poi, che sorpresa! Sulla mensola pi bassa, una copia devastata del mio Assassinio a mezzanotte, pubblicato nel 1991. Il mio editore ci aveva visto la "bomba" che avrebbe sparato Andrew J. Rush in cima alle classifiche; non and cos, purtroppo, ma fui comunque soddisfatto di galleggiare per qualche settimana ai piani inferiori e di vendere bene l'edizione tascabile. Fu un'angoscia notare che Haider ne aveva orrendamente annotati in rosso pressoch tutti i paragrafi... Giuro che questo thriller, la storia di due gemelli siamesi convinti ciascuno che l'altro sia morto dopo l'operazione chirurgica che li ha separati, era tutto mio; eppure, Haider sembrava aver abbozzato, in circa trenta pagine dattiloscritte, una trama quasi identica alla mia, intitolata Assassinio al tramonto, che aveva spedito insieme a un "primo capitolo di prova" a un editore di New York nell'aprile 1987, ricevendone una lettera di rifiuto prestampata.
Ancora pi angosciante fu vedere che l'editore di New York era il mio.
I parallelismi tra Assassinio a mezzanotte e Assassinio al tramonto erano innegabili. In entrambe le storie, nell'ultimo capitolo, il gemello "buono" aveva la meglio su quello "cattivo". O forse succedeva il contrario.
Non dubitai che Haider avesse immaginato questo racconto del mistero nel 1987, dieci anni prima che iniziassi a scrivere il mio. Ma non gliel'avevo certo rubato!
Senza dubbio in tribunale Haider aveva letto, nel suo tono sprezzante, estratti da Assassinio a mezzanotte e Assassinio all'alba. Mortificato, avevo cercato di non ascoltare. Adesso mi sentivo travolgere da un'ondata di vergogna, sentivo che Andrew J. Rush, nonostante tutto, era stato umiliato in pubblico.
In un cassetto della scrivania c'era una cartellina strapiena di lettere, da questo e altri editori di New York, e da riviste (Saturday Evening Post, New Yorker, Atlantic) che risalivano fino agli anni settanta. La maggior parte erano brevi, concisi paragrafi di rifiuto precompilati: Ci duole informarla... Qualcuno era personalizzato, e uno, firmato da una editor della St. Martin's Press nel 2003, aveva un P.S. scritto a mano: Ci siamo quasi! Aspetto altro materiale.
Chiss quante speranze aveva acceso nella Haider questa lettera! Ma sembrava l'unica del genere, nel diluvio di rifiuti standard.
C'era un altro cassetto, capiente, zeppo di cartelle: contenevano pagine dattiloscritte, sinossi, abbozzi; disegni, foto di famiglia, ritagli di giornale. L'odore fungoso e umido di miserabile fallimento che usc dal cassetto mi fece quasi svenire. Disperatamente lo chiusi con un gesto secco.
Ero sfiancato, mi girava la testa. Avevo in pancia soltanto un pranzo consumato presto, visto che per cena la mia cara moglie Irina aveva preferito starsene con "i colleghi", compreso lo smilzo "Huang Lee" dai capelli nero corvino.
Una sagoma pelosa mi si appoggi alla gamba con finto affetto: Satana, nero e lustro, che premeva con la testa dura. Le sue fusa rumorose somigliavano a una scortese risata felina.
"Ma... io sono innocente. Davvero non ho "rubato"... "plagiato"..."
Era lui che dovevo convincere, il gatto nero. Il gatto nero che mi guardava con occhi perplessi.
Non riuscivo a capire che cosa avessi scoperto, se i parallelismi inquietanti e palesi tra l'opera di Haider e quella dei suoi affermati contemporanei fossero una semplice coincidenza o non potessero affatto esserla.
"Povera donna! Aver sempre mancato..."
La Haider aveva tentato di diventare scrittrice sin da giovane; aveva avuto idee ispirate, idee brillanti per romanzi dell'orrore e del mistero, ma era stata (evidentemente) incapace di metterle in pratica come altri avrebbero fatto con enorme successo commerciale. Davvero Omicidio al tramonto era cos inferiore a Omicidio a mezzanotte? Non volevo leggere la bozza del primo capitolo, per vedere.
Sparse in giro per la stanza c'erano foto di famiglia. Si capiva che C.W. Haider non era stata attraente nemmeno da giovane. Da bambina faceva continue smorfie all'obiettivo. L'espressione del viso era battagliera, permalosa; nemmeno nelle foto posate si degnava di sorridere. In toga e tocco di un bianco accecante (diploma? Laurea?) la bruttina aggressiva stava rigida e impalata, fiera in volto; la si intuiva piena di una fiducia in se stessa intensa bench (si scopr in seguito) infondata. A trent'anni o poco pi invece somigliava senza dubbio a Ayn Rand. Ovviamente non l'aveva aiutata a fare carriera, questo suo essere femmina ma non femminile. Lei aveva sperato di fare breccia in un mondo, quello della narrativa commerciale horror americana, dominato dai maschi, cosa riuscita in rari casi a una donna e mai a una donna dall'ego identico a quello di un autore maschio.
Forse se la Haider fosse stata un po' pi attraente o in qualche modo pi femminile avrebbe potuto convincere un editor a leggere con seriet le sue pagine e aiutarla a rivederle, a pubblicarle. Ma non era andata cos. Non c'era da meravigliarsi che la poveretta fosse impazzita.
Non intenerirti, adesso. Ti odia, quella.
Ricorda: in questa casa tu godi dell'immunit.
Era cos. Jack of Spades l'aveva intuito: in questa casa di Tumbrel Place godevo dell'immunit. Il giudice Carson (proprio lui, un conoscente con cui ero in buoni rapporti, che avrebbe potuto chiedere di essere ricusato, e invece no) aveva emesso la sentenza, la causa di C.W. Haider contro Andrew J. Rush era stata rigettata, e rigettata con evidente disprezzo. Se mai fosse tornata ad accusarmi di "furto" l'avrebbero cacciata dal tribunale ridendole in faccia.
Le avrebbe dato retta, la polizia di Harbourton? Ne dubitavo.
Avevo convinto Elliot Grossman a non denunciare la Haider, ma in un attimo di cedimento gli avevo concesso di far emettere una diffida che impedisse ulteriori molestie.
Grossman aveva scherzato: "Con questa diffida la vecchia strega non pu pi molestarti. Ma tu, se fossi un tipo vendicativo, potresti molestare lei".
Non avevo riso. Avevo detto a Grossman che non c'era niente da ridere.
"Ehi, scusa, Andrew. Scherzavo."
"Non fa ridere. Te l'ho detto, quella poveretta  malata di mente. Perch dovrei voler "molestare" una che  malata di mente?"
Ero cos arrabbiato con Grossman, e non potevo fare altro per smettere di digrignare i denti. Per fortuna parlavamo al telefono e lui non poteva vedere la mia espressione, quasi da selvaggio.
Ora ripensavo a quella conversazione. Se fossi un tipo vendicativo, potresti molestare lei.
Be', non volevo molestare C.W. Haider, io. Quella prepotente aveva gi avuto il meritato castigo fallendo totalmente come scrittrice; vedendosi sottoposta alle visite psichiatriche; perdendo la causa contro di me.
Non consideravo una "molestia" sottrarre qualche libro prezioso dalla biblioteca Haider. Mi appellavo al fatto che la Haider (probabilmente) non si sarebbe mai accorta dell'assenza dei volumi. N, per lo stesso motivo, lo consideravo un "furto".
 in debito con te. Non hai preteso i rimborsi legali.
Decisi di prendere una copia di Glowering. La Haider non l'avrebbe notato, perch ne aveva cinque o sei, e che pezzo da collezione era, alla sua bizzarra maniera.
Non che volessi tenerla allo scoperto, su uno scaffale di casa mia. Sarebbe finita nel mio magazzino speciale insieme ai Jack of Spades.
Prima di uscire di casa cercai l'antifurto. So che di solito li installano dentro un armadietto, o qualcosa del genere; volevo smantellarlo, ma vidi che era gi stato smantellato. A proteggere la casa edoardiana al civico 88 di Tumbrel Place non erano rimaste che le serrature delle porte e delle finestre.
Nell'angolo di una delle stanze chiuse aprii una finestra che Esdra non poteva notare. Per precauzione ne aprii un'altra anche in un salottino.
Nel caso volessi tornare a far visita alla residenza Haider, bench non avessi la minima intenzione di ritrovarmi "sulla scena del crimine".
Prima di andarmene picchiettai su un vetro per comunicarlo a Esdra. Il custode, che ancora rastrellava, mi sorrise e si port la mano alla fronte a mo' di saluto. Fu un gesto di cameratismo: il servitore nero e il gentiluomo ospite bianco legati dal desiderio di proteggere l'assediata C.W. Haider.


Anzich esultare per i preziosi ritrovamenti di quel giorno, mentre tornavo a casa mi sentivo curiosamente svuotato, in pieno anticlimax.
Avevo tolto i vecchi occhiali. Buttato via il cappellino da baseball lercio. Mentre imboccavo il vialetto e mi avvicinavo a Mill Brook House vidi che l'auto di Irina ancora non c'era; eppure mi sembrava di essere stato lontano da casa per moltissimo tempo.

17
La biblioteca segreta

Giorni, settimane. In attesa.
All'inizio controllavo impaziente se i giornali locali parlassero di un furto con scasso a casa Haider. O di C.W. Haider, in generale.
L'avevano dimessa? Era tornata dall'ospedale? Come aveva reagito al "regalo" sulla scrivania, firmato con insolenza "Steve King"?
Forse si era sentita cos insultata da avere una ricaduta. Un secondo collasso.
Credevo che se la Haider fosse morta ci sarebbe stato un necrologio in bella vista sullo Harbourton Weekly. Non ne vidi.
Una volta osai passare in auto davanti al civico 88 di Tumbrel Place. Sentivo una potente attrazione verso la casa edoardiana smorta e brutta, con i mattoni invecchiati e gli alberi rovinati dai temporali. Speravo di scorgere almeno il custode nero, ma non vidi nessuno. E nessuno alle finestre alte e strette affacciate sulla via.
Non entrare adesso. Rischieresti troppo.
Come se avessi bisogno che fosse Jack of Spades a consigliarmi prudenza.


"Esdra? Salve..."
Al centro commerciale di Harbourton, nel parcheggio dietro Macy's, arrivava a passo svelto un nero basso, tarchiato, testa quadra in abiti da lavoro, e vederlo mi entusiasm a tal punto che, malgrado mi fosse chiara (certamente mi era chiara) la grande differenza di et tra questo e Esdra Staples, frenai e fermandomi mi sporsi dal finestrino a chiamarlo; ma non lo conoscevo, e mi guard stupito, diffidente.
"Mi scusi! L'ho scambiata per un vecchio amico."


Diamine.
Per sicurezza dovevo nascondere le mie nuove e preziose acquisizioni nell'angolo di cantina di Mill Brook House che un tempo aveva fatto da magazzino per la frutta e che era stato da me trasformato in archivio speciale per Jack of Spades. Nessun volume era riconducibile alla Haider - mai rovinare un libro raro con un volgare ex libris, per carit! - ma non potevo, non ancora, rischiare di aggiungere i miei volumi straordinari e autografati, Frankenstein, La tana del verme bianco, Giro di vite, Un oscuro scrutare, L'Isola del dottor Moreau, e il pezzo unico del Genio della perversione, alla collezione del piano di sopra, a disposizione dei miei ammirati ospiti, bench fosse il mio desiderio pi grande.
Per non hai preso Dracula. Sciocco.
S, che fastidio. Perch non avevo infilato nella sacca anche la copia autografata di Dracula, avendone l'opportunit? Tanto la Haider non si sarebbe accorta che mancava, cos come non avrebbe notato l'assenza degli altri.
La cantina della frutta era una stanza senza finestre: ovviamente. L'avevo ridipinta io: pareti beige, soffitto bianco. Nonostante il soffitto basso, circa un metro e ottanta, pochi centimetri sopra la mia testa, lo spazio riusciva a riempirmi di uno strano conforto, accogliente e segreto com'era. C'erano librerie su tutte le pareti, ma solo parzialmente occupate; perch Jack of Spades era ancora nella fase ascendente della sua carriera. Avevo lasciato un po' di spazi da riempire con il tempo. Ma i nuovi pezzi rari trovarono posto ad altezza occhio, su un ripiano tutto per loro.
Per meglio conservare i libri rari e preziosi nella biblioteca segreta (ormai la definivo cos) avevo installato un deumidificatore, come quello che tenevo al piano di sopra. (Avevo scoperto che i soli due volumi di Frankenstein valevano pi di settantacinquemila dollari!) Avevo concluso che se a C.W. Haider fosse successo qualcosa, e se davvero fosse stato impossibile ricondurre i libri a lei, li avrei portati al piano di sopra per metterli in bella mostra.
Quando entravo nella biblioteca segreta bastava chiudere a chiave la porta per sentirmi totalmente al sicuro. Neanche quando vivevano con noi i ragazzi si erano interessati granch alle vicende collezionistiche di pap, come del resto (mi duole dirlo) avevano mostrato scarso interesse per la sua carriera di scrittore.
Una volta, in quinta elementare, il nostro primogenito Chris era tornato da scuola (all'epoca stavamo a Highland Park) e aveva chiesto a Irina: "Pap scrive "thriller borghesi"?". Avevamo riso insieme della domanda e del pregiudizio che nascondeva, ma in tutta onest non l'avevo trovata divertente. (Per non parlare della scaltra e obliqua vendetta che feci poi calare sull'ignaro maestro snob di quinta, che di l a poco si vide costretto a far navigare il suo curriculum in acque infestate dagli squali, alla ricerca di un altro posto. Tronfio bastardo!)
Alle superiori Julia aveva letto diversi thriller di pap. All'epoca li considerava "avvincentissimi" e "pieni di sorprese" ma (questo lo sapevo) aveva smesso una volta passata alla Brown, dove sentirsi chiedere se fosse figlia di quell'Andrew J. Rush la metteva vagamente in imbarazzo. ("Dovresti essere fiera di tuo padre, Julia!" la esortava Irina; e Julia: "Be', lo sono, mamma...  che mi sento un po' in difficolt quando me lo chiedono perch non so che opinione hanno di pap".)
Quanto ai ragazzi, Chris, per sua stessa ammissione, non era un gran lettore di romanzi; Dale, per sua stessa ammissione, non era un gran lettore e basta. Entrambi lavoravano "nell'informatica", posizioni di medio calibro in aziende di medio calibro del New Jersey. A venticinque anni, "per rilassarsi", giocavano ai videogiochi.
Irina invece, per quanto ne sapevo, leggeva qualunque cosa di Andrew J. Rush. Le sue reazioni erano sempre assai positive. Che fine aveva fatto la critica acuta e sagace dei laboratori di scrittura di tanti anni prima? La mia cara moglie aveva forse livellato verso il basso le sue aspettative critiche, contenendole entro margini pi rassicuranti e adatti a Andrew J. Rush? Si era fatta condiscendente, la mia cara moglie?
Nessuno di loro sapeva nulla di Jack of Spades. Sorrisi al pensiero di quanto li avrebbe sconvolti la verit.
S, ma non la scopriranno.  il nostro segreto.
Bench nella mia vita Jack of Spades fosse qualcosa di relativamente nuovo, a conti fatti (e che sorpresa) mancavano poche settimane all'uscita del suo quinto romanzo, atteso per ottobre. Lo avrebbe ammantato il solito velo di segretezza, ma stavolta l'editore aveva in programma, o aveva espresso la vaga intenzione, di fargli un po' di pubblicit. Il nuovo romanzo era Flagello, scritto l'inverno precedente in uno stato d'assedio di concentrazione cos prolungato che ora ne ricordavo a malapena la trama; laddove ogni frase di Andrew J. Rush era uno sforzo, e a volte sembrava che sulla pagina bianca trascinassi vene e arterie strappate al mio stesso corpo, intere frasi e pagine, anche interi capitoli di Jack of Spades mi travolgevano sfrenati e irruenti; ne uscivo uno straccio, ma quanta gratificazione. Di Flagello ricordavo che finiva di colpo, e male, con un inaspettato omicidio-suicidio in uno specchio d'acqua torbida, ai piedi di un ripido precipizio; come al solito, al protagonista di Jack of Spades si opponeva un beffardo doppelgnger che minacciava sua moglie, la sua famiglia e lui, e di cui ci si doveva sbarazzare con la violenza.
Le copie staffetta di Flagello, speditemi alla casella postale di Hadrian, stavano su uno scaffale qui, vicino ai tascabili di Jack of Spades. Per curiosit controllai la copertina, che avevo dimenticato: fu quasi uno shock accorgermi che il disegno era la riproduzione grossolana di un ritratto erotico di Gustav Klimt, una donna sessualmente vorace. (Avevo dato io il permesso? Evidentemente!) Nell'originale di Klimt dalla testa della femmina nuda nasce una chioma di capelli rossi, mentre sulla copertina del libro la femmina aveva capelli candidi; che fosse sessualmente avida, poi, era evidente. In entrambi i disegni la femmina era sdraiata, in posa allusiva, con le mani dietro la testa e le braccia alzate a mostrare i peli sotto le ascelle.
Malato. Macho-maschio.
Romanzi che fanno pensare: ma non pensieri belli.
Chiss se Julia aveva letto altri romanzi di Jack of Spades. Mi irritava che mia figlia fosse cos ostinata e cos testardamente femminista. Non sopportavo di vederla nei panni della giovane donna "matura" con la sua vita privata, imperscrutabile; non sopportavo di pensare che avesse un legame sessuale con qualcuno...
"Ehi? Andrew?" Una voce dietro di me, inaspettata.
Era Irina. Avevo lasciato aperta la porta della biblioteca segreta, e al di l della soglia c'era Irina.
"Ma che cos'? Una specie di... biblioteca sotterranea?"
Fino a quel momento Irina non aveva visto il "magazzino": sapeva giusto che lo stavo usando per tenerci i libri di troppo. Gliela si leggeva nello sguardo sbarrato, la sorpresa davanti agli scaffali e alle lampade incassati nei muri, alla poltroncina di pelle nera, al tappeto per terra.
In tutta fretta la spinsi indietro, uscii e chiusi la porta.
"Amore, cosa fai, mi spii? Spero di no."
"Spiarti? No, io... mi sembrava di aver sentito..."
"Andiamo su, per favore. Stavo venendo via."
Cercavo di sorridere alla mia cara moglie. Cercavo di non essere brusco, irritato.
Sa troppo. Sapere anche soltanto che in questa casa c' uno spazio che le  segreto  sapere troppo.
Fu irritante anche vedere Irina truccata di rossetto corallo chiaro, con un velo di cipria, e il braccialetto, la collana d'argento a segnalare che quel giorno era stata alla Friends School, tra i colleghi. Era vestita bene e si era sistemata i capelli. Mi colpirono anche le scarpe, sandali a tacco basso che lasciavano nudo il tallone, calzature che di sicuro non le avevo mai visto. A casa, sola con il marito Andrew, Irina non perdeva quasi mai tempo a truccarsi, indossava jeans e camicie o felpe sformate e un vecchio paio di scarpe da jogging.
Era fine settembre. Diversi mesi dopo il giorno dell'udienza.
Da che il nemico si era intrufolato nella mia vita.
"Andrew, perch sembri cos... arrabbiato? Scusa se ti ho disturbato, non ti stavo "spiando", davvero... Sono appena rientrata e volevo salutarti... non ti ho trovato in studio... mi  sembrato di sentire delle voci in cantina..."
""Voci"? Non dire assurdit."
"S... forse mi sono sbagliata. Scusa."
"Ma quali voci credevi di sentire? Qui non c' nessuno tranne me."
A questo punto eravamo al piano di sopra. Irina, allontanandosi da me, balbett dispiaciuta che credeva ci potesse essere con me un manovale, un corriere, qualcuno. "Scusa davvero, ho sbagliato. Ma perch  cos importante? Perch sei cos arrabbiato?"
Vedevo la paura negli occhi della donna. Perch diamine mia moglie ha paura... di me?
"Non sono arrabbiato, Irina!  un insulto."
Ma lei non smetteva di tenermi a distanza, e sarebbe scappata se con la mano non le avessi stretto d'improvviso la spalla - fece un urletto di sorpresa e dolore - salvo lasciarla subito.
Per un momento restammo a guardarci sconvolti, senza fiato. Non riuscivo a credere che con le sue provocazioni mia moglie mi avesse spinto a comportarmi in maniera cos assolutamente contraria alla mia natura, n che potesse esasperare la situazione dicendo, quasi in lacrime: "Non mi piace quando bevi, Andrew. Non sei te stesso... mi spaventi."
"Questo  un insulto. Non ho bevuto."
Irina scapp via, al piano superiore. Col cavolo che avevo intenzione di seguirla.


 gelosa di te. Del tuo talento, del tuo successo.
Del fatto che sei un uomo, e superiore a lei. Questo e solo questo, la tua donna non lo sopporta.


Pi tardi tornai alla biblioteca segreta.
Volevo controllare la serratura. Volevo controllare il deumidificatore. Volevo ammirare le nuove acquisizioni di cui ero cos stranamente orgoglioso; come se li avessi salvati nientemeno che dall'inferno, questi libri rari.
La casa era buia. Irina era andata a letto. Immaginai i suoi occhi gonfi dopo il pianto. Col cavolo che sarei tornato un'altra volta a rincorrerla.
Troppo spesso, ultimamente, tra noi saltavano fuori queste scene inspiegabili. Come se Irina osasse provocarmi per saggiare i limiti di sopportazione del suo bonario marito.
Il suo comportamento c'entrava anche con il primo quadrimestre alla Friends School. Come se il suo centro di gravit emotivo si fosse spostato e non si trovasse pi in questa casa, ma l.
E non tu, il marito. Ma lui.
L'avevo visto con la coda dell'occhio, "Huang Lee". Su una strada appena fuori Harbourton, Irina aveva salutato dal finestrino della station wagon un ciclista, capelli nero corvino, pantaloncini attillati azzurri e maglietta, che immaginai essere uno studente della Friends School; poi per Irina mi disse che era un suo collega, il professore di matematica.
Anche lui, riconoscendola, aveva salutato Irina con la mano.
Il mio veicolo gli sfrecci a fianco, ad ampia distanza.
Da quella volta capii: negli ultimi mesi avevo sentito Irina parlare al telefono in angoli strani della casa. O fuori, lontano da casa. Come a nascondersi da me; da me, il marito.
E sembrava pure che Irina facesse di tutto per provocarmi. Per farmi venire la tentazione di arrabbiarmi, di metterle le mani addosso.
Non sono il tipo che origlia le conversazioni della moglie, n di chiss chi. Non sono il tipo che mette le mani addosso a sua moglie, o a chiss chi.
Nella biblioteca segreta badai a chiudere a chiave la porta. Riempii un bicchiere con un dito o due di scotch whisky, dalla bottiglia che tenevo l apposta.
Non sa niente di te.
Nessuno di loro sa niente.
Ricordai il racconto Il gatto nero di Edgar Allan Poe, in cui la moglie viene strangolata come il gatto, ed entrambi vengono murati in una parete da cui nasce un terribile lamento.

18
Il penitente

Attento! Sei in grave pericolo.
Per una notte e parte del giorno successivo Irina mi evit. Nello studio sopra la vecchia stalla non riuscivo a lavorare. Mal di pancia, e mal di cuore. La mera idea di Jack of Spades mi riempiva di sgomento.
"Devo smetterla. Basta Jack of Spades."
Aspettai, apprensivo. Come uno che dopo una breve fitta al cuore attende la fitta pi forte, la catastrofe cardiaca.
Aspettai la voce minacciosa e beffarda.
E invece, nulla. Fuori dalle finestre aperte il soffio del vento tra i grandi alberi che circondavano la casa, un suono bellissimo che mi fece venire le lacrime.
"Restituir a quella povera donna i libri che ho preso. Mi scuser con Irina. Non berr mai pi."


Alle prime ore del mattino dopo, quando mi svegliai, Irina era gi uscita per andare a scuola. Per la prima volta nel nostro matrimonio uno dei due era uscito di casa senza salutare l'altro.
Una cosa da poco, lo sapevo. Una dimenticanza.
La sera prima, in cantina, ero sprofondato in un sonno stordito. Con la bottiglia vuota di scotch ai miei piedi.
Attorno alle nove del mattino, quando salii intontito e incerto, mia moglie non c'era, la casa era deserta e in tutte le stanze brillava insignificante la luce secca del sole autunnale: presagio di Mill Brook House priva di abitanti.
"Irina? Dove sei..."
Mi faceva male la testa. Sentivo gli occhi pulsare forte, scossi da intenti minacciosi. Come se qualcuno, qualche cosa, cercasse di parlarmi.
Quel giorno, che fu un giorno interminabile, non riuscii a scrivere neanche una frase coerente. Nello studio, che tante volte sulle pubblicazioni locali aveva fatto da sfondo ad articoli pieni di ammirazione ("arioso", "spazioso", "incantevoli panorami rurali", "privato, isolato", "il sogno di uno scrittore"), ero stato incapace di concentrarmi. Quant'era meccanica la trama di Doppia faccia! E quanto mi suonava vuoto il titolo di cui un tempo andavo cos fiero. Le frasi arrancavano nel cervello come scarafaggi squilibrati. Le parole arrivavano, ma disgiunte dal loro significato. Quando cercavo di leggere ad alta voce i passi che richiedevano particolari attenzioni, cosa che faccio da sempre, a risuonare nelle orecchie era la voce beffarda della donna dai capelli bianchi scompigliati.
Ladro! Plagiatore! Assassino!
"Non sono un... assassino."
In cuor tuo lo sei. Vuoi vedere il tuo nemico morto.
"Non voglio vedere nessuno morto. Io... io ho il terrore di fare del male al prossimo..."
Hai soltanto il terrore di essere smascherato, e punito per i tuoi crimini. Tutto qui.
"Non  vero! In cuor mio non sono affatto cos."
Brutto trambusto di voci. C.W. Haider, Jack of Spades. Nella confusione non riuscivo a separarle.
Nella nostra tenuta c'era una zona acquitrinosa, in un campo basso e non lontano dal Mill Brook, che puzzava forte di marcio, di letame. Molto probabilmente era la cloaca in cui ai tempi finivano gli scarichi delle stalle. Scoperta quella che (eufemisticamente) chiamavamo "la palude", io e Irina avevamo pensato di farla riempire di terriccio. Terriccio che non avevamo mai ordinato. Nemmeno con gli stivali alti si poteva azzardare una camminata nella "palude": rischiavi che la terra molle e appiccicosa ti tirasse gi. E la puzza di decomposizione, di marciume organico. E le nuvole di zanzare, mosche, farfalle che incombevano, un terrificante brulicare di vita.
Eppure c'erano creature bellissime, nella palude. Farfalle di tanti colori e dimensioni. Merli dalle ali rosse, garzette nivee.
Serpenti testa di rame che schioccavano come minuscole fruste.
Jack of Spades era la palude cedevole soffice traditrice. Ci potevi buttare tutto il terriccio solido che volevi, salvo vederlo risucchiato gi. La potevi coprire con le assi, salvo veder risucchiare anche quelle.
Meglio evitarla, la palude. I fumi velenosi erano tossici, davano assuefazione.


"Irina? Scusa davvero. Non so cosa mi  preso... Non mi ero reso conto di bere cos tanto. Non mi ero per niente reso conto di bere."
Presi le sue mani, ossa piccole, nelle mie. Accarezzavo le dita che rigide tra le mie dita non opponevano resistenza ma nemmeno cedevano.
Era cos: non avevo un ricordo chiaro di cosa mi fosse preso la sera prima. Perch mi fossi cos infuriato con la mia cara moglie che amavo tanto: che adoro.
"Mi perdoni, Irina? Giuro che non succeder pi."
Lo sguardo di Irina era basso. Il suo fare trattenuto, circospetto.
" questo stress che mi schiaccia, di cui non ho voluto parlarti..."
Al che Irina alz gli occhi, come speravo.
"... te l'ho tenuto nascosto perch  davvero insignificante, ma anche molto distruttivo."
"Che cosa?"
"C'entra con la mia scrittura, con la mia "carriera". Le vicissitudini di Andrew J. Rush."
"Ma "Andrew J. Rush" sei tu. Dimmi cos' successo, per favore..."
Mi sentii traboccare d'amore per la donna che da tanti anni era la mia cara moglie. La cara Irina che si era innamorata di quell'"Andy Rush" cos tanto inferiore a lei, non se n'era accorta?
Per anni e anni ero riuscito a imbrogliarla.
La mia carriera, non la sua. Perch Irina Kacinzk non si era imposta di pi, non aveva lottato di pi, perch si era subordinata a me?
Quel giorno era rimasta fuori praticamente sempre, dalle otto del mattino circa alle sei del pomeriggio, e non aveva mai risposto al telefono malgrado le mie numerose chiamate. L'avevo ferita, si capiva. Anche le donne hanno un orgoglio, e non devono permettersi di sembrare troppo sottomesse nel rapporto matrimoniale. Eppure la mia cara Irina mi era cos devota, e la sua sussistenza cos legata a Andrew J. Rush, da trovarsi sempre spontaneamente in accordo con me.
"Amore, l'hai gi sentito il nome "Haider"?"
""Hater"... che nome strano!"
"Non "Hater": "Haider".  una famiglia qui del posto."
Irina, accigliata, ci pens su. "S, ecco... Haider... gi sentito. Hanno fatto donazioni a Harbourton; c' un parco intitolato a loro, e una borsa di studio alla Friends School. Credo che ci sia anche un alunno, agli ultimi anni. Ma non lo conosco."
D'un fiato, all'improvviso, confessai: una vecchia, una certa Haider, residente a Harbourton, aspirante scrittrice fallita, all'inizio dell'estate aveva cercato di fare causa a Andrew J. Rush. Senza riuscirci.
Irina attese che continuassi. "E...?"
"E... tutto qui. Mi aveva querelato facendo leva su una ridicola accusa di invasione della privacy, ma il caso non  neanche arrivato a giudizio."
Invasione della privacy era pi plausibile di furto, plagio, e meno doloroso.
""Invasione della privacy": assurdo. Come le  venuto in mente?"
"Secondo il mio avvocato  stato un caso tipico di contenzioso infondato. Cosa che succede spesso agli scrittori di successo e alto profilo, come Stephen King."
"Ma anche tu hai "successo" e "alto profilo", Andrew! Mi dispiace tanto che tu non mi abbia detto che eri cos turbato. Posso immaginare la pressione."
"Pensa che ha pure cercato di denunciarmi per "furto", per "plagio"... delle sue cose."
"Oddio! Che scherzo."
Il marrone intenso degli occhi di Irina si riemp di lacrime di rabbia e commiserazione. Avrebbe voluto fare tante altre domande da moglie ma le garantii che non c'era pi niente da aggiungere: davvero. "La denuncia  caduta per mancanza di prove, e il giudice Carson l'ha archiviata."
Irina prese le mie mani nelle sue, per placarne il tremore.
"Ma perch sei cos agitato, Andrew, se  stata archiviata?"

19
Tumbrel Place II

Nessuno lo sapr! Ne uscirai puro come un giglio.
Un'altra volta andai in auto a Tumbrel Place, Harbourton. Adesso, per, era mezzanotte passata.
Buio come la pece, il vecchio quartiere "storico" vicino al tribunale.
Ed era pieno autunno, la prima settimana di novembre, e le notti sinceramente fredde. Molto ragionevole, per chi si avventurasse fuori casa dopo mezzanotte, indossare guanti, giubbotto di pelle, e un borsalino calato sugli occhi.
Tutti i miei vestiti erano scuri. E le mie Nike da jogging nere.
Irina non aveva idea di dove fossi. Che fossi uscito. Avevo atteso che la mia cara moglie andasse a letto e dormisse sodo, ben prima di mezzanotte. Poi ero sgattaiolato fuori da casa senza che nessuno mi vedesse.
In alto una spenta luna rossa. Un impulso furfantesco mi ispir a sorriderle e strizzare l'occhio.
Solo tu, mia testimone.
E non lo dirai a nessuno.


Il mio cuore batteva forte, di piacere!
Ogni giorno intrappolato in studio per ore, costretto a lavorare, o tentare di lavorare, al thriller gi intitolato Doppia faccia, con poco profitto.
Le notti, quando scriveva Jack of Spades, erano molto pi produttive.
Ma Andrew J. Rush ero io. Col cavolo che ero disposto a rinunciare a me.
Ecco perch mi sentivo cos: euforico! Fuori casa nella notte, invisibile. Nel mio travestimento scuro.
Lo sapevo quasi dall'inizio, che cosa andava fatto. Il risarcimento dovuto alla vittima del torto.
Non sono un banale ladro. Lo ammetto, ero rimasto sconvolto dai libri rari di C.W. Haider, che sembravano l da anni a languire; avevo ceduto alla tentazione e commesso un errore.
E adesso eccomi, penitente. E anche un po' codardo, perch avevo sperato di restituire i libri presi in prestito a C.W. Haider gi da qualche settimana.
Dopo la prima visita all'88 di Tumbrel Place, in settembre, ero andato alla ricerca ossessiva di notizie riguardo a C.W. Haider sulla stampa locale e a Stephen King online, per stabilire se (forse) C.W. Haider avesse reagito con furore allo scherzetto che le avevo tirato nel nome del grande scrittore. A un certo punto mi aspettavo di vedere titoli del genere Stalker del New Jersey minaccia Stephen King. Anzi, meglio: Arrestata stalker di Stephen King.
Oppure: Pazza stalker uccide Stephen King, re dei best seller.
Oppure: Pazza stalker attenta alla vita di Stephen King, re dei best seller, ma rimane uccisa.
Niente di tutto questo accadde. Di settimana in settimana, anzi, sembrava sempre meno probabile.
Potevo soltanto dedurre che la Haider fosse stata dimessa dall'ospedale psichiatrico di New Brunswick qualche settimana prima e che fosse tornata a vivere a Tumbrel Place. Ovviamente non potevo sapere se si fosse ripresa dal crollo psicologico: forse era ancora gravemente malata. Forse era clinicamente depressa e non le interessava pi vendicarsi n di lui n di nessun altro.
Forse l'avevano sottoposta a una terapia di elettroshock. Le avevano somministrato dosi massicce di sedativi. Forse a questo punto non ricordava pi nemmeno chi fosse Andrew J. Rush.
Lo Harbourton Weekly non aveva parlato di furti all'88 di Tumbrel Place. Ne leggevo ogni numero con impazienza e timore, certo di imbattermi in un titolo che accusava Libri rari rubati da una residenza di Tumbrel Place: La Polizia indaga su un furto di libri rari dalla residenza Haider, ma anche qui, di nuovo, nulla.
Non si era accorta, la Haider, dei buchi sugli scaffali? Ero stato cos scaltro a nascondere le tracce da non far sembrare niente fuori posto? Sembrava poco plausibile che un collezionista proprietario di pezzi cos preziosi fosse anche cos negligente, ma del resto per me C.W. Haider era un enigma. Non avevo il diritto di vederla come una specie di (ragionevole, razionale) propaggine di me stesso.
Perci avevo progettato di tornare in quella casa di notte e, senza lasciare traccia, rimettere al loro posto i libri che tenevo nella sacca. Frankenstein, La tana del verme bianco, Giro di vite, Un oscuro scrutare di Le Fanu, e un altro, L'isola del dottor Moreau di Wells.
Non ultimo, anche se mi ci ero particolarmente affezionato, lo snello Genio della perversione.
Il racconto lungo Glowering, quello che curiosamente anticipava lo Shining di King, avevo deciso di tenerlo perch sullo scaffale ce n'era pi di una copia, e di certo la Haider non ne avrebbe notato l'assenza.
Anzi, un'aspirante scrittrice come C.W. Haider si sarebbe sentita lusingata al pensiero che uno scrittore di lungo corso come Andrew J. Rush avesse dedicato del tempo alle sue pagine, pubblicate a pagamento.
Per fortuna in settembre dovevo aver pensato che prima o poi sarei tornato e avevo sbloccato quelle due finestre.
Non sei stato tu, Andy. Non ingannare te stesso.
E voi chiederete: perch non mi ero limitato a rispedire per posta alla legittima proprietaria i libri trafugati? Ovviamente ci avevo pensato. Ma spedirli a C.W. Haider con le poste, oppure UPS o FedEx, anche lasciarli ben impacchettati sui gradini di casa sua, avrebbe rivelato a Haider che i libri erano stati trafugati; ed era possibile che, malata, distratta da cento chimere, la Haider non si fosse accorta della loro assenza. A quel punto, infuriata, avrebbe messo sotto torchio il suo custode Esdra Staples e il poveretto sarebbe stato denunciato per aver lasciato entrare in casa un ladro; Esdra avrebbe magari dato alla Haider una descrizione dettagliata del ladro di libri, un gentiluomo di mezza et, e la Haider l'avrebbe inoltrata alla polizia di Harbourton.
 pur vero che ormai nessuno poteva degnare della minima attenzione la paranoia di C.W. Haider. Andrew J. Rush in particolare "godeva dell'immunit" alle sue accuse immaginarie. Haider era una scema del villaggio, nota sia ai pubblici ufficiali che alla magistratura: Grossman aveva anche presentato una diffida ufficiale, per impedirle di molestare me.
Questo era un atto di piet, di gentilezza. Non volevo pensare che fosse un gesto avventato di cui avrei potuto pentirmi.
Da qualche tempo ormai Jack of Spades taceva. Spesso, quando mi aspettavo il suo sarcasmo beffardo, trovavo il silenzio.
Mi aveva abbandonato? Era un bene, questo?
Mi limitavo a bere uno o due bicchieri di vino bianco a cena. In casa non c'era pi whisky. Da qualche tempo Irina sembrava meno timorosa di me. Eravamo di nuovo innamorati, pi o meno. Per il nostro trentesimo anniversario di matrimonio stavamo organizzando il viaggio in Spagna che da tanto tempo avevamo in programma di fare. Avevo deciso di regalarle una splendida collana di perle nere. I nostri figli, con i quali per motivi che mi sfuggivano ero in cattivi rapporti, sembravano pi amichevoli, perlomeno nelle e-mail e nei messaggi.
Attento! Un errore adesso potrebbe essere fatale.
Ovviamente non parcheggiai nei dintorni della vecchia e dignitosa residenza edoardiana, che di notte somigliava a un mausoleo. Anzi, l'intero quartiere somigliava a un cimitero di sepolcri grandi e ricercati.
Nel buio brillava qualche luce qui e l. Erano luci fioche, non "illuminavano" alcuno spazio degno di nota. Avevo con me una torcia dal fascio potente ma stretto, che badavo a usare il meno possibile.
Veloce e silenzioso varcai il cancello e attraversai il prato buio. E costeggiai la casa, evitando i rami dei sempreverdi. Il mio fiato era nebbia leggera nell'aria pungente, fredda. Lo stretto fascio di luce mi guidava preciso come un laser.
Ed ecco la finestra sbloccata! Con un po' di fatica riuscii ad aprirla, quanto bastava a entrarci strisciando. Per fortuna, di fianco alla casa c'erano diversi grossi vasi d'argilla che sfruttai per darmi lo slancio salendoci in piedi.
E adesso... ero dentro! La luce laser era l'ideale per farmi strada oltre i mobili avvolti nelle spettrali lenzuola. Ero un po' a corto di fiato ma raggiunsi senza indugio le stanze sul retro, lo studio della Haider. Qui gli odori erano familiari, quasi piacevoli. Avevo la sensazione di esserci appena stato, in questa stanza, strabiliato dai ritrovamenti sugli scaffali.
Dedussi che C.W. Haider dormiva in una stanza lontana, di sopra. Ero sicuro che il suo fosse un sonno pesante, drogato. E che fosse sola, ovviamente.
Il mio piano era di restituire i libri ognuno al suo angolo e andarmene. Senza intoppi, l'intrusione non sarebbe durata pi di dieci minuti.
Ma adesso che ero qui, in questo luogo proibito, non riuscivo a non cercare sugli scaffali, con la luce laser, un altro titolo che desideravo con ardore: il Dracula che sapevo essere prima edizione autografata da Bram Stoker.
Quanto lo desideravo, questo libro! Eppure...
Prendilo. Svelto!
Non fare lo scemo, te lo meriti.
Il Dracula fin tra le mie dita, e nella sacca.
Poi fui rapito da un volume insignificante che un altro occhio, meno attento, avrebbe ignorato: La danza della morte di Ambrose Bierce. Entusiasta, aprii il volumetto sbiadito e scoprii che era una prima edizione (1877) con autografo e dedica di Bierce in persona.
I libri di Bierce che ho a casa sono seconde o terze edizioni, non rari e non autografati.
"Devo averlo."
(Ambrose Bierce  uno degli autori che leggevo con particolare entusiasmo e ammirazione quando muovevo i primi passi come scrittore.)
E cos, ecco un altro volume nella sacca, insieme a quelli che intendevo restituire a Haider.
Insomma, per qualche motivo, senza che lo avessi deciso, non stavo restituendo i libri agli scaffali della Haider. E mi sentivo davvero esultante!
Ma certo.  il motivo per cui sei venuto. Prendi quel che vuoi, nessuno ti pu fermare.
Mentre puntavo il fascio di luce in giro per la stanza dall'alto soffitto, in orizzontale lungo le librerie, poi in verticale; al di l della scrivania che reggeva la formidabile vecchia Remington; lungo l'ampio camino di pietra; vidi, o mi parve di vedere, un movimento con la coda dell'occhio all'altezza del pavimento; ma quando mi voltai la forma scura svan.
Dedussi che non era niente: "irreale". Un effetto del fascio di luce che proiettava ombre.
Poi indagai sulla scrivania della Haider. Era una vera scrivania d'antiquariato, un tempo doveva essere stata bellissima, una scrivania da gentiluomini; ora piuttosto graffiata e malconcia. Vidi che molti tasti della macchina da scrivere erano talmente rovinati, lisi, che le lettere non vi si leggevano pi; vidi le sbeccature provocate dalle unghie appuntite della dattilografa, la cui apparizione immaginata mi fece rabbrividire; vidi che sulla superficie di mogano c'erano cerchi e macchie indelebili, come se la scrittrice vi avesse posato sbadatamente bicchieri e tazze. Prima che riuscissi a fermarmi sbirciai il titolo di un manoscritto sulla scrivania. Per fortuna non era un titolo mio, n un titolo di cui avrei potuto appropriarmi: Il flagello infernale.
Nel titolo c'era forse qualcosa di provocante e familiare, ma in quel momento non riuscii a cogliere che cosa.
Ricordai che uno dei cassetti conteneva materiale personale e intrigante della Haider. Con la torcia passai al setaccio gli appunti, le sinossi, le singole pagine di manoscritto, i ritagli di giornale, le foto di famiglia... Di nuovo nella stanza percepii la presenza di qualcosa, o qualcuno, e quando mi girai svelto con la torcia, ecco illuminarsi un paio di occhi dorati e spalancati.
E uno strillo rauco: miiiauuuu.
"Satana! Maledetto."
Per fortuna il miagolio del gatto non fu potente ma, piuttosto, insinuante, intimo. Fosse stato un cane avrebbe abbaiato con ferocia per svegliare la padrona e spaventare l'intruso, ma il gatto sinuoso e nero non sembrava granch preoccupato n incuriosito da ci che io, suo nuovo amico, stavo facendo.
"Vieni a casa con me? Eh, Satana? Sei una bellezza. Saresti piaciuto, a Poe."
(Non  da me parlare con gli animali. Anzi, quelli che parlano con gli animali li trovo sciocchi. Ma qui, in qualche modo, nella frenesia e nella tensione del momento, mi ritrovavo a parlare a fil di voce con il gatto della Haider, come se complottassimo qualcosa insieme.)
Quando mi abbassai ad accarezzargli la testa, tuttavia, Satana indietreggi come un gatto qualsiasi, rizzando il pelo sulla schiena, ed emise di nuovo, un po' pi forte, l'agghiacciante miiiauuuu.
"Shhh! Lo sai che non ti faccio niente."
Avevo sfilato dal cassetto le cartelle per passarle al setaccio. Notavo che un certo numero di foto, che risalivano anche agli anni venti, ritraevano individui curiosi; c'era un prototipo Haider dal profilo aquilino, con la fronte sporgente, sguardo acuto e accusatore e bocca sardonica. In diverse foto c'erano individui dal sesso imprecisato e dai capelli come quelli della Haider, dritti sulla testa, come elettrizzati.
Presi dal cassetto un certo numero di foto di famiglia e le buttai nella sacca. Non avrei saputo dire perch, ma pensavo che questi oggetti personali mi potessero tornare preziosi; c'erano sezioni di Doppia faccia che avevano bisogno di essere amplificate con personaggi pi attraenti e originali, per i quali avrei potuto trarre ispirazione da queste foto. Presi anche un faldone di sinossi. Di queste, la Haider non avrebbe certo sentito la mancanza.
Adesso  meglio che tu vada. Non trattenerti un attimo di pi.
S, ero pronto alla ritirata. La sacca ormai era quasi piena zeppa. Ma proprio in quel momento avevo notato sul pavimento sporco di cenere vicino al camino, vicino all'accetta e agli alari di ottone, lo schedario. Lo riconobbi, lo aveva portato la Haider in tribunale e conteneva le sue presunte prove schiaccianti contro Andrew J. Rush. Sentii montare la paura, ma anche l'eccitazione.
No. Non c' tempo. Lascia perdere.
Ma non potevo andarmene! Non prima di avere indagato sullo schedario. Ed era troppo pesante per portarlo via, insieme alle spoglie gi raccolte. La torcia potevo infilarla in tasca, ma gli altri oggetti erano troppo grossi.
Goffamente mi rannicchiai vicino agli schedari. Con uno strattone ne aprii uno.
Alla luce troppo forte della torcia le schede bianche di Haider, meticolosamente classificate per lettera, a mano, erano quasi illeggibili. Erano passi dei miei libri, accostati a passi dei suoi? Era questa la "prova" che il giudice Carson aveva giudicato inammissibile?
Potevo prenderne un po', almeno una manciata. O magari... magari sarei tornato in questa casa un'altra volta.
No. Sbrigati. Devi andare via: adesso...
Ma in qualche modo, malgrado capissi che ero in pericolo e che avrei dovuto scappare finch potevo, non lo feci. Mentre accovacciato, chino, in posizione vulnerabilissima scrutavo assorto questo materiale affascinante sentii qualcosa puntarmi contro le caviglie: la testa dura, d'osso, di Satana. Ingenuamente allungai una mano a coccolare la splendida creatura, convinto che davvero fosse mia complice e mi portasse bene; ma di colpo sentii un fulmineo affondo di artigli sul dorso della mano, attraverso il guanto, "Sant'Iddio", e all'improvviso, in un istante, fu come se il caos erompesse come una cometa esplosiva vicinissima alla mia testa.
"Ladro! Canaglia!" La voce roca era inconfondibile, vicina e dietro di me.
Nell'aria, l'accetta. Chiss come usc un'accetta che si alz e cadde brutale a volermi falciare la testa mentre, accovacciato, tentavo di rialzarmi e perdevo l'equilibrio tentando disperatamente di fuggire, mentre le gambe cedevano e si ud una voce rauca implorare "No! Per favore no, no!" (era la mia voce, questa, strozzata, irriconoscibile?) mentre la lama sbatteva sul tavolo sbeccato vicino alla testa e vi affondava, mancando la testa di pochi centimetri; a quel punto ero caduto a peso morto sul pavimento, duro e rigido sotto il logoro tappeto orientale. Con affanno cercai di rialzarmi, di afferrare l'accetta, tentavo disperato di rubare l'accetta, nella cecit della disperazione le mani annaspavano, e la voce (la mia? di chi mi assaliva?) stridula e dal suono tutt'altro che umano, "No! Nooo", e l'apparizione sfuggente delle dita tozze di chi mi assaliva e delle sue braccia bianche cadaveriche, affusolate e stagne nelle maniche leggere della vestaglia, e un grugnito come di trionfo e furia insieme; e di nuovo il terribile sollevarsi della testa d'accetta, il brillare spento della rozza lama d'accetta, e l'affondo della Morte ormai inarrestabile, irreparabile tuffo in un cranio umano da spaccare con facilit, come un'anguria il cui unico scudo  una buccia spessa, a esporre la polposa materia grigia del cervello in un riversarsi torrenziale di sangue arterioso.
E ancora la voce si alzava incredula No no no no no.

III

20
Dieci anni, di Harbourton, muore alla cava di Catamount Park
Luglio 1973

Non l'ha detto nessuno che era colpa mia.
Nessuno me l'ha detto in faccia.

21
La lince
Novembre 2014

"Andrew! Anche qui parlano di quel fatto tremendo!"
Irina mi mise sotto il naso il giornale con il suo sinistro titolo, il primo di questo genere che avessi mai visto sullo scialbo Harbourton Weekly.
DELITTO TRA LE MURA DI CASA
ASSASSINATA A TUMBREL PLACE L'EREDE HAIDER
Forse a seguito di un furto con scasso
Fermati i primi sospetti

Facevamo colazione dietro le vetrate della veranda chiusa, accanto alla cucina. Nella nebbia del mal di testa riuscii a malapena a distinguere le parole stampate e la foto fosca di Corin Wren Haider, scattata anni prima. Una sessantasettenne che dal 2003, quand'era morto suo padre, viveva sola in una delle grandi e vecchie residenze di Tumbrel Square a Harbourton, era stata uccisa a colpi di accetta da un assalitore che doveva essersi infilato in casa sua dopo mezzanotte per rubare.
A colpi d'accetta! Irina ebbe un sussulto.
Quando ne leggemmo sullo Harbourton Weekly, del brutale assassinio avvenuto dietro casa le tv locali parlavano gi da giorni.
Avevo seguito gli aggiornamenti alla radio, "ultim'ora".
"Povera donna! Hai detto che non era sana di mente. Non avrebbe dovuto starsene sola. E che cosa orribile pensare che forse a ucciderla potrebbe essere stato uno che lavorava per la sua famiglia."
L'articolo spiegava che gli investigatori di Harbourton stavano interrogando dipendenti della famiglia Haider. Secondo le dichiarazioni dei parenti della vittima, la signorina Haider teneva spesso "grandi quantit di soldi" in giro per casa, perch non si fidava delle banche. Tv e giornali avevano pochi dettagli, ma sapevo da un mio contatto al commissariato di Harbourton che il principale indiziato era il custode, al servizio degli Haider dal 1985.
Questa era la notizia sbalorditiva. Questa la notizia davvero sconvolgente, sullo Harbourton Weekly.
Senti, non  colpa tua. Non  Andrew J. Rush il responsabile.
Non avevi scelta, era la tua vita o la sua.
Irina mormorava qualcosa riguardo alla notevole coincidenza per cui la vittima dell'omicidio era proprio la persona che aveva cercato di farmi causa! E che persona infelice doveva essere stata, tutta sola in quella casa.
"Evidentemente "C.W. Haider" aveva scritto per lo Harbourton Weekly e altre pubblicazioni locali, anni fa. Aveva scritto reportage "d'arte" e recensioni letterarie... Ah! Guarda la foto, qui, del 1963. Dava nell'occhio anche prima che le venissero i capelli bianchi."
Irina aveva aperto il giornale. La mia vista sfocata non distingueva le colonne sulla pagina interna. Chiusi gli occhi perch non volevo vedere.
Non  colpa tua: ricordatelo.
Non cedere! Non essere codardo.
Le hai preso l'accetta per difenderti. A parte questo, non hai niente di cui pentirti.
Irina continuava a parlare del "terribile, terrificante" omicidio. A Harbourton non c'erano episodi di quel genere dal 1971, un litigio in stato di ebbrezza terminato con il volo di una moglie attraverso una porta a vetri scorrevole. Ma non dalle parti di Tumbrel Place, anzi.
"Evidentemente, la signora Haider "litigava" con i vicini. E nel corso degli anni aveva intentato "molte cause legali"."
Il pulsare del mal di testa mi rendeva difficile ascoltare mia moglie.
Hai fatto la cosa giusta. Nessuna giuria ti condannerebbe.
Nessuna giuria condannerebbe Andrew J. Rush.
Da quella sera Jack of Spades aveva ripreso a introdursi nei miei pensieri con insistenza. Perch non avevo altri confidenti.
Innocente. Innocente. Innocente.
Vergogna!
Jack of Spades era imprevedibile. A volte la sua voce elettrizzava, spronava. Altre volte sbeffeggiava.
Vergogna vergogna vergogna vergogna.
Ma non  Andy che va alla gogna.
"Andrew, amore?" Irina sembrava tesa. "Cos'hai detto?"
"Cos'ho detto? Sono sicuro di non avere detto niente."
Cal il silenzio. Irina avrebbe voluto dire qualcosa ma ci ripens. Lasciammo perdere il giornale alla svelta. Basta assassinii a colpi d'accetta, per un po'!
"Vabb. Metto su un caff?"
"S, amore, grazie."
Irina se ne and. Che sollievo.
Pensai a come, quella notte, appena qualche notte prima, ero riuscito a scappare dalla scena zuppa di sangue.
Stupefacente, ora, nell'isolamento e nel silenzio della nostra bellissima veranda chiusa a Mill Brook House, che fossi stato capace di tale azione, in circostanze cos disperate, e cos di recente. Che io, attualmente cos letargico, fossi riuscito ad afferrare l'accetta che la Haider stringeva tra le mani, a farle mollare la presa, a brandire l'accetta e abbassarla. Non sei stato tu a usare l'accetta, non tu ma un altro la cui forza ti ha attraversato il corpo per riscattarlo.
Ossessivamente avevo cercato di capire: la Haider era stata svegliata dal sonno in una stanza al piano superiore ed era scesa in silenzio ad affrontare l'intruso. Una donna normale, una normale cittadina di Harbourton, non si sarebbe mai comportata in modo cos temerario, cos vendicativo. Non aveva avuto paura neanche per un attimo. Non aveva chiesto soccorsi. Aveva cercato di aggredirmi con un'accetta.
Pi volte, dopo l'episodio, mi ero chiesto se nella penombra avesse riconosciuto l'Andrew J. Rush delle copertine dei libri. Se fosse stata sorpresa, o non sorpresa.
Ero stato silenziosissimo, entrando in casa. Ero stato silenziosissimo anche all'interno. Ad avvertire la padrona doveva essere stato il perfido Satana.
Mentre esaminavo le librerie, Satana dal pelo lustro e nero era sgusciato al piano di sopra a svegliare la Haider, per condurla al piano di sotto e alla morte.
Perch non si era annunciata? Perch non aveva urlato per spaventare e mandare via l'intruso? Per salvarsi la vita?
Era stata lei a voler spaccare una testa con l'accetta, per vendetta e rabbia. Aveva urlato soltanto quand'era troppo tardi, quando mi era addosso: "Ladro! Canaglia!".
La colpa  della pazza, non tua.
Candido come un giglio, anche se sporco di sangue.
Non  chiaro cosa accadde dopo che strappai l'accetta dalle mani della donna. Avevo un ricordo vago di averla colpita, di aver sollevato l'accetta, di averla abbassata sui capelli bianchi scompigliati, non per ucciderla, ma per salvarmi.
Un grido strozzato dalla mia stessa gola: No no no no no.
Di colpo, una sensazione di umidit ovunque. Umidit forte, di sangue caldo che mi schizzava sulla faccia, sugli abiti, sulle mani avvolte nei guanti.
Nel momento stesso in cui avevo abbassato l'accetta, il corpo era caduto. La testa dai capelli bianchi scompigliati era parsa sprofondare tra le spalle, il cranio spaccato e zampillante.
Forse avevo fatto un tentativo convulso di tenerla dritta, in piedi. Di far tornare in vita la donna, cio, il corpo. Che a quel punto era inerte, pesante come un sacco di cemento.
"No! Non volevo... per favore, no..."
(Lo dissi ad alta voce? Per fortuna Irina era in cucina ad armeggiare con la nostra complessa macchina del caff.)
Ma la donna, il corpo che era diventata, era caduta, scomposta, nella vestaglia da notte annerita dal sangue che sgorgava. Lei che era stata cos loquace, cos pronta a biasimare, era muta: zittita.
Il gatto nero fuori di s mi guardava da qualche metro, occhi sfolgoranti. Se avessi avuto l'accetta in mano avrei cercato di colpire anche lui perch provai il desiderio improvviso e folle di tagliarlo in due.
E poi in qualche modo ero riuscito a scappare, scivolando nel sangue, senza fiato, ansimando, tremando, senza pi badare all'arma ma con la minima lucidit indispensabile a prendere la sacca, pesante di bottino, e la torcia dal fascio stretto e potente; a scappare non dalla finestra aperta del soggiorno ma da una porta secondaria, che dalla cucina si affacciava su un abisso di buio sotto i sempreverdi mal tenuti e portava a un sentiero che affiancando la casa portava, a sua volta, al vialetto.
La mia auto era parcheggiata mezzo isolato pi in l, a Tumbrel Square. Nell'angolo di un terreno di propriet della canonica.
Come un automa al volante ero riuscito ad attraversare le strette vie deserte del paese, a imboccare una superstrada e tornare alle campagne verdi come un grande oceano. D'istinto avevo trovato la strada per Mill Brook Road e poi Mill Brook House dove, al buio della nostra stanza al piano di sopra, ora, all'una e quaranta del mattino, la mia cara moglie Irina dormiva senza sospettare nulla di questo orrore; e se si fosse svegliata, e avesse visto che non ero a letto con lei, avrebbe immaginato che fossi sgattaiolato a lavorare in un altro angolo di casa, incapace di dormire.
Povero Andrew!  cos dedito alla scrittura, che non sembra mai andare bene, nonostante gli altri che lo conoscono appena credano che scriva con facilit, d'un fiato.
Di sotto, in una stanza degli ospiti, mi ero lavato la faccia che cominciavo a sentire incrostata di sangue rappreso. Mi ero tolto le scarpe zuppe di sangue; insieme ai vestiti appallottolati le avevo infilate in un grosso sacco dell'immondizia nero, che avrei buttato l'indomani in una discarica a trenta chilometri da casa.
Poi avevo visto, con orrore, che anche la sacca era fradicia di sangue, e avevo buttato anche quella nel sacco.
Le foto, gli appunti, le sinossi della Haider li avevo infilati nel sacco dell'immondizia. Per quanto mi sforzassi, non riuscivo a separarmi dai libri inestimabili che tanto sacrificio mi erano costati.
Mi ero ripreso dalle fatiche con una doccia. Dai capelli, che negli ultimi anni si erano diradati, avevo lavato via altre incrostazioni di sangue. Avevo strofinato bene il dorso della mano sinistra, quello bucato dagli artigli di Satana malgrado il guanto. In un armadio avevo trovato vestiti puliti. Senza pretendere di dormire, perch i sensi erano svegli e attivi, mi ero sdraiato sul letto della stanza degli ospiti, che aveva un buon profumo di pot-pourri e sapone pregiato; cos esausto ero riuscito ad addormentarmi alle quattro del mattino, e mi ero svegliato di colpo alle sei, con il cuore in gola.
Per un momento non capii dov'ero. Non ricordavo nulla: la mente era vuota.
Poi ecco un'ondata di orrore, un odore di terra acquitrinosa tra il dolciastro del pot-pourri e del sapone colorato.
Al che in tutta fretta mi ero alzato e vestito, ero uscito nell'aria che sapeva di brina e con la Jaguar avevo raggiunto la discarica della contea a nord di Hadrian dove, mentre il cielo schiariva lesto, ero avanzato nel cuore delle montagne di spazzatura con il sacco in spalla. Respiravo veloce, ansimavo. Mi sentivo stranamente festoso. Trovato un posto adatto per nascondere il sacco, lo avevo aperto per infilarci altra spazzatura a caso, anche qualche giocattolo rotto: "Questo li confonder!". Chiuso il sacco stretto lo avevo nascosto dove nessuno lo avrebbe mai trovato.
Di ritorno a Mill Brook House avevo scoperto con orrore che le luci della stanza degli ospiti e del bagno comunicante erano rimaste accese. Sulle piastrelle del bagno c'era una macchia rossa che pulii con uno straccio umido.
Non era chiaro se Irina si fosse gi alzata. Probabilmente s, perch le sette del mattino erano passate. Ma non avevo udito alcun rumore.
Quanto ai preziosi libri: dopo tutto quello che avevo fatto per ottenerli decisi di non nasconderli pi, timidamente, ma di farne audace sfoggio al piano di sopra, mescolati alla mia pi modesta collezione. Fu cos che Giro di vite di Henry James (prima edizione autografata, 1898) and a trovarsi prosaicamente spalla a spalla con i Racconti di fantasmi di Henry James (1961). Dracula di Bram Stoker (prima edizione autografata, 1897) fin di fianco a uno sproporzionato e patinato Dracula a Hollywood (1993). Finora nessuno degli articoli sull'irruzione e sull'omicidio aveva menzionato un furto di libri rari, e ci mi fece dedurre che nessun parente di Haider ne conoscesse la collezione quanto bastava a denunciare le sparizioni o controllarla.
I parenti della Haider si erano concentrati su un genere di furto pi banale: di soldi. A me non poteva importare di meno dei soldi che C.W. Haider nascondeva, forse, in casa, e provai disprezzo per quei meschini convinti che uno potesse uccidere per del semplice denaro.
Fu un piacevole mattino quello che passai da solo a casa a riordinare i libri nuovi, mentre Irina era alla Friends School. Sulle copertine consunte dell'Oscuro scrutare e dell'Isola del dottor Moreau scoprii deboli tracce di un liquido scuro che mi limitai a strofinare con un panno umido, perch  accettabile che libri cos vecchi e rari non siano in condizioni perfette.
"Nessuno lo sapr. Sono libri che avrei potuto tranquillamente comprare."
Al vincitore le spoglie.
"Guarda, Andrew!  un gatto, o una lince?"
Irina era appena tornata con il vassoio e le tazze del caff. Agitata indic, oltre il vetro, una creatura dal pelo nero e lucido che, a un centinaio di metri dalla casa, attraversava senza alcuna fretta il nostro campo visivo. Era un grosso gatto nero, sempre che non fosse un felino selvatico, una lince, una specie "minacciata" in questa parte del New Jersey.
"Che bellezza!" esclam Irina. "Ma spero che non aggredisca gli uccellini delle nostre mangiatoie."
Sotto il mio sguardo, la creatura spar tra gli arbusti sul fianco della casa, senza degnarci di un'occhiata.

22
Il colpevole

Strano che, anche se non riuscivo a lavorare come Andrew J. Rush e non riuscivo a dormire, riuscissi a scrivere per ore in una specie di delirio come Jack of Spades.
Le pagine passavano in un lampo. Il respiro accelerava.
Hai inciso la giugulare!
Non si torna indietro.


Strano poi che mi sentissi pi colpevole per Esdra Staples che per C.W. Haider, alla quale avevo rotto la testa con la lama spuntata e rozza dell'accetta.
O meglio, la testa di Haider era stata spaccata dalla caduta dell'accetta il cui manico era stretto dalle mie mani. Non ricordavo alcun atto di volont, alcuna decisione di colpire, nemmeno per autodifesa.
 accaduto, e ne sono stato l'agente. Ma non sono stato io a farlo accadere.
Come tanti anni prima mi ero arrampicato sul trampolino alto della cava di Catamount per spronare - per toccare: delicatamente! - mio fratello Evan con due dita, alla base della schiena.
Le sue urla mentre andava gi (in fretta). Le sue urla che mi hanno spaccato la testa, dalla quale  sgorgato per il nulla.


A fine novembre il custode Esdra Staples era stato arrestato per l'omicidio a colpi d'accetta di Tumbrel Place. In molti (bianchi) a Harbourton davano ormai per scontato che l'assassino fosse lui (nero).
Che peccato! Una vicina (ipervigile, razzista?) di Tumbrel Place aveva denunciato la presenza di una "sagoma confusa, di pelle scura" nei pressi dell'entrata di casa Haider la sera dell'omicidio, che bussava alla porta... Il mio travestimento scuro aveva convinto la vecchia pazza che io avessi la pelle scura; e pelle scura poteva soltanto voler dire, nell'ambiente di Harbourton a maggioranza bianca, l'indiziato Esdra Staples.
"Esdra! Quanto mi dispiace."
Non appena la notizia cominci a circolare mi chiam Grossman.
Sapevo che prima o poi si sarebbe fatto vivo. La mia mascella digrignava esasperata e furibonda, non c'era modo di impedire l'intrusione indesiderata dello sfacciato avvocato di Manhattan.
"Andrew, che sorpresa! Ho visto l'articolo per caso, online. "Haider": altrimenti il nome non mi avrebbe detto nulla."
Mormorai una risposta vaga. "S. Cio... no."
Avevo la gola secca. Parlare era difficilissimo.
Ero entrato in casa della donna per restituirle i libri, non per rubare i libri. Le avevo spaccato la testa non per ucciderla ma per impedire che uccidesse me.
Credimi, per favore!
(Non avevo immaginato di confessare a Grossman: o s?)
(Jack of Spades non avrebbe tollerato tale codardia!)
Grossman si meravigliava del bizzarro omicidio di una persona cos bizzarra.
" stato un dipendente della famiglia a ucciderla, dice la polizia? Probabilmente non sopportava pi di ricevere ordini dalla vecchia strega."
Grossman sembrava invitarmi a ridere con lui, ma rimasi zitto. Quando il nome dell'avvocato era comparso sullo schermo avevo risposto alla telefonata con una certa riluttanza. In studio ero stravaccato all'indietro su una poltrona, con le ginocchia al petto. La mia faccia era contorta, la mascella si muoveva. Dovevo sperare di non dire a Grossman nulla che non volessi fargli sapere.
Grossman disse, meravigliato: "Soltanto uno degli articoli pi lunghi specifica che Haider aveva fatto causa a tantissimi autori. E ovviamente citava Stephen King: povero Steve! Poi ha cominciato a circolare la voce che King in persona, nientemeno, fosse venuto in segreto a Harbourton, per intrufolarsi in casa della sua stalker e ucciderla."
Grossman fece una risata crudele. Ma cosa c'era da ridere, perch?
"Elliot,  una situazione terribile. Mi dispiace tanto che quella povera donna sia dovuta morire in quel modo. Ovviamente, suppongo, per me  un sollievo, come  un sollievo che il mio nome non sia ancora saltato fuori sui giornali. C' un vantaggio nell'essere meno famoso di Stephen King... Ma il mio cruccio  questo: il custode  un anziano nero che lavora per la famiglia da trent'anni.  innocente, di sicuro. Se un dipendente della Haider avesse voluto derubarla lo avrebbe potuto fare in qualsiasi momento, ed evitando che fosse in casa. E nemmeno nel cuore della notte, o quando  successo. E non con un'accetta. Perch uccidere la Haider se voleva soltanto i soldi?"
Forse Grossman rimase colpito da questa esplosione, o meravigliato. Per la prima volta da quando avevo a che fare con lui, non seppe cosa rispondere. Svelto aggiunsi:
"E cos pensavo, Elliot: quello ha bisogno di un avvocato che lo difenda.  nero, ci mettono un secondo a processarlo e condannarlo. Ovviamente non conosco Esdra Staples, come non ho mai conosciuto lei, ma chiunque abbia ucciso la Haider dev'essere un estraneo, non un dipendente;  entrato da una finestra che aveva forzato, cosa che il custode non avrebbe avuto bisogno di fare." Mi fermai, con il fiato corto. Quant'ero intelligente! Perch la finestra non era stata "forzata", come ben sapevo: era semplicemente rimasta con la serratura aperta. E durante la fuga, nel panico, non ero tornato a chiudere la finestra che era stata spostata quanto bastava a far entrare, strisciando, un maschio adulto.
Tutto questo, dissi a Grossman, l'avevo letto sullo Harbourton Weekly. Nessuno parlava d'altro qui a Harbourton: l'ultima morte violenta era stata nel 1971, per omicidio preterintenzionale.
"Mi aiuteresti, Elliot? A trovare un buon avvocato per il custode? Sono disposto a pagare."
Quanto munifico mi sentivo! Finalmente, per una volta, una sensazione positiva, di euforia.
Grossman rispose dubbioso. Un avvocato per uno sconosciuto? Perch mai immischiarmi, poi?
"Perch  giusto cos. So che qui nella contea di Hecate uno come quello va in galera al volo, ce lo fanno andare, e se posso impedirlo ci terrei a farlo."
"Ma hai detto che non lo conosci, o sbaglio?"
"Come faccio a conoscere il custode della Haider? Lo sai anche tu: io lei non l'ho mai conosciuta."
Era vero. Ci avevo parlato, l'avevo implorata al telefono, C.W. Haider, e poi le avevo strappato un'accetta dalle mani per spaccarle la testa, ma non ci eravamo mai presentati.
Dissi a Grossman che l'omicidio era senz'altro avvenuto per caso: qualcuno si era intrufolato in casa in cerca di soldi e Haider, poco saggiamente, l'aveva affrontato di petto. "La polizia non trova piste buone e per questo ha arrestato il povero Esdra Staples. In teoria  stato l'ultimo a vedere la Haider viva, escluso l'assassino."
Grossman taceva. Io cominciai a sudare temendo, nel mio zelo di difendere Esdra Staples, di avere svelato un mio punto debole fatale. Grossman avrebbe cominciato a sospettare, e i suoi sospetti avrebbero riguardato me.
Invece Grossman disse, pensoso: "Oppure...  un erede. Un parente citato nel testamento della vecchia, impaziente che morisse".
Parlammo ancora un po'. Grossman accett di contattare e proporre il caso a un avvocato del New Jersey esperto in difesa dei criminali, se il custode avesse accettato.
Riattaccai e sentii che mi ero tolto un gran peso.
Mi alzai barcollando, con le gambe molli, ma traboccante di speranza.

23
Il predatore

"Satana! Torna all'inferno da dove sei venuto."
Correvo dietro casa con il mio fucile calibro 22 nuovo di fiamma puntato contro la creatura dal pelo nero e lustro che a una decina di metri da me osava fermarsi all'angolo del fienile, a restituirmi l'occhiata beffarda, e inciampai nell'erba indurita dal ghiaccio, presi una storta alla caviglia e caddi di peso e lo sparo esplose forte quanto bastava ad assordarmi per un momento di stupore mentre pensavo Mi sono sparato? Sono vivo... o ancora morto?

24
Il figlio impenitente

"Andrew, mi spiace ma ho cattive notizie. Tuo padre non sta bene."
Con cura Irina scelse le parole. Perch Irina sapeva bene quanto fossi diventato sensibile negli ultimi mesi.
"Ha appena chiamato tua madre. Dice che spera che andiamo a trovare tuo padre all'ospizio prima che... sia troppo tardi."
Ospizio? La via d'uscita dall'ospizio  una sola.
Irina mi vide la sorpresa in faccia. E anche la diffidenza, il sospetto.
"Ma perch non me l'hai detto prima, Irina? Tu e la mamma."
Strano e confortante pronunciare la parola mamma. Per un uomo che ha appena compiuto cinquantaquattro anni.
"Ma te l'ho detto, Andrew. Ho provato a dirtelo..."
"Quando?"
"Quando tuo padre ha fatto quegli esami in aprile, hai presente, al centro medico Robert Wood Johnson. E poi l'intervento, la chemioterapia..."
"No. Non me l'ha detto nessuno."
"Ma, Andrew... sono sicura di avertelo detto, che tuo padre  stato trasferito all'ospizio di Falls Ridge la settimana scorsa..."
Supplicante, Irina mi guardava come volesse convincere il suo ragionevole marito Andrew a cospirare con lei contro il suo irragionevole marito Andrew: me!
"Ripeto: non me l'ha detto nessuno. Perlomeno, nessuno mi ha aggiornato sui progressi di pap. O sull'assenza di progressi. Su quant'era serio. Su quanto lo . Tu certamente no, cara."
Ma era cos? Vagamente mi sembrava di sapere che da un po' mio padre non stava bene.
Quando vai in macchina sulle nostre strade di campagna scorgi le carcasse degli animali: procioni, cervi sul ciglio della strada, uccisi dai veicoli. Ma non ti volti da quella parte, per istinto.
Non sta bene pu voler dire un sacco di cose. Meglio non chiedere.
Ma ricordavo, in maniera cos vivida che il cuore cominci a martellare di rancore, che l'ultima volta in cui eravamo stati a trovare i miei (Natale? Compleanno?) che abitavano a meno di quindici chilometri da noi, mio padre aveva avuto un qualche problema e non era in casa.
Oppure che pap c'era ma aveva preferito non vederci.
Cio, non aveva voluto vedere me.
Il ricordo mi fece avvampare la faccia, pulsava di calore. Perch questo ricordo inquietante mi era imposto, come qualcosa di sgradevole infilato a forza in bocca?
Vuole turbarti. La donna.
Vuole castrarti. Come l'altra: il nemico.
Mi turbava sempre quando Irina entrava in studio, anche dopo aver bussato piano. Quando doveva dirmi qualcosa di tanto urgente da non poter ricorrere alla e-mail o usare l'interfono.
Ma ero arrivato a odiarlo, lo squillo del telefono. Era difficile che accettassi di rispondere, anche se a chiamare era il mio editor.
Non avevo cercato di spiegare a Irina che preferivo essere contattato via e-mail piuttosto che vederla irrompere nella mia solitudine a rovinarmi il lavoro? Ma questa, suppongo, era una situazione speciale. Mio padre sta morendo, non mi vuole vedere da anni e a me dovrebbe importare qualcosa?
Il fatto  che me ne importava. Mi sentivo debole e malato, tanto me ne importava.
"Irina, l'ultima volta che ho cercato di vedere pap, ricordi che era "uscito a fare due passi" e non  tornato."
"S, ma... dice tua madre che adesso vorrebbe vederti..."
"Non vuole vedermi. Finge di essere demente."
"Andrew, hai mollato troppo presto quando ha cominciato a comportarsi in quel modo.  "demenza", s, ma con parentesi di lucidit, dice tua madre. Gli ho anche parlato io, al telefono..."
"Hai parlato con lui? Da quando parli con lui?"
"Ma s che lo sai, Andrew. Mi tengo in contatto con i tuoi genitori; te l'ho detto. Io e tua madre siamo molto legate."
"Da quando?"
"Be', da quando... da qualche anno..."
" mia madre a dire che "ho mollato troppo presto" con pap? Dovrei strisciare a baciargli i piedi in penitenza? Implorare perdono per qualcosa che non  successo, quarantuno anni e cinque mesi fa?"
La mia voce era addolorata, angosciata. La voce del dodicenne alle cui spalle qualcuno sussurrava  lui. Ecco chi  stato.
"Secondo tua madre adesso, adesso che  all'ospizio, sar pi disposto a incontrarti. Possiamo andarci insieme stasera."
"Stasera! Impossibile."
"Allora domani..."
"Senti, Irina: per trent'anni tra noi  andato tutto bene. Cio, pap si  comportato come se fosse tutto a posto. Ha accettato che quella di mio fratello fu una disgrazia - sapeva quanto fossi devastato -, e allora perch cambiare idea?  questo che mi manda in bestia."
" anziano, Andrew.  stato l'inizio del cambiamento, quando ha cominciato a..." (Irina fece una pausa, in cerca della maniera pi diplomatica di esprimere l'improvvisa ripugnanza di mio padre per la mia faccia e la mia voce.) "... sentirsi meno a suo agio in tua presenza. Secondo tua madre ha avuto un colpo, passato inosservato, circa sei anni fa..."
Irina parlava prudente. Difendeva mio padre.
Eppure, poich mi amava, allo stesso tempo difendeva me.
Ovviamente Irina sapeva di Evan. Tutto quello che c'era da sapere su Evan.
Un giorno avevo dovuto dirglielo. Confessare, confidarmi.
Quando avevamo deciso di sposarci. Quando era stato chiaro che se non gliel'avessi detto io l'avrebbe fatto qualcun altro.
A met del racconto era stato come se le parole cominciassero a venir meno.
Non c'era modo di parlarne. Non c'era mai stato alcun modo di parlarne.
Ha perso l'equilibrio sul trampolino ed  caduto.
 stata una disgrazia, non  colpa di nessuno.
Nuotavamo nella cava di Catamount Park e mi sono arrampicato sulle rocce dalla parte dove l'acqua era pi profonda e c'era un trampolino improvvisato alto quattro, cinque metri.
Lass ci andavano i grandi. Nessuna ragazza, nessun bambino dell'et di Evan.
Perch mi ha seguito?! Gli ho detto di tornare indietro.
La maggior parte dei ragazzi non si tuffava, si buttava gi e basta. Anch'io: mi tappavo il naso e saltavo. Evan voleva saltare ma in fondo al trampolino  rimasto impietrito. I ragazzi gli gridavano di buttarsi e io ero imbarazzato per mio fratello e sono avanzato sul trampolino ma ovviamente non volevo spingerlo. Stavo solo scherzando, ovviamente. Non l'ho spinto: ovviamente.
Se lo avessi toccato sarebbe stato giusto con due dita, in fondo alla schiena, per scuoterlo un po', ci stava mettendo troppo.
Dev'essere andato nel panico e aver perso l'equilibrio,  caduto di traverso e ha picchiato la testa contro il bordo del trampolino, cadendo in acqua a un'angolazione che ha aggravato la frattura; bambino pelle e ossa che sapeva nuotare come un pesce, ma ora inerte, senza vita; che affondava nell'acqua alta della cava come un sasso: non respirer mai pi.
I testimoni hanno dato versioni discordi, ma il verdetto  stato: disgrazia.
I fratelli Rush. Dodici e dieci anni.
Andrew, Evan. Laddove entrambi erano amati, ne era rimasto soltanto uno.


Alla fine Irina and all'ospizio da sola.
Non potevo rischiare che mio padre mi rifiutasse un'altra volta.
Ci si sente soli, s, ci si sente soli. Negli anni mi sono sentito solo.
Penso che del mondo Evan avrebbe amato tante cose che non aveva ancora visto. E non  stata colpa mia, eppure:  stata colpa mia.
Il fatto  che la dichiararono una disgrazia.
Non l'ha detto nessuno che era colpa mia.
Nessuno me l'ha detto in faccia.

25
Buone notizie!

Ma c'erano buone notizie per Jack of Spades.
Il nuovo romanzo Flagello aveva ricevuto recensioni molto positive su diverse riviste cartacee e online: adesso i recensori paragonavano Jack of Spades a Stephen King!
Uno Stephen King pi viscerale, senza compromessi.
Fatti da parte, Stephen King!  arrivato Jack of Spades.
C'era entusiasmo anche tra i librai: a quanto sembrava, le ordinazioni erano pi alte di qualsiasi altro libro di Jack of Spades.
(Anzi, dettaglio imbarazzante, vicine alle ordinazioni del pi recente libro di Andrew J. Rush.)
Era divertente? Era ironico?
Avrei dovuto sentirmi fiero o abbattuto?
Dall'aggressione con l'accetta in poi (ero giunto a considerare l'episodio violento a casa Haider un'aggressione contro la mia persona, essenzialmente; aggressione contro la quale mi ero dovuto difendere) la mia capacit di concentrarmi si era percettibilmente deteriorata. La capacit di cogliere lo "humor" nella maggior parte delle cose, anzi, la "felicit" nelle cose.
Ammettilo, Andy Rush: sei geloso di Jack of Spades.
Ed entusiasta, e un po' spaventato.
S?


"Questo "Jack of Spades"!  disgustoso."
Per caso mi capit di origliare mia figlia Julia mentre evidentemente si lamentava con Irina di un altro romanzo dell'"autore misterioso" che, ovviamente senza il mio incoraggiamento, aveva appena letto. Era fonte di indignazione per me, e di un certo rancore, che la mia schifiltosa figlia femminista insistesse a leggere quella che definiva "spazzatura macho-sadica", presumibilmente per poterla criticare, mentre non dedicava mai un minuto ai romanzi che firmavo con il mio nome, molto pi seri e edificanti, in cui i cattivi ricevevano la giusta punizione e i "buoni" la ricompensa.
Quanto desiderai di aver messo via alla svelta quei maledetti tascabili di Jack of Spades che Julia aveva visto nel mio studio mesi prima! Era stata una sbadataggine bella e buona da parte mia, lasciarli a portata di tutti.
Ma piantala, Andy. L'hai voluto tu, che la tua adorata figlia vedesse i miei libri. Ti sarebbe piaciuto pure che li notasse Irina, ma tua moglie ha ben altro per la testa, in questi giorni... e notti.
La voce era beffarda, ammiccante. Sapevo che non era esattamente una "voce" ma rimasi ad ascoltarla, immobile, a testa bassa.
Lo sai, Andy. O no?
No. Non lo sapevo.
Certo che s. Irina e il suo amante asiatico.
Nell'altra stanza Julia stava descrivendo a Irina la "trama improbabile" di Prepostmortem, e Irina sembrava ascoltarla. O forse Irina, con la mente altrove, non ascoltava le veementi obiezioni di nostra figlia e si limitava a fare qualche educato mormorio di approvazione.
Prepostmortem era il secondo titolo di Jack of Spades, o forse il terzo. Su due piedi non sarei riuscito a dire la data di pubblicazione. La trama, cos come il titolo, mi era arrivata dal nulla.
"Ho provato a dirlo a pap ma non mi ha voluto ascoltare. Chiunque sia, questo "Jack of Spades", deve conoscere pap e la sua famiglia. L'altro romanzo che ho letto era perfido, ma questo  peggio! Parla di un adolescente che uccide "per disgrazia" il fratello minore buttandolo gi dal trampolino di una cava... e poi  "devastato dal dolore", ma anche sollevato, perch era geloso del fratellino. La famiglia si divide tra quelli che credono alla versione del ragazzo, che si proclama innocente, e quelli che non gli credono e pensano che l'abbia fatto apposta. Nel presente,  un uomo di mezza et sposato con una donna che dice di amare moltissimo, ma di cui  gelosissimo, e cerca un modo per ucciderla "per disgrazia"... Questa parte sembra inventata, ma la sottotrama del fratello che annega nella cava, in un parco del New Jersey, dev'essere basata su quello che  successo da giovane a pap, quando suo fratello  annegato a Catamount Park. Non conosco i dettagli, mamma, ma dev'essere pi che una semplice coincidenza, non credi?"
"Non so, Julia. Non ho letto il romanzo, e da come ne parli non credo di averne voglia. Della disgrazia della cava di Catamount, quando tuo padre aveva dodici anni, avevano parlato i giornali locali e chiunque, in questa parte di New Jersey, ne ha sentito parlare. In che senso dici che  "pi che una coincidenza"?"
"Secondo me c' un conoscente di pap, uno dei suoi amici scrittori, che usa la vita di pap per scrivere, salvo distorcerla e abbruttirla, con un sacco di dettagli e informazioni in pi di quelle che avrebbe se le ricavasse solo dai giornali. E pap sembra non saperne niente, o non gliene importa. Ho cercato di convincerlo a leggere l'altro romanzo di Jack of Spades, ma si  rifiutato. Dice solo che  una coincidenza, che non  importante. Ma credo..."
"Perch non li butti via e basta, quei libri spazzatura, Julia? Anche se sono ispirati a una parte della vita di tuo padre, quanto toccano te o noialtri? Forse tuo padre ne conosce l'autore, e forse tuo padre  turbato e arrabbiato, ma sai bene che non censurerebbe mai nessuno."
"Certo che pap non "censurerebbe" nessuno. Ma dovrebbe stare attento a quel che dice a questa persona, che  una specie di vampiro che gli succhia la vita."
"Ah, Julia, credi nei "vampiri"?" Irina la biasim con una risata.
"Mai creduto. Ma ultimamente comincio ad avere qualche dubbio."
"Ma cosa potrebbe fare Andrew per fermare questa persona? Dedurre che c' un "vampiro" nella sua vita?"
"Cosa potrebbe fare pap? Sta a lui decidere."

26
"6 troppo oscuro x me"

Dall'ufficio postale di Hadrian, New Jersey, spedii una scatola piccola e ben sigillata con dentro cinque tascabili a Stephen King, nel Maine.
La dedica era in stampato maiuscolo, in una grafia che (a me) sembrava piuttosto diversa dalla mia.
Con ammirazione, a Stephen King
Il tuo futuro rivale
"JACK OF SPADES"

L'indirizzo del mittente era la mia casella postale di Hadrian. Non che mi aspettassi che l'impegnatissimo re dei best seller rispondesse a un pacco non sollecitato di romanzi scritti da un autore semisconosciuto; del resto King non aveva risposto a un regalo simile quando a spedirglielo era stato Andrew J. Rush.
Immaginate la mia sorpresa e il disappunto quando, alcune settimane pi tardi, ricevetti alla casella postale, indirizzata a "Jack of Spades", una cartolina scribacchiata di fretta.
Chiunque tu sia, "Jack of Spades", 6 troppo oscuro x me
& noi non siamo rivali
S.K.

27
Il marito geloso

Ammettilo, Andy. Sei geloso da fare schifo.
Geloso di Jack of Spades, e della donna.
E dell'asiatico, come si chiama:HUANG LEE.


Con mia moglie non mi mostravo geloso. Neanche un briciolo!
Un cuore ferito non  visibile, come un volto ferito.
"Ti amo, Irina. Non so che cosa farei senza di te..."
"Ma Andrew, non dirlo neanche per scherzo! Perch dovresti stare "senza di me"?"
E Irina mi baci, e traballammo in un abbraccio improvviso.
Nel mio fiato, Irina potrebbe aver sentito odore di whisky. Nelle soffici onde dei suoi capelli, potrei aver sentito del profumo.


A questo punto Irina usciva spesso, la sera. Non sapevo sempre dove fosse bench (immagino) si preoccupasse sempre di dirmelo. Mi lasciava qualcosa da mangiare nel frigo, mi bastava (diceva lei) riscaldarlo nel microonde.
Forse la donna ti sta avvelenando.
Con l'arsenico si pu fare poco alla volta. I sintomi possono essere tanti e diversi.
Per dispetto e per cautela buttavo il cibo direttamente nella spazzatura. Per farmi consegnare direttamente a casa una cena mangiabile bastava fare una telefonata o anzi, meglio ancora, il cibo potevo anche mandarlo all'inferno. A suo modo anche lo scotch whisky sa placare l'appetito.
Ma quando chiesi a Irina il perch di tutte quelle riunioni serali alla Friends School  probabile che mi disse con quei suoi modi educati e indignati che non era stata a scuola ma, come gi mi aveva spiegato, a trovare mia madre che si sentiva "sola e abbandonata" dopo la morte di mio padre.
Oppure, se mi sembrava di ricordare che Irina fosse da mia madre, e la chiamavo al cellulare, nessuno rispondeva perch Irina non era da mia madre ma a una riunione di scuola, durante la quale i telefoni andavano spenti.
Oppure stava passando la serata dai suoi, a Montclair.
Oppure era a cena con Chris, o Dale, a Newark.
(Perch pap non fosse invitato a queste cene con i nostri figli non era chiaro. Ma pap era troppo orgoglioso per chiedere, grazie.)
"Andrew, ti ho detto dove andavo.  il caso che lo scriva, e ti lasci il numero?"
S. No.
Perch dovrebbe interessarti, quello che fa la donna?
 per la tua debolezza fatale, che ti interessi?

28
"All'inferno"

Tornavo a casa presto una sera a Mill Brook Road sotto una pioggia leggera e vidi a una decina di metri dall'auto un animale scuro grosso quanto una volpe o una lince che attraversava la strada al trotto, lentamente. Lui vide me, gli occhi fulvi brillavano alla luce dei fari in uno sguardo animale astuto, di sfida.
"Che tu sia dannato!" La voce era furiosa e risentita e diversa da qualunque voce mi fosse familiare.
Il primo istinto fu di frenare e scartare, per non investire l'animale (rischiando di ammazzarmi nello scontro) ma il secondo istinto, molto pi sagace, fu di continuare senza sterzare neanche di un centimetro e persino (forse) affondare ancora di pi il piede sull'acceleratore.
Le ruote anteriori colpirono... qualcosa. Sentii il breve impatto, il contraccolpo nella schiena come una scossa elettrica.
Eppure, nonostante (sono sicuro) non avessi aumentato la velocit di pi di quindici chilometri all'ora, la Jaguar and in testacoda sull'asfalto bagnato, e nella confusione di pochi secondi fin ribaltata sul fianco, dentro il fosso.
Per fortuna il mio veicolo non si era scontrato con il palo di una recinzione. L'impatto avrebbe potuto scagliare il temerario conducente contro il parabrezza e fargli perdere i sensi.
Quando ripresi lucidit riuscii ad aprire la portiera che era sembrata bloccata. Gambe tremanti, sguardo perso, arrancai sul ciglio della strada.
S, c'era davvero qualcosa di schiacciato e appiattito sul ciglio, un piccolo cadavere dal pelo scuro.
Ma non era scosso dalle ultime vestigia della vita, e non sanguinava. Gli occhi erano aperti ma l'impertinenza della vita non li faceva fulvi.
Qualunque cosa fosse era l da giorni, schiacciata e rischiacciata, in decomposizione, irriconoscibile.
Sciocco! Stai cercando nel posto sbagliato.

29
Disgrazia

Per Andy Rush  venuta l'ora / di un altro delitto perfetto, ancora.
Da mesi l'idea si ispessiva in un angolo della mente come un piccolo denso tumore. Ogni volta che osavo controllarlo, il tumore era diventato un po' pi grosso e denso.
Sarebbe stata una disgrazia, ovviamente. Un'auto che passa per una strada di campagna, un ciclista: il veicolo "perde il controllo", investe il ciclista.
Senza testimoni chi pu smentire che il ciclista fosse un po' troppo temerario? Sulla strada delle auto, una sterzata secca: e per lui  finita.
Quando parlavo con la mia cara moglie della Friends School, non le chiedevo pi di "Huang Lee". Perch sapevo che questa persona era l'amante di mia moglie e che non dovevo dare l'impressione di sospettare, nemmeno di curarmi di lui.
Ma alle prime ore del mattino, mentre mi chinavo sul tavolo di Jack of Spades la penna che tenevo in mano scand in stampato:
HUANG LEE
R.I.P.

In forma di scherzoso epitaffio.
Si sapeva che l'apprezzato insegnante di matematica andava quasi tutti i giorni a scuola in bici e, talvolta, anche sotto la pioggia leggera; allora indossava un poncho giallo vivo. Soltanto d'inverno, con le strade pressoch impraticabili, l'asiatico dai capelli corvini e folti prendeva l'auto: ovviamente una risparmiosa Honda Civic.
Con precisione calcolai in quale orario era probabile che Huang Lee andasse/tornasse in bici alla Friends School, e quale percorso potesse coprire nei cinque chilometri che separavano casa sua dalla scuola.
Pi volte percorsi in auto le strade pi probabili, avvicinandomi a casa Lee, al 299 di East Elm Ridge Road, dove l'adultero viveva (presumibilmente) insieme a una moglie e due figli piccoli, in un quartiere suburbano "borghese" di Harbourton; diverse volte, non potei fare altro che passare davanti alla casa, entrare a Harbourton, invertire la marcia e tornare indietro, deciso a mantenere la calma.
Sii paziente. Fa' attenzione. Il tempo  dalla tua, Andy Rush!
Di questi viaggi, Jack of Spades era il mio compagno.
Quanto mi sarei sentito solo, non fosse stato per Jack of Spades!
E, al sicuro tra le mie ginocchia, invisibile a chiunque avesse sbirciato verso di me, una bottiglietta d'argento piena di un liquido dal gusto assai dolce, raccomandatissimo da Jack of Spades per calmare i nervi logori.
Era una giornata fresca, di cielo nuvoloso. Pochi ciclisti in un giorno come questo, a inizio primavera; perci avrei avuto poche difficolt ad avvistare Huang Lee se/quando lo avessi visto.
Non un momento felice per Andy Rush. Digrignavo i denti.
Persino la mia cara moglie adultera era imbarazzata da quanto i nostri figli Chris e Dale fossero ormai "in rotta" con pap. Non so bene come fosse successo. N quando.
Maledetti bambini viziati senza un briciolo di rispetto per un padre che tanto aveva fatto per loro...
Avevo capito che c'era qualcosa di poco chiaro quando entrambi si erano presentati a pranzo, una domenica, come per caso. E Irina sorrideva troppo.
Jack of Spades mi fece subito la soffiata. Jack of Spades dallo sguardo acuto si era accorto che i ragazzi si scambiavano occhiate, tra s e con la madre.
Ges! Questa  la classica conversazione I M B A R A Z Z A N T E.
Sta' attento, amico. Occhio alle spalle.
Forse la mancanza di rispetto comincia quando il figlio diventa pi alto del padre. C' un giorno preciso, un'ora precisa in cui le altezze si invertono?
Nelle foto riesci a vederli crescere, i figli. Nella vita, no.
A questo punto i ragazzi, entrambi poco meno che trentenni, erano pi alti di pap. E non somigliavano molto a pap.
Lascia perdere, Andy. Non  il momento.
Chris si leccava le labbra nervoso, Dale si infilava le dita nel naso (quando credeva che nessuno lo guardasse). E la loro madre Irina dall'espressione colpevole passava met del tempo a nascondersi in cucina.
E finalmente, terminato l'I M B A R A Z Z A N T E pranzo, mentre Irina era (ovviamente!) in cucina con la scusa di lavare i piatti, Chris mi fece il suo sorriso smorfia e disse rauco: "Pap, forse dovremmo parlare...".
E Dale gli fece eco, agitato: "S, pap. C-credo che dovremmo...".
E con calma pap sorrise ai figli, e disse: "E allora? Parlate".
Non potei non ridere delle loro facce rubizze, degli sguardi ansiosi.
Quanto si prendevano sul serio. Tutti e due avrebbero avuto debiti per migliaia di dollari, senza due genitori indulgenti e pronti a pagare rette di universit costosissime, e master postlaurea, senza mai l'ombra di una lamentela.
E adesso, alle mie spalle, la loro infida e adultera madre li aveva convocati.
Se c' una cosa che un uomo odia sono i sotterfugi in famiglia...
"Chris, se hai bisogno di un altro prestito basta dirlo. Non ti ho mai detto di no, o sbaglio?"
Chris era il pi grande, di due anni. Leggermente pi indebitato di Dale. Il viziatello che somigliava a un Brad Pitt giovane mi guardava come se lo avessi schiaffeggiato e per un momento fece lo sforzo vano di dire qualcosa.
"Non... non sono venuto a chiedere un prestito, pap... sono, cio, siamo venuti a parlarti di certe cose che ci ha detto la mamma."
Chris lanci un'occhiata a Dale che fissava impietrito qualcosa sul tavolo e si grattava il naso.
La mia risposta fu un lieve e perplesso rimprovero: "Ma davvero! E che cosa vi ha detto "la mamma"?".
"Che... che... ultimamente bevi un po' troppo, pap. Che..."
"... ti arrabbi di continuo con lei, e che l'hai minacciata..."
Ma pap non era disposto a lasciarsi irretire, a perdere la calma.
""Minacciata". Ma davvero, e come?"
"Dice che l'hai stretta, e spintonata..."
"Dice che quando bevi ti saltano i nervi e che il tuo problema con l'alcol  sempre pi grave..."
""Grave". Non  una parola grossa? Figli? E quale sarebbe la prova che sostiene le accuse?"
"La mamma ci ha detto..."
"La mamma ha detto..."
Pap alz la voce, per convocare la mamma: "Ehi, "mamma"! Vieni qui, "mamma"! Si muovono accuse serie contro "pap"".
"Pap, sei ubriaco anche adesso. Ges!"
"Pap, non urlare cos alla mamma. Non... non puoi urlare cos..."
"Non posso? E chi diavolo  il padrone in questa casa? Di questa tenuta? Chi  che comanda qui? "Mamma"! "Mamma"!"
Saggiamente Irina stava alla larga. Forse in un altro angolo della casa.
"Pap, sei ubriaco da far schifo.  di questo che siamo venuti a parlare..."
"Ah, quindi cos', una specie di "salvataggio" del cavolo? La famiglia che si coalizza contro il padre? Chi l'ha organizzata?"
"Pap, non siamo contro di te. Vogliamo soltanto, soltanto..."
"... capire se qualcosa non v-va..."
"... nella tua vita, se..."
"... se c' qualcosa di..."
"Sentite, figli." (Con grande calma, persino con affetto, avevo pronunciato la parola figli. Nessuno poteva scambiare tanta premura per una presa in giro, o per collera.) "Quella emotivamente instabile, negli ultimi tempi,  vostra madre. Le donne della sua et... avete presente... "Menopausa". E si spacca la schiena in quella maledetta scuola di quaccheri che paga in superiorit morale anzich con uno stipendio decente, lei e i suoi colleghi liberal di sinistra, bigotti della peggior specie: questo  grave. Chiedete a lei! Interrogate lei! Processate lei! E non sono ubriaco."
Era vero, a tavola avevo bevuto soltanto vino bianco. Ai ragazzi risultava soltanto questo, vino bianco.
Peccato che non hai un'arma da fuoco in questa casa.
I ragazzi non mancherebbero mai di rispetto al loro padre se fosse armato come si deve.
Indietreggiai con la sedia. Riuscii ad alzarmi, a uscire dalla stanza con dignit.
Ovviamente mi chiamarono: "Pap? Ehi, pap...".
Ovviamente mi seguirono: "Pap? Per piacere, vogliamo soltanto parlare...".
E Irina con loro, mi seguiva ma a distanza di sicurezza: "Andrew? Amore, ti prego...".
Fuori, e sulla Jaguar. Fuori a prendere un po' d'aria.


Non li ami,  una stronzata.
Non li hai mai amati e lo sai.
Ti sei sacrificato abbastanza per loro, mister Ragazzo d'oro.
Adesso... tocca a te.


E poi: lo vidi! Un ciclista che andava nella mia stessa direzione, lungo East Elm Road. Senza testimoni nei paraggi.
Huang Lee. Lo riconobbi immediatamente. Gambe e braccia smilze e lunghe, felpa bordeaux della Friends School (Irina ne aveva una identica), e caschetto giallo vivo in testa. Mentre mi avvicinavo, incrementando lesto la pressione del piede sull'acceleratore, vedevo, o cominciavo a vedere, quella faccia piatta da asiatico che si voltava, si guardava alle spalle, improvvisamente conscia del pericolo, ma troppo tardi.
All'inferno, e che Dio vi maledica. Tutti.

30
Il pirata della strada

"Oddio. No."
Nel momento esatto in cui il ciclista si voltava vidi, il mio cervello registr, che questo non era un maschio adulto ma un adolescente: tratti asiatici, capelli nero corvino visibili sotto il caschetto giallo brillante; occhi sbarrati dal terrore; non Huang Lee. Ma era troppo tardi: la Jaguar travolse il ciclista e lo ridusse a un groviglio di arti umani scomposti, urla, rumore di metallo contro metallo mentre la bicicletta si accartocciava sotto il peso letale dell'auto...
Floscio come una bambola di pezza il ragazzo fu gettato sul ciglio della strada. Di colpo, come aveva iniziato a urlare, cess di urlare.
Una sottile linea rossa sotto il caschetto giallo lucido colava sull'asfalto. Una sottile linea rossa che entro pochi secondi sarebbe diventata uno zampillo: se qualcuno fosse rimasto a osservare.

31
Cambiare aria

Il mattino dopo telefonai al mio agente di New York.
Cio, all'agente di vecchia data di Andrew J. Rush.
Ripetei in fretta le parole che avevo imparato a memoria, come a prevenire l'emozione.
"Ho... ho deciso di smettere, Barney. Vado in pensione, quest'ultimo romanzo non lo finisco. Mi ha sfiancato, sinceramente. Non ho neanche un titolo, dopo quasi un anno."
Barney era sconvolto. Da pi di trent'anni conosceva un "Andy Rush" sempre ottimista, perennemente di buon umore: e adesso?
"Quale romanzo sarebbe, Andy? Doppia faccia? Non si intitola cos?"
"No.  senza titolo. Non ci ho mai pensato, al titolo."
"Ma Andrew, prima parliamone. L'hai detto a qualcun altro?"
"No."
Ma poi pensai s.
"Andy, ti sento strano. Sei... malato?  successo qualcosa gi da voi?"
Gi da voi era l'espressione che il mio amico newyorkese usava per descrivere il New Jersey semirurale. Un tono di velatissima derisione, al quale normalmente ribattevo con una battuta sui ritmi frenetici della citt, sul prezzo proibitivo degli immobili, sui ristoranti tanto alla moda quanto assordanti. Ma oggi, Andy Rush taceva.
"Andy? Con Irina ne hai parlato?"
"Irina al momento non c', Barney. Sto per mettere gi."
"Aspetta! Dov' Irina?"
"Ho detto... che Irina al momento non c', Barney. Se vuoi parlare con lei, sono affari vostri."
"Andy, ma in che senso? Tu e Irina vi siete... separati?"
"Sto per mettere gi, Barney. Non richiamare, per favore."
"Andy, per l'amor del cielo lascia che venga a trovarti: prendo il treno oggi. Nel pomeriggio? Va bene? Verso le quattro. Andy?"
Riattacca. E non rispondere quando richiamer.
Cancella le e-mail. Barney capir.


Ho passato quasi tutta la giornata in studio ad abbozzare i prossimi romanzi di Jack of Spades. Li ambienter in localit esotiche con sfondi raffinati, da film: Tangeri, Lisbona, Haiti, la Costiera amalfitana, o magari la Sicilia. Shanghai?
Visto che Jack of Spades ha esaurito il suo interesse per il New Jersey,  tassativo cambiare aria.
Che entusiasmo! Le mie dita volano sulla tastiera, il cuore  a mille.
Questi romanzi di Jack of Spades combineranno le sottigliezze d'intreccio alla Andrew J. Rush con la potenza rozza, impetuosa, viscerale di Jack of Spades. Mescoleranno il Dna di Stephen King, Mickey Spillane, Clive Barker, Jack Ketchum, Chuck Palahniuk a sfacciati e sconvolgenti massacri... L'euforia mi si agita dentro come una fiamma.

32
Autocancellazione

Stamattina ho deciso.
Guardavo incredulo sul giornale la foto del diciassettenne Benjamin Chang: Pirata della strada investe alunno della Friends School a East Elm Ridge Road; il ragazzo  in condizioni critiche all'ospedale di New Brunswick. Per ora nessun testimone.
L'unico modo per sbarazzarsi del mondo di Jack of Spades  sbarazzarsi del mondo di Andrew J. Rush.
"Bisogna fermarlo. Bisogna fermarmi."


Dev'essere Catamount Park. La cava, i massi davanti all'acqua profonda, il trampolino alto.
Un cerchio perfetto.


Carissima Irina,
ricordami com'ero quando mi amavi.
E sappilo: non ho mai smesso di amarti.
Lascio te e i ragazzi perch sono un pericolo per voi.


Se stai leggendo questa mia, me ne sono gi andato.
Conosci i dettagli del mio testamento, sei la mia esecutrice.
Lascer istruzioni specifiche in questa busta.
Voglio dire... che non  colpa mia.
E per:  colpa mia.
Perdonami, ti prego!
Con amore, tuo marito
Andrew


 notevole quanto spazio ci sia in una casa deserta.
Il tempo si distende a colmare un grande vuoto.
Pi che sufficiente, questo tempo, ad abbozzare le lettere con cui confesso alle autorit di Harbourton l'assassinio a colpi d'accetta di C.W. Haider e il furto dei suoi preziosi libri; e l'atto di "pirateria stradale" con cui ho travolto Benjamin Chang. Pi che sufficiente, questo tempo, a togliere dagli scaffali i libri trafugati e metterli, insieme a Glowering, su un tavolo qui vicino, in bella vista.
Nella busta per Irina lascio due assegni da 500000 dollari intestati a Esdra Staples e Benjamin Chang. Spiegher a Irina il senso di questi assegni e la implorer di onorare la mia richiesta; non ho dubbi che lo far.
Dio sa quant' piccolo, come risarcimento.
Smettila! Sei pazzo? Stai bluffando.
Uno stupido piccolo sotterfugio di Andrew J. Rush. Un tentativo disperato di strappare il finale della storia dalle mani di Jack of Spades...
La Jaguar ammaccatissima rimarr in garage, non la uso pi.  diventata un veicolo della vergogna che ( come se lo sapessi) Irina vender in fretta.
La fiaschetta argentata  riempita, per l'ultima volta.
Bravo: fatti un sorso! Due sorsi.
Un po' di whisky  perfetto per pulire un cervello confuso.
Ma pi chiare ho le idee, pi determinato sono riguardo alla questione dell'autocancellazione.


Al Catamount State Park, ho parcheggiato la station wagon vicino all'entrata della cava. In questo giorno freddo di inizio primavera il parco  deserto.
Cielo di un azzurro cos vivido che mi vengono le lacrime.
A piedi la cava  pi lontana di quanto ricordassi. Ho gi il fiato corto quando comincio ad arrampicarmi sulla roccia, avanzando come un granchio sopra i massi deformi color argilla (oggi deturpati dai graffiti), a cinquantaquattro anni non  facile come a dodici, l'ultima volta che sono stato qui.
Non essere sentimentale! Non te ne frega niente di tuo fratello morto, anzi, non sai pi neanche che faccia ha.
Eccolo, il trampolino improvvisato. Non sembra affatto cambiato, dopo tanti anni.
Ma non  cos alto come ricordavo. Quattro metri e mezzo? Tre e mezzo?
Sull'acqua scura un velo di ghiaccio, come una palpebra che nasconde l'occhio.
Che cosa fai? Sei pazzo?
Stai fingendo? Ho capito bene?
Ho riempito di sassi grossi e pesanti le tante tasche del mio giubbotto di nylon e dei pantaloni cachi. Ai piedi ho pesanti scarponi da trekking che mi stringono le caviglie come pesi. Con grande cautela salgo i pioli di ferro fino in cima e con grande cautela avanzo sul trampolino. Quant' fredda l'aria, di colpo! E non ferma quanto sembrava da terra.
Una fitta di panico, paura che una folata di vento mi faccia perdere l'equilibrio e cadere nell'acqua ghiacciata scura prima che sia pronto...
Tanti anni sono passati, e in tutti questi anni Evan era morto mentre io ero vivo.
"Mi spiace, Evan. Qualunque cosa io abbia fatto, o immaginato di fare,  stata un'ombra sulla mia vita."
Stronzate. Tuo fratello lo disprezzavi e l'hai spinto dal trampolino.
Forse non volevi che morisse: invece  morto.
Mi butter dal trampolino e cadr gi dritto, con le braccia strette ai fianchi. Cadr gi dritto, a candela.
Lesto e affilato come una lama nell'acqua, a disturbare il sottile velo ghiacciato.
Increspandola appena, a sorpresa, sprofonder nell'acqua. Ma nessuno dar l'allarme, avendomi visto.
Il bambino! Non sta nuotando, affonda...
Qualcuno lo aiuti: il bambino...
Sull'orlo del trampolino sono totalmente immobile. Un'oscurit viene e mi ottenebra la vista. Ho cominciato a tremare di freddo e dall'eccitazione quasi insopportabile di ci che sta per accadere.
"Non c' altro modo. Questa  la decisione giusta."
Per distruggere il male dobbiamo distruggere l'essere in cui il male dimora, anche se quell'essere siamo noi.
Penso che morir di colpo all'impatto, perch non ho pi dodici anni. Ne ho cinquantaquattro e il cuore mi ha gi fatto male, a volte, come un muscolo nello spasmo. Non l'ho detto a nessuno perch mi vergognavo della mia mortalit e mi spaventava il significato stesso della parola mortalit. Morir ucciso dall'acqua ghiacciata che mi preme sul petto, sulla faccia, sugli occhi. Con un po' di fortuna il trauma mi far perdere conoscenza in pochi secondi. Come una qualsiasi creatura che annega disperata cercher di respirare ma sar d'acqua che mi riempir i polmoni.
Invece no. Non lo farai. Per uccidermi devi ucciderti. E tu sei un debole, un codardo. Non lo farai.
Sul ciglio del trampolino alto. Qui c' movimento. Un movimento appena percepibile della tavola, un debole cigolio sotto il mio peso. In alto il cielo  cos azzurro che mi trafigge gli occhi. Sono completamente immobile, altissimo con le spalle dritte e la testa alta. Nelle tasche, sassi pesanti. Giubbotto di nylon, pantaloni cachi. Da un po' Jack of Spades mi osserva sdegnato e sarcastico, eppure capisce, adesso, che faccio sul serio e la sua risata diventa torva, incredula. Non puoi. Non lo farai. All'inferno e che Dio ti maledica, NON LO FARAI.
Ma ormai respiro a fondo, con decisione. Percepisco il movimento, leggero come l'aria, di qualcuno o qualcosa vicino a me, dietro di me.
I peli sulla nuca si rizzano in un'estasi di attesa. Non mi volto, non faccio una piega, mentre dita delicate mi sfiorano e premendo mi spingono nel vuoto.
...
.
...
FINE.